Se non hai, non sei. “Ricchi… da morire” di John Patton Ford (2026)

Una commedia nera sull’eredità come dannazione e sulla ricchezza come forma terminale del desiderio
Glen Powell in una scena di "Ricchi... da morire - Delitti in famiglia" ("How To Make a Killing", 2026) di John Patton Ford, qui recensito

Ricchi… da morire di John Patton Ford ha un nucleo tragico mascherato da commedia. È un apologo sull’idiozia di questi tempi in cui il denaro è una fonte di legittimazione quasi ontologica – se non hai, non sei. L’eredità è il dispositivo attraverso cui Ford trasforma la genealogia familiare in competizione, mettendo in scena una brillante carrellata di morti in serie. Il cuore del film, però, è altrove: in una brama di ricchezza che si autoalimenta, priva di necessità, producendo una sorta di dissociazione morale da cui non sembra esserci via d’uscita.

L’ossessione di Becket Redfellow è la “vita giusta”, quella alla quale è stato strappato quando la madre, Mary, ha deciso di tenerlo, perdendo così i favori del prestigioso casato a cui apparteneva. Scacciata dal padre dalla magione dei Redfellow, rimasta sola per la morte del compagno, Mary cresce il bambino preparandolo a un futuro di ricchezza, convinta che prima o poi Becket rientrerà nell’asse ereditario. E dunque: lezioni di tiro con l’arco, equitazione e pianoforte, gli amichetti ricchi. Le cose precipitano quando una malattia la porta via, ancora giovane. Becket entra in un istituto per minori, ma porta sempre con sé una ciocca di capelli della madre e la sua voce, che lo esorta a non arrendersi finché non avrà raggiunto il posto che gli spetta.

E Becket obbedisce. Quando perde il lavoro di commesso in un negozio di abiti da uomo, si ricorda di un gioco con la vecchia amica Julia. Nella linea di successione allo sterminato patrimonio dei Redfellow è settimo. Gli basterà ammazzare i sei prima di lui. Becket comincia così la sua scalata. Elimina zii e cugini con metodi sempre più sofisticati e ingegnosi. L’escalation omicidiaria coincide con un’immersione nei cliché del privilegio: il broker impasticcato, l’artista fallito, il finanziere amareggiato, il predicatore venale, la filantropa cinica e infine lui, il nonno, che ha il volto scavato di Ed Harris, spietato come ai tempi di A History of Violence.

Tra un omicidio e l’altro, Becket conosce la maestra di liceo Ruth. A un certo punto, potrebbe mollare tutto, sposarsi, vivere in pace. Ha un buon lavoro nella finanza, i soldi non sono più un problema. E invece no: l’impulso di portare a termine il piano è troppo forte, più forte anche dell’amore per Ruth. Per Becket è tardi: il bisogno di denaro e di legittimazione sociale si è trasformato in coazione. In un ideale triangolo, l’altro polo morale è incarnato da Julia, interpretata da una Margaret Qualley sensuale, elegante, cinica e perversa. Quando ritrova Becket dopo anni nel negozio di abbigliamento, Julia sembra attratta dalla sua semplicità, dalla sua modesta estrazione. Ma forse è solo noia. Più avanti, quando le morti tra i Redfellow cominciano a fare notizia, Julia capisce il suo gioco, e lo ricatta: ha bisogno di soldi per salvare l’azienda del marito. Non cerca di fermare Becket, anzi sembra spingerlo a completare l’opera.

La borghesia, segretamente, sogna il proprio annientamento, una fuga definitiva dal sortilegio della ricchezza. La logica dello sterminio applicata da Becket è interna al sistema. Becket non è un liberatore: non spezza l’incantesimo, lo subisce e lo intensifica. La magione dei Redfellow funziona su di lui come un oscuro polo di attrazione. Lì è cominciata la tragedia, lì si concluderà. Becket ammazza il nonno, eredita, finisce in galera. Per colmo di paradosso, viene condannato per l’unico omicidio che non ha commesso – quello del marito di Julia. Racconta la sua storia dal carcere, in un lungo flashback, alla presenza di un prete. La confessione è lo strumento di cui Ford si serve per muoversi con leggerezza in una storia di cupidigia, menzogna e ipocrisia. Il prete, è chiaro, siamo noi spettatori. Becket ci mette a nostro agio, ci obbliga a sospendere il giudizio e alla fine rovescia su di noi la sua tragedia. Mentre lascia il carcere con Julia, che lo salva in extremis tirando fuori il biglietto da suicida del marito, Becket ci ricorda che il nostro non è un mondo perfetto. La voce della coscienza si può tacitare: basta piegare il capo controvento.

Sono le esatte parole del nonno, di cui Becket ora è legittimo erede anche sul piano simbolico. Il film si apre con il protagonista in prigione e finisce con l’auto di Becket e Julia che entra nella casa dei Redfellow. Non si esce dall’eredità, dalla sua dannazione. La circolarità ideale del film sembra alludere non solo allo stallo esistenziale di Becket, ma anche a un ordine bloccato, quello di una società in cui la trasmissione ereditaria della ricchezza è sempre più una fonte decisiva di potere. Becket non è un outsider; era un Redfellow dalla nascita. Adesso, finalmente, è dove doveva essere.

Se Ricchi… da morire funziona, malgrado il terribile titolo italiano, la regia scolastica di Ford e la fotografia troppo levigata di Todd Banhazl, è soprattutto grazie a Glen Powell, ottimo nei panni di Becket. Il suo viso simpatico, gioviale, aperto, rivela una notevole mobilità espressiva, capace di assecondare l’ambiguità del personaggio. A conti fatti, Becket è un fallito. Ma è questo genere di falliti che, tristemente, eredita il mondo.

Scheda del film

Titolo originale: How to Make a Killing

Regia: John Patton Ford

Sceneggiatura: John Patton Ford

Soggetto: tratto da Israel Rank: The Autobiography of a Criminal di Roy Horniman e da Kind Hearts and Coronets di Robert Hamer e John Dighton

Produzione: Graham Broadbent, Pete Czernin

Fotografia: Todd Banhazl

Montaggio: Harrison Atkins

Musiche: Emile Mosseri

Casa di produzione: Blueprint Pictures

Distribuzione: StudioCanal

Date di uscita: 20 febbraio 2026 (Stati Uniti)

Durata: 105 minuti

Paesi di produzione: Francia, Regno Unito

Cast: Glen Powell, Grady Wilson, Margaret Qualley, Maggie Toomey, Jessica Henwick, Bill Camp, Zach Woods, Topher Grace, Ed Harris, Bianca Amato, Raff Law, Alexander Hanson, Sean Cameron Michael, Stevel Marc, Phumi Tau, Adrian Lukis, James Frecheville, Nell Williams