La verità (non) vi renderà liberi. “Bugonia” di Yorgos Lanthimos (2025)

Un’opera intelligente, estetizzante ma fin troppo furba, che riduce in farsa un nucleo potenzialmente tragico
Emma Stone nei panni dell'aliena di "Bugonia", film del 2025 di Yorgos Lanthimos qui recensito

Il capitalismo è una forza aliena: lo sostiene Nick Land in Meltdown. Lanthimos quel libro spaventoso forse l’ha letto, forse no, ma che coincidenza trovare, in Bugonia, Emma Stone rasata a zero, truccata come il Bowie/Pierrot di Ashes to ashes, legata a un tavolaccio e interrogata da due che sembrano usciti da una parodia di Un tranquillo weekend di paura. A lei, Michelle Fuller, dirigente di un’importante azienda farmaceutica, Teddy Gatz e il cugino Don rinfacciano di essere una creatura proveniente dallo spazio profondo.

Bugonia prende alla lettera la metafora teorica landiana e la trasforma in una mitologia demente, costruita nei bassifondi della blogosfera cospirazionista. La questione, però, non è la genealogia delle fonti o la ricchezza dei riferimenti, ma il modo in cui Lanthimos organizza il materiale per eludere il centro politico del film e ricavarne un’opera piacevole, intelligente, estetizzante ma fin troppo furba.

La teoria di Teddy è che gli alieni stiano tramando per distruggere l’uomo. Come? «Caging us, poisoning us, choking us out» – imprigionandoci, avvelenandoci, strozzandoci, spiega al docile e remissivo Don. Infiltrata ad altissimi livelli, la feccia interstellare guida un conglomerato tecno-industriale che sta annientando il pianeta. Le api sono lo specchio della crisi. La piaga si chiama CCD, Colony Collapse Disorder, il fenomeno per cui le colonie si spopolano bruscamente: le operaie abbandonano la regina, le larve e le scorte di cibo nell’arnia. Lanthimos apre il film con alcune splendide immagini (i due cugini sono apicoltori) che stabiliscono il suo approccio “microcosmico”. Il montaggio alternato mette a confronto il workout mattutino di Michelle (tipo American psycho) con quello assai più misero dei due cugini, che preparano il rapimento della CEO, identificata come la responsabile ultima della catastrofe. Abnegazione: l’addestramento culmina nella castrazione chimica, affinché gli impulsi corporei non distraggano i due valorosi.

L’azione del rapimento è maldestra, ma riesce. Il piano è ambizioso. Tramite la presunta andromedana di sangue blu Michelle, Teddy vuole parlamentare con gli alieni, costringerli alla ritirata. Ma Michelle è tutt’altro che arrendevole. È fredda, calcolatrice, intelligente e piena di risorse. Scorrono frammenti della sua vita professionale. Ritratta in carrellate kubrickiane, Michelle si muove in spazi ampi, luminosi, geometrici, razionali, futuribili, così diversi dagli ambienti caotici, sporchi e trascurati di casa Gatz, che offrono il controcampo di un’America rurale arretrata, in decomposizione. Tipica campionessa di un capitalismo progressista, Michelle parla la lingua dell’oppressione neoliberista, un idioma in apparenza sognante, generoso e conciliante, in realtà fitto di minacce subdole e double bind. Sono le diciassette e trenta, sentiti libero di andare, a meno che tu non debba lavorare, nel qual caso devi assolutamente rimanere. Michelle annuncia la nuova era con un tono trionfale, ma inquadrata dall’alto, di lato, secondo una prospettiva inquietante, vagamente hitchcockiana. Il capitalismo non ama la libertà, ama ciò che consente al denaro di moltiplicarsi senza attrito. Purché il flusso non si arresti, è disposto a rivedere continuamente se stesso, le proprie parole d’ordine, i propri modi. L’innovazione dei processi può così travestirsi da progresso morale. Questa flessibilità, questo mimetismo, rischiano di rendere il capitalismo imprendibile. Si capisce l’insofferenza di Teddy, che è stufo marcio di giochetti: basta chiacchiere, vuole solo rimediare a «ciò che ci hanno fatto».

A cosa si riferisce? Flashback in un bianco e nero onirico e un po’ grottesco: la madre malata, curata con un farmaco sperimentale anti-oppioide prodotto proprio dalla Auxolith di Michelle. La donna finisce in coma. Michelle si scusa per l’errore e si propone di sostenere le spese mediche. Teddy, dunque, non è un marxista un po’ svampito, non è un vero rivoluzionario, ma un figlio succube di una madre complottista, cresciuto senza un padre e abusato da un ex babysitter ora poliziotto (una sottotrama interessante, ma appena accennata). La tentazione di ricondurre tutto a un identikit problematico è forte. Teddy è un marginale, un individuo degradato, white trash; Don è neurodivergente. La sorpresa, però, è che i due hanno ragione: Michelle è davvero un’aliena.

