Esistere contro i fatti. “Camminare”, Thomas Bernhard (1971)

Una riflessione radicale sull’impossibilità dell’intelletto, sull’inconsistenza del linguaggio e sulla vocazione autodistruttiva dell’uomo
Thomas Bernhard, autore di "Camminare" qui recensito, mentre passeggia per le vie di una città

In Camminare (Gehen), romanzo breve del 1971, compaiono entrambi i grandi topoi bernhardiani: il suicidio e l’internamento. Soprattutto, c’è l’abitudine che, forse più di altre, rivela l’inquietudine dei personaggi di Bernhard, un deambulare frenetico, senza meta, che dà forma e incoraggia il flusso dei pensieri, al punto che risulta impossibile pensare senza camminare e viceversa. L’alternativa, non pensare, è fuori discussione. Anche «se noi stessi per la maggior parte del tempo crediamo all’insensatezza del pensiero», resta il fatto che senza tale insensatezza «non siamo nulla». Così Oehler, rimasto orfano del compagno di passeggiate Karrer, internato nel manicomio di Steinhof. L’anonimo narratore prende il suo posto nelle camminate del lunedì, perché «non c’è nulla di più orribile del dover camminare da soli di lunedì». Se Karrer è impazzito è probabilmente per il suicidio dell’amico Hollensteiner, chimico geniale, impiccatosi perché lo Stato austriaco, nella sua «bassezza» e «ottusità», aveva tagliato i fondi dell’istituto che dirigeva. Ma questa è solo una supposizione. Come per il delitto de La fornace (1970), non riusciremo ad appurare le cause della follia di Karrer, manifestatasi nel negozio di pantaloni di Rustenschacher e preceduta da un camminare «così febbrile» come Oehler non aveva notato mai nell’amico.

Dopo la morte di Hollensteiner, per Karrer «tutto aveva il colore cupo di chi non vede più nient’altro se non il trapassare, e di chi sente che non accade più nient’altro se non il trapassare delle cose intorno a lui». Karrer è un recidivo, ma stavolta la sua pazzia è definitiva. La diagnosi la compila lo psichiatra Scherrer, il quale sconcerta Oehler per la sua superficialità. Il dottore si mostra molto interessato all’episodio del negozio di Rustenschacher, a cui Oehler attribuisce scarsa importanza, e del tutto indifferente al legame, per Oehler decisivo, tra Karrer e Hollensteiner. Scherrer è uno di quegli psichiatri digiuni di filosofia, e quindi «inservibili». Nel rimprovero di Oehler riecheggia la nostalgia di Bernhard per un’epoca mitica di sapere universale, contrapposta a un presente grottesco di specialisti e funzionari. Scherrer è un campione della «cosiddetta scienza», ma in Bernhard, a ben vedere, tutto è «cosiddetto». Il linguaggio è un tradimento della realtà, così come il nostro pensare è un tradimento del vero intelletto, il quale risulta, in definitiva, impossibile. Se l’intelletto fosse possibile, sarebbe possibile anche la storia; ma poiché l’intelletto non esiste, non esiste neppure una vera storia. Semmai, dice Oehler, esiste un sottointelletto, un pensiero surrogato che rende possibile l’esistenza proprio perché esclude il vero pensare. Noi, dice Oehler, «definiamo pensare ciò che riteniamo sia pensare, così come definiamo camminare ciò che riteniamo sia camminare, così come diciamo che camminiamo quando crediamo di camminare e camminiamo» (corsivo mio). Tutto è errore, l’esistenza è un errore. Quella di Bernhard somiglia a una metafisica negativa. Karrer, Hollensteiner e Oehler praticano l’arte di «esistere contro i fatti». La vita del Geistesmensch bernhardiano, l’“uomo di spirito”, è una mimesi, puro teatro. Non a caso, i monologhi dei protagonisti avvengono sempre alla presenza di qualcuno, come la performance di un attore. La recita, però, fallisce. Non riescono, questi raffinati intellettuali, ad adeguarsi fino in fondo alla «disinvoltura con cui la massa ha il coraggio di esistere».

