«Chi parla troppo reca danno a se stesso»: l’esergo di Pauline alla spiaggia (1983) suona quasi paradossale trattandosi di un film di Éric Rohmer. Terzo capitolo del ciclo delle Commedie e proverbi, successore de Il bel matrimonio, Pauline alla spiaggia mette in scena un gruppo di personaggi alle prese con gli inevitabili intrecci amorosi. Emergono gli inganni del desiderio e una certa sfiducia nel mondo adulto.
La quindicenne Pauline trascorre l’ultimo scorcio d’estate a Granville, in Normandia, nella casa di famiglia della cugina Marion, bella e disinibita stilista trentenne alle prese con un divorzio. Appena arrivate, le due incrociano sulla spiaggia l’istruttore di windsurf Pierre e l’etnologo Henri. Entrambi gli uomini puntano Marion, ma da prospettive diverse. Le posture sentimentali dei personaggi si rivelano, puntualmente, in un dialogo. Pierre, spasimante di lunga data di Marion, è pragmatico, desidera una compagna affidabile, crede che l’amore nasca col tempo. Henri, divorziato e con una figlioletta, è un seduttore incallito che cerca il brivido della conquista ed esorta a vivere il presente. Marion, dal canto suo, attende l’amore che la infiammi, che la consumi, purché sia ricambiato. Pauline è ancora a digiuno di esperienze sentimentali. Sulla spiaggia, però, ha conosciuto un ragazzo, Sylvain.
Pauline alla spiaggia offre allo spettatore la vaga impenetrabilità dei film di Rohmer. Marion si getta tra le braccia di Henri, ma l’etnologo se la spassa anche con una venditrice ambulante. La porta a casa. Marion, rientrata in anticipo, lo sorprende sul più bello, ma l’uomo è lesto ad attribuire la scappatella a Sylvain, che si trovava da lui per caso. Segue la delusione di Pauline per quello che crede il tradimento del ragazzo. L’imbroglio, sul finale, sarà chiarito solo in parte. La proverbiale cecità dei personaggi rohmeriani, sofisticati chiacchieroni incapaci di scorgere il fondo reale delle proprie azioni, è declinata con sottile ironia. Gli snodi narrativi del film sono segnati da altrettanti atti voyeuristici: Pauline che, al risveglio, scopre Marion a letto con Henri; Marion che sorprende Pauline ad amoreggiare con Sylvain; Pierre che sotto casa di Henri scorge alla finestra la venditrice ambulante nuda. Trattandosi di un film di Rohmer, è bandita ogni morbosità. I corpi e il sesso sono più esibiti del solito (e così sarà fino alle scene iniziali di Racconto d’inverno), ma la passione carnale si sublima nella chiacchiera, uno sfoggio di consapevolezza e buoni propositi che le azioni contraddicono o di cui rivelano l’inconsistenza. Del gruppo di personaggi, Pauline appare la più assennata. Non a caso è quella che lancia meno proclami. Vive la relazione con Sylvain senza voli pindarici, ma neppure con cinismo. Il cinismo è il regno degli Henri e forse dello stesso Sylvain, che pare insofferente alla rete di menzogne dell’etnologo ma gli tiene bordone e si rivolta contro il rivale di questi, Pierre, accusandolo di essere uno spione. Pierre: la sua cifra emotiva è un misto di gelosia, frustrazione e stupore per la scelta di Marion e, in subordine, di Pauline. Accusa entrambe di legarsi a uomini di scarso valore. Pierre considera Marion la donna ideale, ed è furioso con lei perché la scelta di Henri la degrada ai suoi occhi. Con il suo comportamento, Marion rovina l’immagine di perfezione che lui le ha cucito addosso. Sembra quasi un residuo di amor cortese, e non è un caso. L’esergo di Pauline alla spiaggia viene da Chrétien de Troyes, celebre troviere medievale, autore di romanzi cavallereschi, tra cui Perceval ou le Conte du Graal, che Rohmer aveva trasposto per il cinema nel 1978 (Il fuorilegge). La nobiltà che Pierre si attribuisce è sconfessata dalla sua ottusa gelosia. Pierre è egocentrico e infantile come gli altri adulti del film.