E qui cominciano i problemi. La patologia, il trauma e il complottismo sono i dispositivi attraverso cui Lanthimos rende instabile l’allegoria della disumanità del capitalismo. Il film organizza i suoi materiali in modo da deresponsabilizzarsi. Parte da un’immagine teorica potente (la natura aliena del capitalismo), la presenta attraverso il delirio di due disadattati, la trasforma in realtà e infine la risolve in farsa. Fedele al suo sguardo, Lanthimos si concentra sul gioco di potere tra Michelle e i suoi sequestratori, privilegiando il ribaltamento dei rapporti di forza all’interno di un microcosmo disfunzionale, in cui verità e menzogna sembrano confondersi. Da un lato il complottismo più demenziale, che ha preso il posto di una coscienza politica articolata; dall’altro un entusiasmo tecnocratico per le sorti del genere umano che, credendosi salvifico, si rovescia nel peggior cinismo corporativo. Tertium non datur. Chiamato a identificarsi, lo spettatore oscilla da Teddy a Michelle senza potersi decidere. Il suo stallo trova una corrispondenza nel povero Don, che finisce distrutto dall’incertezza.

Il punto, però, è che le due posizioni non sono moralmente equivalenti. In Teddy c’è un nucleo tragico che resiste alle ironie, più o meno facili, che il film gli riserva. Il complotto è vero, ma la sua narrazione è politicamente inservibile. L’intuizione di Teddy si traduce in una conoscenza deformata, grottesca; in questo modo, l’azione non ha nessuna possibilità di trasformarsi in emancipazione. Al delirio dei suoi carcerieri, Michelle non oppone una ragione superiore, ma una razionalità mostruosa, un ordine colpevole, insostenibile. Tornata sulla navicella madre, in un crescendo antropologicamente pessimista ma visivamente naïf e cartoonesco, l’imperatrice degli andromedani dichiara fallita la missione di salvataggio della razza umana. Un paradosso in linea con la retorica neoliberista, che premia la responsabilizzazione individuale davanti al disastro prodotto dalle élite. Prima gli andromedani, con il loro esperimento, rendono il mondo inabitabile, poi annientano gli esseri umani perché non sanno abitarlo.

Le distese di cadaveri sul finale ricordano E venne il giorno di Shyamalan, un eco-horror reminiscente degli anni Sessanta. Un’immagine inquietante, ma di facile lettura. È la contro-utopia dell’Occidente schiacciato da un senso di colpa inemendabile. La sceneggiatura di Will Tracy è una riscrittura del coreano Save the Green Planet!, ma il titolo del film, “bugonia”, rimanda a un mito georgico: la nascita di uno sciame di api dalla carcassa di una vacca. La parentesi grottesca dell’Antropocene finisce archiviata con una gag degna del Dottor Stranamore. Le api danzano di nuovo sui fiori. La canzone che le accompagna è Where Have All the Flowers Gone, inno antimilitarista di Pete Seeger.

Scheda del film

Lingua originale: inglese

Paese di produzione: Stati Uniti d’America, Corea del Sud, Irlanda

Anno: 2025

Data di uscita: 28 ottobre 2025 (Stati Uniti)

Durata: 120 min

Dati tecnici: B/N e a colori, rapporto 1,50:1

Genere: commedia, drammatico, fantascienza, poliziesco

Regia: Yorgos Lanthimos

Soggetto: remake del film Jigureul jikyeora! di Jang Joon-hwan

Sceneggiatura: Will Tracy

Produttore: Yorgos Lanthimos, Ari Aster, Lars Knudsen, Emma Stone, Miky Lee, Andrew Lowe, Ed Guiney

Produttore esecutivo: Jerry Kyoungboum Ko, Khan Kwon

Casa di produzione: Square Peg, CJ ENM, Fruit Tree, Element Pictures

Distribuzione in italiano: Universal Pictures

Fotografia: Robbie Ryan

Montaggio: Giōrgos Mauropsaridīs

Musiche: Jerskin Fendrix

Scenografia: James Price, Prue Howard, Amber Rose Thompson (non accreditata)

Costumi: Jennifer Johnson

Interpreti: Emma Stone, Jesse Plemons, Aidan Delbis, Stavros Halkias, Alicia Silverstone