In questa cornice filosofica che proclama lo squallore universale, fare figli è un abominio, è mettere al mondo nient’altro che nuova infelicità, «un’infamia», dice Oehler, che andrebbe punita con il massimo della pena. Almeno sul piano della violenza dell’invettiva, siamo oltre Leopardi. La sofferenza che la natura è capace di infliggere, l’orrore e la spietatezza con cui abusa delle sue creature più inermi, tradiscono una ricchezza di immaginazione pari solo alla capacità umana di sopportare l’infelicità. Di fronte a questo sfacelo, la soluzione prospettata da Oehler è l’estinzione (parola che diventerà, nel 1986, il titolo dell’ultimo romanzo di Bernhard). Tuttavia, per Oehler stesso questa ipotesi è un nonsenso. Non solo perché tutte le frasi sono false, ma anche perché prefigurare l’estinzione significa muoversi nell’ambito del pensiero umano, che Bernhard tratta come una specie di patologia. Una Terra «che si estingue a poco a poco» sarebbe forse «la cosa più bella», ma questa formulazione abolisce il soggetto che dovrebbe pensarla. Per chi sarebbe apprezzabile una Terra vuota se nessuno potesse testimoniarne le qualità? Ecco perché anche questa immagine, in linea con certe forme contemporanee di ecologia anti-antropocentrica, viene bollata da Oehler come il prodotto di una speculazione fallace, inaccettabile.

L’ipotesi, comunque, si inserisce appieno nel canone bernhardiano, perché l’estinzione è la forma estrema di quella liquidazione tenacemente perseguita da tutti i suoi antieroi. Come il padre dei fratelli di Amras, che sperpera il patrimonio nel gioco e nei vizi; come il figlio del principe Saurau, in Perturbamento, che verosimilmente smantellerà i possedimenti paterni; come il Konrad asserragliato nella già citata fornace, che dilapida il suo patrimonio per scrivere il saggio definitivo sull’udito; come l’erede Zoiss, che frantuma i possedimenti di Ungenach nell’omonimo romanzo breve donandoli a una genia di pazzi, scialacquatori, incapaci e galeotti. In Camminare il dispositivo della liquidazione della proprietà non è presente. L’interesse precipuo di Bernhard è per l’autoannientamento che passa per un’intensificazione del pensiero. Poco importa se ciò conduce alla pazzia. In una vita ridotta a pantomima grottesca e insensata, il camminare non è, dunque, un semplice atto fisico, ma coincide con la forma stessa della coscienza bernhardiana: un automatismo spossante, un rituale nevrotico che esorcizza, almeno provvisoriamente, la resa.

Il resoconto è la forma narrativa scelta per dare corpo a questo movimento convulso ma sterile. Lungo tutta la sua carriera, Bernhard si è mosso nel perimetro definito da poche, riconoscibilissime ossessioni. La sua scrittura è una composizione di moduli concettuali ed espressivi che si ripetono lungo l’arco di un trentennio di racconti, romanzi e, in minor misura, raccolte poetiche e lavori teatrali. La sua estrema coerenza stilistica e filosofica sfocia nella monomania, la stessa che contagia inevitabilmente i suoi protagonisti. Anche nelle opere non dichiaratamente autobiografiche ricorrono motivi e temi della vicenda personale dello scrittore. La sua bibliografia è la cartografia fedele di un’esistenza votata all’isolamento intellettuale, consacrata alla parola, quella stessa parola in cui Bernhard scrive di non confidare. La forma monologante prescelta, così ripetitiva e avvolta su se stessa, rispecchia il proposito di svelare l’inconsistenza del linguaggio. E tuttavia, tale inconsistenza può liberare una possibilità. La vita è senza senso o scopo, ma ammettendo quest’evidenza straziante è possibile ricavare un qualche fondamento su cui esistere. Anche nel vuoto pneumatico, la vita, questa ossessione suprema, può a germogliare.

Scheda del libro

La copertina dell'edizione Adelphi di "Camminare", racconto di Thomas Bernhard del 1971

Autore: Thomas Bernhard

Traduttore: Giovanna Agabio

Editore: Adelphi

Collana: Piccola biblioteca Adelphi

Anno edizione: 2018

In commercio dal: 13 marzo 2018

Pagine: 144 p., Brossura

EAN: 9788845932571