Marion è interpretata dalla sofisticata Arielle Dombasle. Rohmer le assegna la parte della sciocchina romantica e dell’intrigante. La ragazza cerca di spingere Pauline tra le braccia di Pierre. Un ruolo simile, grande classico rohmeriano, Dombasle l’aveva svolto ne Il bel matrimonio, e con successo: era lei a suggerire a Sabine che il cugino Edmond ricambiasse il suo interesse. In Pauline alla spiaggia, il tentativo fallisce. Per un inganno del genere occorre che l’ingannato sia complice, e Pauline non desidera essere ingannata. È Marion che si inganna, e consapevolmente. Vuole credere che Henri ricambi i suoi sentimenti, nonostante sia palese che l’amante la consideri nient’altro che un bel corpo. Non scopre la tresca dell’uomo con la venditrice ambulante Louisette (forse il personaggio più macchiettistico di Rohmer), però sospetta. Nel finale, Marion afferma chiaramente di volersi convincere che nulla di sconveniente sia accaduto. Esorta Pauline a fare altrettanto, ma dall’espressione della ragazza capiamo chiaramente che tra le due, a questo punto, si è aperta una distanza. Pauline conosce la verità, ma tace per affetto verso la cugina. In quest’ultimo scampolo d’estate, ha toccato con mano l’ipocrisia degli adulti, l’inaffidabilità degli uomini, la fragilità delle consapevolezze esibite. Ha creduto di trovare l’amore – o forse no. Pauline rimane insondabile nel suo miscuglio di adolescenziale innocenza e precoce disincanto. Certo non è un’ingenua, e neppure è immune alle contraddizioni. Dice di non potersi innamorare di qualcuno che non conosce, ma cade subito tra le braccia di Sylvain. A interpretarla c’è Amanda Langlet, che ritroveremo in Racconto d’estate (1996) nei panni di una giovane etnologa il cui fidanzato lavora in Polinesia. Henri, qui, vive in Oceania. Féodor Atkine, che gli presta il volto, aveva interpretato il pittore amante della protagonista Sabine (Béatrice Romand) ne Il bel matrimonio. In apparenza, Henri è il personaggio peggiore del film, dalle fattezze vagamente luciferine. La sua brama erotica ha qualcosa di animalesco, insaziabile: è “il lupo” evocato come metafora dell’iniziazione sessuale. Sembra uno dei maschi cinici ed egocentrici de La collezionista, ma con un tocco feticistico degno del Jean-Claude Brialy de Il ginocchio di Claire (qui potremmo dire: le gambe di Pauline). Rohmer, però, come al suo solito, non emette sentenze. Il suo sguardo è stato spesso paragonato a quello di un etnologo. Che il seduttore Henri sia una sua segreta proiezione? Nel finale, dopo un approccio sessuale respinto da Pauline, Henri parte per la Spagna per raggiungere una vecchia conquista. Si congeda da Marion con un biglietto.
Anche Pauline e Marion partono. L’estate è finita, occorre tornare a Parigi, riprendere il normale corso della vita. La pellicola si conclude laddove era incominciata, all’ingresso della casetta di Granville. Il cancello, chiudendosi come un sipario, suggella la sconfitta collettiva. Romantici, libertini, fedeli, fedifraghi, giovani, vecchi: nessuno può decifrare il codice dell’amore. Rohmer si muove tra Proust e il racconto adolescenziale di vacanze stile Il tempo delle mele con la solita brillantezza. Un po’ dialogo platonico, un po’ commento sociale, Pauline alla spiaggia passa in rassegna differenti posture amorose mentre rilegge con occhio benevolmente critico l’edonismo degli anni ’80. Il film piacque molto alla Berlinale del 1983, dove vinse l’Orso d’argento per la migliore regia e il premio FIPRESCI.
Scheda del film
Titolo originale: Pauline à la plage
Lingua originale: francese
Paese di produzione: Francia
Anno: 1983
Durata: 94 min
Genere: sentimentale
Regia: Éric Rohmer
Produttore: Margaret Ménégoz
Casa di produzione: Les Films du Losange
Fotografia: Néstor Almendros
Montaggio: Cécile Decugis, Christopher Tate
Musiche: Jean-Louis Valéro
Interpreti: Amanda Langlet, Arielle Dombasle, Pascal Greggory, Féodor Atkine, Simon de La Brosse, Rosette
