Il fascino de Il bel matrimonio di Éric Rohmer risiede nella semplicità apparente dell’intreccio, un’impeccabile combinazione di grazia e sottile ambivalenza. Le geometrie variabili del desiderio, che Rohmer ha più volte raccontato, trovano qui uno sbocco quasi performativo, un tentativo estetico di risoluzione. È lo spunto alla base del film: la venticinquenne Sabine, studentessa di storia dell’arte, stanca di relazioni saltuarie, decide di sposarsi. Con chi? Un fidanzato non ce l’ha, ma ecco, provvidenziale, la festa di matrimonio del fratello della sua migliore amica, Clarisse. Qui conosce il cugino Edmond, avvocato ambizioso, buone maniere, sorriso affascinante. Scatta la scintilla. Sabine comincia a perseguitare il povero Edmond che, tuttavia, non sembra ricambiarla.
Uscito nel 1982, Il bel matrimonio appartiene al ciclo delle Commedie e proverbi, in cui spiccano Pauline alla spiaggia e Il raggio verde. L’esergo del film è preso da La Fontaine: «Quel esprit ne bat la campagne? Qui ne fait châteaux en Espagne?». Ovvero: quale spirito non divaga? Chi non costruisce castelli in aria? All’inizio del film vediamo Sabine intrattenersi con un uomo sposato, il pittore Simon, che lei molla perché in due non si può solo litigare e fare l’amore. Clarisse, l’amica, è una decoratrice. Borghese sazia ma non volgare, è perfettamente integrata nel proprio mondo. Sabine la invidia per questo e per il talento, ma di impegnarsi nell’artigianato non ha voglia. Disprezza il commercio. Studia a Parigi, lavora in un negozio di antiquariato a Le Mans, ma è originaria di Ballon, dove la madre e la sorella vivono nella grande casa familiare. Qui ha una camera decorosa con un brutto poster alla parete. In lei c’è un tratto infantile. Anche l’idea del matrimonio con Edmond, all’apparenza pragmatica, risulta assai contraddittoria.
La decisione di sposarsi è motivata, superficialmente, dall’ambizione di un salto di classe, un tema che attraversa più o meno in sordina tutto il cinema di Rohmer (per esempio, Racconto di primavera). Non è un caso che la madre rimproveri a Sabine una morale ottocentesca (Emma di Jane Austen è un riferimento letterario del film). Ma in Sabine il desiderio di una vita agiata, solida, priva di preoccupazioni, che un “buon matrimonio” porterebbe con sé, risponde anche a una vocazione creativa: il bisogno di dare una forma alla propria vita. Aspirante artista, Sabine cerca di piegare la realtà alla sua fantasia. L’idea del matrimonio di per sé, ovvero sposarsi per sposarsi, parodia i valori borghesi e trasforma il film in un estenuante tour de force di volontà, lo scontro tra una forza inarrestabile e un oggetto inamovibile: da un lato Sabine, ottusamente decisa a sposare Edmond, dall’altro Edmond, che di sposarsi con Sabine non ne vuole sapere.
L’opposizione tra i due personaggi principali è anche l’opposizione tra due approcci alla recitazione. Edmond è interpretato dal rodato André Dussollier. Nella sua biografia dedicata a Rohmer, Antoine de Baecque lo descrive come un professionista meticoloso, che arrivava sul set in anticipo per immedesimarsi meglio nella parte. Nonostante non fosse convinto del monologo finale, in cui Edmond esplicita il suo rifiuto a Sabine paragonandola a una bella casa di campagna quando si ha voglia di vivere in città, la sua interpretazione fu perfettamente aderente al testo. Sabine ha il volto di Béatrice Romand, che aveva esordito ne Il ginocchio di Claire, in cui insidiava un non saldissimo promesso sposo (interpretato dal già noto Jean-Claude Brialy). De Baecque ne descrive il temperamento ribelle, insofferente alla parte costrittiva del lavoro di attrice. Rohmer, pare, la scelse per questo. La trovava moderna, inimitabile. Cercava, per Le beau mariage, una giovane donna che incarnasse la propria esperienza vissuta in contrapposizione a un attore teatrale esperto. Questa frizione tra dilettantismo e rigore formale non è una novità in Rohmer. Basti pensare a Haydée Politoff, Marie Rivière, Barbet Schroeder, Laurence de Monaghan, Emmanuelle Chaulet, Joëlle Miquel o Daniel Pommereulle, scelti per ruoli di primissimo piano senza avere alcuna esperienza o quasi davanti alla macchina da presa.
