L’eredità indistruttibile. “Ungenach”, Thomas Bernhard (1968)

La sindrome dell’erede che attanaglia i protagonisti bernhardiani trova in "Ungenach" uno sbocco di ironia acida
Una foto in bianco e nero di Thomas Bernhard, autore di "Ungenach", qui recensito

Romanzo breve pubblicato nel 1968, Ungenach ha come sottotitolo Una liquidazione. La scelta editoriale chiarisce subito il programma dell’opera. La sindrome dell’erede che attanaglia i protagonisti bernhardiani trova in questo lavoro uno sbocco di ironia acida. “Protagonista” è l’immensa proprietà fondiaria della famiglia Zoiss, Ungenach, che l’erede designato, Robert, decide di smantellare con una serie di donazioni, nel tentativo di sottrarsi alla sua forza soverchiante. Fallirà. Ungenach è il simbolo di un retaggio inassumibile e tuttavia indistruttibile.

La tensione liquidatoria si trasferisce sul piano formale. In continuità con Amras e Perturbamento, Ungenach ha una struttura composita, frammentaria, non cronologica. Il romanzo è costruito come una raccolta di documenti. La prima parte è dominata dal monologo polemico del notaio Moro, riportato da Robert; la seconda mescola soprattutto pagine di diario, annotazioni e lettere del fratellastro Karl, assassinato in Africa.

Incaricato da Robert di procedere alla liquidazione dell’eredità degli Zoiss, Moro è il depositario terminale delle ragioni di Ungenach, il custode del suo corposo archivio, delle sue tradizioni e dell’ordine simbolico che rappresenta. Nel suo monologo sconnesso riecheggiano le voci del padre di Robert e Karl, morto suicida, e del loro tutore, scomparso dopo una malattia. Moro funziona da cassa di risonanza di una tradizione marcia, corrotta, ormai inservibile. L’eredità, in Bernhard, non è mai una questione puramente patrimoniale. Rifiutare Ungenach significa, per Robert, rifiutare un sistema di valori, ruoli, istituzioni, nel nome di una necessità vitale prima che morale. Ungenach è impregnata di malattia e di morte. Ma abbandonarla al proprio destino non è sufficiente: occorre interromperne la trasmissione. Per questo Robert decide di frazionare i suoi immensi possedimenti (ormai più che dimezzati rispetto all’età dell’oro) donandoli a una grottesca costellazione di emarginati, folli, inetti e criminali. Nel formalizzare questa decisione che giudica sconcertante, Moro ne approfitta per scagliarsi contro l’ottusità e l’abominio dei tempi moderni. L’avanzare del socialismo e delle pretese egualitarie disturba profondamente il suo spirito aristocratico. Moro non risparmia neppure la Chiesa, i regni e gli imperi del passato. Ai suoi occhi, ogni forma storica non è che una diversa modalità della catastrofe. Quest’idea si accompagna a una concezione patologica della natura, intesa come forza cieca e distruttrice. La vita stessa non è nient’altro che un’incessante degradazione.

Insegnante di chimica a Stanford, Robert è lo spettatore dei deliri del notaio e il filtro attraverso cui ci giunge la sua voce. Più articolata è la traiettoria del fratellastro, Karl Zoiss. Dopo la morte del padre, il giovane ritorna dall’Africa. Sembra intenzionato a stabilirsi di nuovo a Ungenach, ma la morte della cugina Sophie («travolta dalla paura») lo spinge al ritorno in Africa, dove più tardi verrà assassinato. Dell’annientamento di Sophie e dello stato di abiezione in cui è sprofondata Ungenach, Karl incolpa la matrigna, che diventa bersaglio dei suoi strali. L’accusa è quella di aver modificato la natura di Ungenach, contaminandola con il suo cattivo gusto, la sua bassezza. Sulla donna, Karl scarica una colpa assoluta, analoga a quella che Roithamer, in Correzione, e Murau, in Estinzione, riverseranno sulle rispettive madri. È un meccanismo tipico di Bernhard: travolto dalla crisi, il soggetto maschile ferito proietta sulla madre o sulla matrigna la responsabilità di una corruzione molto più vasta, alla quale concorrono anche figure paterne deboli, assenti o inadeguate.

Nel finale del libro, Robert riprende la parola, ma solo per riconsegnarla a Moro attraverso un lungo virgolettato. Si tratta di una chiusura solo sul piano del montaggio. L’appunto di Robert è datato 27 gennaio, subito dopo il funerale di Karl; le carte poste in apertura del romanzo, invece, risalgono al 7 aprile, dopo la scomparsa del tutore. Il romanzo non indica espressamente Robert come il curatore del dossier che abbiamo letto, ma non si può escluderlo. Si tratterebbe, comunque, di un organizzatore decisamente debole. I materiali sembrano addensarsi attorno a lui come detriti documentali di un mondo impraticabile eppure non ancora superato. In questo senso, l’intervento finale di Moro sembra prefigurare una beffa: Robert potrà disperdere la proprietà, ma non tacitarne la voce. Anche quando sarà smembrata, Ungenach permarrà come residuo spettrale sul fondo della coscienza. Continuerà a parlare finché l’ultimo Zoiss sarà vivo.

Scheda del libro

La copertina dell'edizione Adelphi di "Ungenach" di Thomas Bernhard

Autore: Thomas Bernhard

Traduttore: Eugenio Bernardi

Editore: Adelphi

Collana: Piccola biblioteca Adelphi

Anno edizione: 2021

In commercio dal: 17 giugno 2021

Pagine: 98 p., brossura

EAN: 9788845935992