Veneto cannibale. Francesco Sossai e la provincia horror di “Altri cannibali” (2021)

Francesco Sossai indaga la solitudine e l'alienazione della provincia Veneta in un buddy movie atipico, venato di horror.
Un'immagine di "Altri cannibali", il film di Francesco Sossai (2021) qui recensito

Altri cannibali, primo lungometraggio di Francesco Sossai, ricalca in superficie lo schema del buddy movie che ritroveremo anche nel successivo (e acclamato) Le città di pianura. Il tono di entrambi i lavori è anti-retorico, sospeso e allucinato, ma le differenze sono significative. L’atmosfera di Altri cannibali è lugubre, tende all’horror. Il film è girato in un bianco e nero plumbeo. L’amicizia non basta a lenire la disperazione, l’analisi del contesto sociale è meno esplicita che in Le città di pianura e la musica ha un peso narrativo minore. Fausto e Ivan si ritrovano per un weekend in Valpiana. Non sappiamo come si siano conosciuti, probabilmente online. I dialoghi scarni, pieni di pause e di silenzi, e gli agghiaccianti preparativi nel bagno della baita di Fausto definiscono i contorni della vicenda: Ivan vuole morire, Fausto è pronto a mangiarlo. Gli imprevisti del caso e una volontà non proprio ferrea impediranno ai due di portare a termine il proposito.

Il punto di vista privilegiato da Sossai è quello di Fausto. Operaio in una fabbrica da vent’anni, conduce un’esistenza alienata, segnata dalla morte del padre. Fu lui a trovare il corpo del genitore, caduto mentre, ubriaco, scavalcava il cancello di casa. A inizio film, Fausto tinge i lunghi capelli di biondo: un cambiamento che sembra preludere a una trasformazione più estrema. La sua fantasia preferita è quella di assaggiare gli altri. Ne immagina il sapore, spiega a Ivan. Il cannibalismo di Fausto è l’espressione di un desiderio di contatto con l’altro libero dalle dinamiche disfunzionali della fabbrica e della famiglia (con cui intrattiene rapporti pessimi) e, insieme, la metafora di un ordine sociale distruttivo. Il Veneto industriale fagocita sé stesso, e così fanno i suoi figli. Ivan («un nome russo», nota Fausto) è un ricercatore in filosofia. Con i suoi piccoli occhi neri, è una figura sconcertante, dostoevskijana. Stanco della vita, non ha però il coraggio di uccidersi. Al contrario del nichilista Kirillov, che ne I demoni si uccideva per affermare la libertà assoluta dell’uomo in un mondo senza Dio, Ivan non sembra capace di slanci titanici. La modernità neoliberale arranca nel vuoto di valori e idee. Le vecchie forme di solidarietà sono state erose dalla competizione sfrenata, alimentata dal miraggio dell’arricchimento. Gli uomini sopravvivono in uno stato larvale, annegando il dispiacere nell’alcol. Tutto questo Sossai non lo dice apertamente, ma lascia che traspaia dalla stanca parabola dei due protagonisti, in cui è possibile vedere il riflesso di una sconfitta storica. L’operaio e l’intellettuale, tradizionalmente investiti dalla cultura socialista di una funzione di trasformazione collettiva, sono ormai figure degradate, marginali, politicamente inerti.

La mancanza di coltelli affilati in casa, un pranzo imprevisto a casa della madre di Fausto, l’incontro con un vecchio montanaro e un acido consumato di notte, nei boschi, offriranno a questi due monconi di uomini l’occasione di fraternizzare un po’. Fausto, in particolare, ricorderà la gioia più perfetta della sua vita, la vittoria dell’Italia ai Mondiali del 1982, anche questa un’eco nostalgica di un mondo tramontato. Nel confronto finale, Ivan rinfaccerà a Fausto la sua natura di sognatore. Gli basta questo: illudersi, per trovare un po’ di conforto. Così si spiegano i progetti abortiti – mollare la fabbrica, aprire un chiringuito in Costa Rica, guidare ambulanze. L’agghiacciante perversione confessata da Fausto ha l’effetto di sottrarre consistenza a Ivan, il quale, suo malgrado, è ridotto all’ennesimo banco di prova fallito dal compagno. Nel primissimo piano di Fausto, la nuca di Ivan è una chiazza nera che sbarra lo sguardo – e viceversa nel controcampo. In Altri cannibali il contatto umano non redime, non trasforma. L’altro rimane un limite invalicabile.

Ivan torna a casa, Fausto riprende la propria vita. Durante un turno di lavoro, un collega perde un dito a un macchinario. Fausto lo infila in bocca di nascosto, lo mastica con disgusto. Alla fine del film lo troviamo nella camera da letto della casa che divide con la madre. Ha i capelli tagliati corti, prova alcuni abiti dismessi del padre. Bacia la mamma, sorride allo specchio, sconfitto nelle sue velleità, ma integrato in un’identità che, se da un lato opprime, dall’altro garantisce un senso di appartenenza.

Coerente con questa desertificazione morale, Sossai adotta uno sguardo disincantato, non giudicante. Le scene di lavoro in fabbrica o l’uccisione del maiale testimoniano una vocazione da etnografo, assecondata dall’ampio uso della camera a mano e dalla scelta, per alcuni ruoli, di attori non professionisti. Tra questi, Walter Giroldini, il cui Fausto è un incrocio tra Sandy Marton, un antieroe di Kaurismäki e il Mickey Rourke di The Wrestler. Ivan è il più esperto ma non meno efficace Diego Pagotto. La fotografia è di Giulia Schelhas.

Scheda del film

Lingua originale: italiano

Paese di produzione: Germania

Anno: 2021

Data di uscita: 03/12/2021

Durata: 96 min

Dati tecnici: B/N

Genere: orrore, drammatico

Regia: Francesco Sossai

Sceneggiatura: Francesco Sossai, Adriano Candiago

Produttore: Cecilia Trautvetter

Produttore esecutivo: Andreas Louis

Casa di produzione: Deutsche Film und Fernsehakademie Berlin

Distribuzione in italiano: Vivo Film

Fotografia: Giulia Schelhas

Montaggio: Ginevra Giacon

Musiche: Davide Rizzardi, Sebastian Pablo Poloni

Scenografia: Tatiana Bastos

Costumi: Tatiana Bastos

Interpreti: Walter Giroldini, Diego Pagotto