Quarto capitolo del ciclo dei Racconti morali di Éric Rohmer, La collezionista (1967) ruota attorno a un triangolo sentimentale e alla scelta, da parte del protagonista, della donna “giusta”. Il consueto dispositivo rohmeriano si pone qui al servizio di un saggio ironico sul dandismo, in cui si intrecciano una riflessione sui limiti dello sguardo maschile e una declinazione estetica del problema morale. La sensibilità del dandy può fondare una superiorità etica?
Durante le vacanze estive, la bella e disinibita Haydée si ritrova a dividere la casa estiva del facoltoso amico Rodolphe con due sconosciuti: l’antiquario Adrien e il pittore Daniel. Adrien si è temporaneamente separato dalla fidanzata, volata a Londra per motivi di lavoro. Voce narrante del film, ci informa subito dell’intenzione di dedicarsi all’ozio più assoluto, ma la presenza di Haydée sembra turbarlo. Ben presto, Adrien si convince di essere finito nelle mire della ragazza, che esibisce un’intensa vita sessuale. Sarà l’ennesimo pezzo della sua “collezione”?
Al cospetto dello sguardo maschile, Haydée (Haydée Politoff) appare come l’incarnazione di una sensualità spigliata, naturale, non artefatta. Creatura sfuggente, indecifrabile, nel primo dei tre prologhi del film Rohmer la ritrae in spiaggia concentrandosi su alcuni particolari anatomici. Il secondo prologo è dedicato a Daniel, interpretato dall’artista Daniel Pommereulle. Mentre discute con il critico e scrittore Alain Jouffroy, gli mostra una sua creazione: un barattolo dipinto circondato di lamette di rasoio, metafora perfetta dell’isolamento dell’artista e della potenza dell’arte, quella vera, che ferisce. Anche qui il discorso vira sull’esteriorità dei corpi. L’eleganza, dice Jouffroy, è già il principio di una rivoluzione, perché sottolinea le differenze di ceto, esaspera il privilegio. Jouffroy descrive Daniel come un gentiluomo del diciottesimo secolo «attento alla propria apparenza e all’effetto sugli altri», dunque interessato al proprio personaggio. Sembra volerlo esortare a perseguire la via del fascino individuale attraverso una sottrazione. Si può fare il vuoto attorno a sé con le parole, ma anche con il silenzio. Adrien è interpretato da Patrick Bauchau (già in La carriera di Suzanne). Anche lui, nel terzo prologo, è impegnato in una conversazione sullo stile e la bellezza, ma il tono è più fatuo, cortese. Un’amica gli rivela di non riuscire a frequentare persone di aspetto sgradevole. La bruttezza, sostiene, è un’offesa imperdonabile: l’esteriorità del proprio corpo è una precisa responsabilità di ciascuno. La bellezza in esame, qui, non è quella statuaria, ma una combinazione di lineamenti, movimenti, espressioni, andatura, inevitabilmente influenzata dall’interno: «Il naso si muove o si arriccia a seconda di quello che uno pensa o dice». Si è brutti fuori se si è brutti dentro. Il prologo continua con il tête-à-tête tra Adrien e la fidanzata (interpretata da Mijanou Bardot, sorella minore di Brigitte), in cui emerge la divergenza di programmi per l’estate. «Qualcuno di noi deve dedicarsi a qualcosa di serio»: così la ragazza spiega la sua decisione di partire per Londra. Adrien rimane solo. In una stanza della lussuosa villa di Rodolphe in cui è ospite, vede una coppia fare l’amore: la donna, scopriremo poi, è Haydée.
Daniel e Adrien sono dandy, condividono il culto dell’eleganza e un manifesto disinteresse verso il sesso, a cui sembrano dedicarsi come a una noiosa incombenza. Il rapporto tra i due riproduce quello tra allievo-maestro, come Bertrand e Guillaume in La carriera di Suzanne. Ne La collezionista è Daniel a trovarsi nella posizione preminente, con Adrien che lo studia per eguagliarne l’ascetica indifferenza. I due si alleano immediatamente contro Haydée, polarità carica di un erotismo instancabile, percepito dagli esangui giovanotti come una forza nullificante, in grado di distruggere le fragili e narcisistiche premesse alla base della loro personalità. In un dialogo tipico di Rohmer, Adrien arriva a “cedere” Haydée a Daniel, il quale, a sua volta, dichiara di non volerne sapere. La misoginia dei due è evidente, ma Haydée non sembra toccata dalle ingiurie, tra cui quella di essere una collezionista di uomini. Inaccessibile, risponde allo scherno con un enigmatico sorriso dietro il quale, per sua stessa ammissione, si cela «rien», niente. Si concede a Daniel, anche lui convinto che la ragazza metta in scena un complesso sistema di depistaggi per conquistarlo. Il legame, com’è prevedibile, si consuma in fretta. Desideroso di intestarsi la paternità della rottura, Daniel si esibisce in una perfetta scena madre, in cui provoca la reazione della ragazza per poi riversarle addosso tutto il proprio disprezzo. Al termine della sfuriata, Haydée e Adrien scambiano un’occhiata di intesa, consapevoli entrambi della recita dell’amico.