La predilezione per volti poco o per nulla conosciuti o per attori non professionisti introduce un elemento di imprevedibilità in film altrimenti cesellati nei minimi particolari. In questi casi, non si può contare su un curriculum attoriale da cui derivare aspettative e giudizi morali sul personaggio, né su una recitazione altamente codificata, costruita sul repertorio mimico strutturato dell’attore professionista. Lo spettatore è più solo, più esposto all’incertezza interpretativa. Il dispositivo filmico costruito da Rohmer, dunque, è trasparente solo in apparenza. Ne Il bel matrimonio le leggi che regolano le geometrie del desiderio sono inafferrabili. Il caso, come sempre, gioca un ruolo cruciale, sollecitato dalle strategie invisibili della manipolazione e dell’inconscio. Sabine matura la decisione di sposarsi nel momento in cui una telefonata del figlioletto di Simon interrompe il suo amplesso con l’amante. L’incontro con Edmond è combinato da Clarisse, la quale, dopo il party, incoraggia Sabine sostenendo di aver assistito a un colpo di fulmine reciproco. L’appuntamento successivo tra Edmond e Sabine, a pranzo, è un capolavoro di fraintendimento e auto-sabotaggio. Colto l’interesse pressante della ragazza, il mondano Edmond fiuta il pericolo e comincia a ritirarsi. L’apice dell’imbarazzo è la festa di compleanno di Sabine. L’avvocato arriva in ritardo, controvoglia, è palesemente a disagio in un ambiente così diverso dal milieu altoborghese a cui è abituato. Alla fine, Edmond concede a Sabine un gesto di tenerezza, a cui la ragazza, disperata, si aggrappa come a un segno favorevole per ridare slancio a una volontà per la prima volta seriamente vacillante.
Ma quella di Sabine è anche una recita. Durante il confronto definitivo con Edmond, si esibisce con un certo compiacimento, sciorinando un repertorio libresco di mossette e sdegno da dama offesa. Sul treno di ritorno verso Le Mans, la vediamo sorridere e scambiare occhiate con un giovane e scapigliato studente. La conclusione è ambigua: Sabine ha capito che non si può amministrare il desiderio, oppure la sua fantasia ha già individuato una nuova preda? È facile leggere la morale del film in senso conservatore. Sabine è originaria di Ballon, lavora a Le Mans e studia a Parigi. In questo avanzamento dalla campagna alla città si intravede un’ascesa sociale che il matrimonio dovrebbe completare. Il rifiuto di Edmond sembra rimettere Sabine al suo posto. Rohmer, però, non è mai troppo assertivo, non pronuncia sentenze e non commina punizioni. Il fallimento di Sabine mostra anzitutto quanto sia dolorosamente ridicola la pretesa della fantasia di sottomettere la realtà. Ma se è vero che non si può ingabbiare il desiderio in una forma sociale, neppure è corretto leggere Il bel matrimonio come un’esortazione alla sua liberazione anarchica. Il cinema di Rohmer esiste proprio nella tensione tra il caos degli impulsi e il controllo della forma. Il bel matrimonio non scioglie questa contraddizione. Se si volesse a tutti i costi ricavare dal film una morale, questa suonerebbe come il sereno ammonimento dell’uomo maturo alla gioventù: vivi con pienezza le tue contraddizioni. Del resto, «qui ne fait châteaux en Espagne?».
Scheda del film
Titolo originale: Le beau mariage
Lingua originale: francese
Paese di produzione: Francia
Anno: 1982
Durata: 97 min
Rapporto: 1,33:1
Genere: commedia, sentimentale
Regia: Éric Rohmer
Sceneggiatura: Éric Rohmer
Produttore: Margaret Ménégoz
Casa di produzione: Les Films du Losange, Les Films du Carrosse
Fotografia: Bernard Lutic
Montaggio: Cécile Decugis e Lisa Heredia
Musiche: Ronan Girre e Simon des Innocents
Interpreti: Béatrice Romand, André Dussollier, Féodor Atkine, Arielle Dombasle, Huguette Faget, Thamila Mezbah, Sophie Renoir, Hervé Duhamel, Pascal Greggory, Virginie Thévenet, Denise Bailly, Vincent Gauthier, Anne Mercier, Catherine Rethi, Patrick Lambert
