Gli eroi giovani, belli e borghesi: “Un giorno di pioggia a New York” di Woody Allen (2019)

Un romanzetto di formazione che si esaurisce nel feticismo e nel culto della battuta brillante
Una scena del film "Un giorno di pioggia a New York"

“Nel mezzo del cammin di nostra vita / mi ritrovai per una selva oscura / ché la diritta via era smarrita”. Dio mi perdoni, e Dante pure, ma nel mondo di Netflix e TikTok Woody Allen è un pezzo da antologia, e come tale va trattato. Certo, Gatsby, il protagonista di Un giorno di pioggia a New York, non è “nel mezzo del cammin”, piuttosto nel pieno del vigore, ma smarrito sì, incerto tra il pragmatismo familiare e la vocazione romantica alla dissipazione. Dal canto suo, New York, che pure è una selva, non è oscura, neppure quando piove. Dai raggi di sole color miele che si protendono sopra lo skyline, in certi squarci di primavera che autorizzano gli anziani registi a scoprire le gambe delle giovani e belle in barba al #MeToo, la città trae una riserva di splendore che l’inevitabile uggia dell’autunno rivolge in malinconia, di quel genere che si può curare solo strimpellando al pianoforte un vecchio pezzo di Irving Berlin. Gatsby e il suo piccolo mondo antico, troppo antico per essere vero. Nel nome è inscritta l’origine “autobiografica” del personaggio interpretato da Timothée Chalamet. Prima che dell’amato Fitzgerald, Gatsby è figlio di Manhattan, le coordinate del suo mondo sono le “cose per cui vale la pena vivere”, l’elenco che Allen compilava sul divano in una memorabile seduta di auto-analisi in fondo alla quale affiorava il sorriso di Tracy. Ovvero la bellezza pura, disarmante, della gioventù. Gatsby, insomma, è un autoritratto del regista, ma idealizzato, perché quando si invecchia ci si ripensa vezzosamente, giovani e belli come gli eroi.

Gatsby è un borghese, di quella borghesia liberal tipicamente newyorkese. Da essa ha tratto gli accessori di lusso, le buone opportunità e i tic spirituali. Intellettualismo, vintagismo (la declinazione estetizzante della cara vecchia nostalgia), inquietudine. Persino, direbbero i maligni, una madre (spoiler) ex puttana, pardon: escort, ma di quelle buone, che s’innamorano di un uomo bruttino, spiantato e intelligente, lo finanziano per realizzare il suo sogno e quello le ricambia con il matrimonio, il successo, la ricchezza, così che tutto torni. O quasi. Il background ha il suo peso, la donna – lo apprendiamo in una confessione che costituisce il punto di svolta per Gatsby e il film – si è impegnata a scacciare il fantasma dickensiano degli umili natali votandosi al culto del bello. Un culto fin troppo generoso, agli occhi di Gatsby sintomo di snobismo, vacuo estetismo, frivolezza, al punto da spingerlo a tentare di evitare come un flagello divino la cena annuale a casa dei genitori.

A New York Gatsby non è solo. Lo accompagna l’incantevole Ashleigh, che racchiude nella desinenza del nome il segno di un agio familiare subito smitizzato: i suoi, racconta, non sono repubblicani, dunque sono ricchi “per caso”. Fa la cronista per il giornale del college che frequenta con il fidanzato Gatsby, deve intervistare un noto regista, Roland Pollard. Pollard è la parodia dei cineasti “impegnati”, gli Antonioni e i Bergman stelle polari del giovane Woody, ma la satira anti-Hollywood è spuntata (vedi la caratterizzazione dello sceneggiatore donnaiolo Jude Law). I cinematografari sono viziosi, superficiali, paranoici, ma è impossibile non volergli bene.

La luce di New York, che è la luce di una giovinezza perduta e sospesa nel tempo, impossibile da trattenere ma anche da distruggere, redime tutto. Nel labirinto delle coincidenze (le trappole del destino) i due giovani si separano. Li seguiamo nelle rispettive peripezie: la crisi esistenziale di Pollard, con Ashleigh un po’ spalla pietosa e un po’ musa; le confessioni del fratello di Gatsby, promesso sposo di una donna dall’insopportabile risata; la sbandata di Ashleigh per il divo latin Diego Luna e quella di Gatsby per l’aspirante attrice Shannon-Selena Gomez, latina pure lei, ma più tosta, forse quello che ci vuole per inquadrare un giovane flâneur.

Non è chiaro, però, cosa c’entri tutto questo sfoggio di romanticismo con il grande cinema che Allen ci ha regalato in passato. Un giorno di pioggia a New York è un compendio delle sue più care ossessioni, un romanzetto di formazione che si esaurisce nel feticismo (le canzoni da piano bar, i noir di Jacques Tourneur, un certo modo di essere ricchi che il trumpismo ha reso fuori moda) e nel culto della battuta brillante. Nella “selva” New York Gatsby non si smarrisce, si ritrova. Ashleigh riparte da sola per il college, spuntano il sole e Shannon sotto l’orologio di Central Park, come in un vecchio film. Ecco, Un giorno di pioggia a New York non va oltre la contemplazione di un mondo perduto, l’oggetto fuori dal tempo che chi è immerso nel tempo si pregia di esaltare solo per dirsi: ecco, sono fuori dal tempo anch’io, dunque fuori dal coro. Ma è una consolazione da poco, il riflesso di una sconfitta inaccettabile.

Scheda del film

Titolo originale: A Rainy Day in New York

Lingua originale: inglese

Paese di produzione: Stati Uniti d’America

Anno: 2019

Durata: 92 min

Rapporto: 2,00:1

Genere: commedia, sentimentale

Regia: Woody Allen

Soggetto: Woody Allen

Sceneggiatura: Woody Allen

Produttore: Erika Aronson, Letty Aronson

Produttore esecutivo: Ronald L. Chez, Adam B. Stern, Howard Fischer

Casa di produzione: Gravier Productions, Perdido Productions

Distribuzione in italiano: Lucky Red

Fotografia: Vittorio Storaro

Montaggio: Alisa Lepselter

Effetti speciali: Roy Savoy, Eran Dinur

Scenografia: Santo Loquasto, James C. Feng, Susan Bode

Costumi: Suzy Benzinger

Trucco: Stacey Panepinto

Interpreti: Timothée Chalamet, Elle Fanning, Selena Gomez, Rebecca Hall, Cherry Jones, Jude Law, Diego Luna, Liev Schreiber, Kelly Rohrbach, Will Rogers, Suki Waterhouse