Adrien, a questo punto, è sempre più attratto da Haydée, anche se si ostina a dissimulare. La sua assertività è una posa. Come voce narrante non spiega il film, lo falsifica sottilmente. «Volevo portare il mio livello di inattività verso limiti mai raggiunti prima», afferma. Questo proposito ascetico contrasta con il progetto di aprire una galleria d’arte. Il finanziatore è l’americano Sam, interpretato (con lo pseudonimo di Seymour Hertzberg) da Eugene Archer, critico cinematografico e reporter per il New York Times. In un dialogo piuttosto teso, Sam mette a nudo i punti deboli del giovane dandy, accusandolo di essere un nostalgico, un ipocrita e uno sfaccendato. Adrien rivendica la propria contrarietà al lavoro come un atto di eroismo. Nella sua autodifesa, coglie un punto fondamentale ancora oggi. «Alcune persone lavorano quarant’anni per ottenere una vita di piaceri, e quando la raggiungono si sentono persi, e poi muoiono». Parla di «civilizzazione del tempo libero», un riferimento a un saggio del sociologo Joffre Dumazedier, pubblicato nel 1962, Vers une civilisation du loisir? «Quando ci arriveremo, avremo perso ogni senso del tempo libero». Il dandy ha come unico imperativo fare della propria vita un’opera d’arte. Il lavoro è, dunque, un nemico mortale, e la nozione di tempo libero, lungi dall’offrire una via d’uscita, va rifiutata come consustanziale all’opprimente mondo della produzione. Coerentemente, la sequenza a casa di Sam culmina con Haydée che rompe il prezioso vaso che l’uomo ha acquistato da Adrien. Sam la schiaffeggia. Nella scena successiva, Haydée e Adrien sono in bagno. Gli indumenti verdi indossati dai due indicano una consonanza spirituale, una complicità nell’amoralità. Eterni adolescenti, entrambi rifiutano il mondo adulto del grossolano Sam. L’inquadratura stessa di Rohmer è significativa. Haydée è di spalle, vediamo il suo volto riflesso nelle ante dello specchio che ha di fronte. La scomposizione, qui, è anche un’amplificazione. Haydée e il suo riflesso occupano due terzi dell’inquadratura; l’ultimo terzo è di Adrien, il quale può conquistare spazio vitale soltanto abbracciando Haydée, cedendo al suo desiderio. Durante il tragitto verso casa, riprendono le ubbie narcisistiche dell’uomo. Haydée avrebbe orchestrato una complessa messa in scena per conquistare la «preziosa persona» di Adrien, il quale, ora, si dichiara sconfitto. Sennonché, il caso ci mette lo zampino. All’altezza di una curva, i due incrociano alcuni amici di Haydée, che invitano la ragazza a seguirli in Italia. Adrien, che ha fermato l’auto e fatto scendere la ragazza, è costretto a dare strada a una vettura alle sue spalle. Rimette in moto con l’intenzione di accostare poco più in là, ma non si ferma più, abbandonando Haydée al proprio destino. Un oscuro meccanismo interiore di sopravvivenza lo allontana dalla ragazza, la quale, del resto, non era sembrata troppo netta nel suo rifiuto di seguire gli amici in Italia. «Non ho niente da mettermi» non suona granché come scusa.
Alla fine, Adrien raggiungerà la fidanzata a Londra. Come negli altri contes moraux, il triangolo amoroso si risolve in favore della “prescelta”. Il soggetto morale trova la propria libertà nel rifiuto (come Jeanne in Racconto di primavera), ma Adrien è troppo incline all’autoinganno perché si possa chiamare in causa Kant. Le inquadrature finali, con Adrien che vaga inquieto nella grande casa vuota, lasciano supporre che la crisi sia solo rinviata. Il fallimento di Adrien (e Daniel) è evidente. I due dandy hanno preteso di trasformare la loro sensibilità estetica in superiorità morale, ma il desiderio – che Haydée incarna e insieme riflette – non accetta di farsi contenere entro una forma, seppure “bella”. Haydée è il centro opaco del film: resistendo allo sguardo maschile, manda in frantumi la sua pretesa onnipotenza. Del resto, una certa inconsistenza e la tendenza all’autoinganno sono tratti tipici degli eroi rohmeriani, i cui piani sono spesso guastati dagli agenti del caso. Rispetto ad altri film di Rohmer, qui sembrerebbe mancare l’intrigante, il personaggio che dà il via all’intreccio amoroso, come Aurora ne Il ginocchio di Claire o Clarisse ne Il bel matrimonio. Il ruolo, in effetti, non è vacante: spetta a Rodolphe, l’amico invisibile. È lecito immaginarlo mentre dispone i pezzi del gioco – Adrien, Daniel, Haydée – come un piccolo demiurgo in disparte, quasi una controfigura occulta del regista.
Scheda del film
Titolo originale: La collectionneuse
Paese di produzione: Francia
Anno: 1967
Durata: 83 min
Rapporto: 1,37 : 1
Genere: sentimentale
Regia: Éric Rohmer
Soggetto: Éric Rohmer
Sceneggiatura: Éric Rohmer, Patrick Bauchau, Haydée Politoff, Daniel Pommereulle
Produttore: Georges de Beauregard e Barbet Schroeder
Casa di produzione: Les Films du Losange, Rome-Paris Films
Fotografia: Néstor Almendros
Montaggio: Jackie Raynal
Musiche: Giorgio Gomelsky, Blossom Toes
Interpreti: Patrick Bauchau, Haydée Politoff, Daniel Pommereulle, Alain Jouffroy, Mijanou Bardot, Annik Morice, Dennis Berry
