Un posto tranquillo di Matsumoto Seicho è un noir misurato e sottilmente inquieto, nella migliore tradizione dello scrittore giapponese. Il dispositivo dell’indagine è basato su una sproporzione: da un lato, la precisione delle inferenze; dall’altro, l’esiguità delle evidenze su cui queste si fondano. La ragione paranoica è, per il protagonista, la via di accesso privilegiata alla verità, ma si rivelerà anche la sua condanna.
Funzionario al ministero dell’agricoltura, Asai viene a trovarsi suo malgrado al centro di un intrigo familiare: la moglie Eiko ha un malore mentre è in visita nel quartiere Yoyogi di Tokyo. Soccorsa dalla proprietaria di un negozio di profumi, si accascia e muore. La diagnosi medica non lascerebbe spazio a dubbi: la donna soffriva di cuore. E tuttavia Asai non è soddisfatto. L’inspiegabile presenza di Eiko a Yoyogi, quartiere di ville, condomini di lusso e alberghi a ore, è un dettaglio che apre un fronte di incertezza, tanto più intollerabile per un uomo meticoloso e possessivo come Asai. Il suo avanzare nell’indagine è anzitutto un avanzare nel pensiero. Asai elabora una teoria; il romanzo le concede quel minimo di evidenze necessarie perché sembri valida; Asai la dà per acquisita e formula su di essa nuove inferenze. Ma nel mondo poliziesco un conto sono gli indizi, un conto le prove. Qui di prove non ce ne sono, eppure Asai non recede. Tratta le acquisizioni ipotetiche come fossero certezze. La sua indagine è un po’ ricerca della verità e un po’ proiezione. Per questa via epistemologicamente equivoca, arriva alla scoperta della doppia vita della moglie, una donna adorabile ma di cui, per sua stessa ammissione, non era poi così innamorato. Per Asai comprendere cos’è realmente successo a Eiko non risponde a un’astratta esigenza di giustizia, è piuttosto un modo di appropriarsi di una donna che in vita gli era sfuggita, negandogli l’intimità sessuale. Al culmine di questa ricerca, la rabbia che cova dietro l’apparenza di borghese mite e integrato puntualmente esplode. Dal confronto con l’amante della moglie, Asai non vuole una spiegazione: vuole un’umiliazione. Kubo non è disposto a concederla, e Asai lo uccide. L’aggressione è chiaramente premeditata, ma Asai la racconta a se stesso come l’impulso di un momento. È un segnale che ci costringe a riconsiderare la lucidità del personaggio, la sua padronanza della narrazione. Del resto, prima di morire Kubo non aveva confermato fino in fondo la teoria di Asai. Eiko è destinata a rimanere, almeno in parte, un mistero.
Il plot twist, a metà circa del romanzo, ne modifica la struttura. Matsumoto non è nuovo a questo genere di depistaggi. In Tokyo Express e in La ragazza del Kyūshū la titolarità dell’indagine si trasferisce da un personaggio a un altro, come il testimone di una staffetta. In Un posto tranquillo Asai rimane il centro focale del racconto, ma la sua funzione cambia: il detective, colui che organizza l’indagine, ne diventa l’oggetto. La trovata è notevole soprattutto perché Matsumoto non modifica la personalità del suo protagonista. Asai si mantiene intelligente, caparbio e accorto quasi fino all’ultimo. Ma mentre nella prima parte del romanzo la sua razionalità sospettosa e inquieta è al servizio della scoperta della verità, nella seconda parte diventa lo strumento del suo occultamento. Come un eroe tragico, Asai finisce divorato dalla stessa qualità che ne aveva decretato il successo.
La sua è una forma di intelligenza burocratica superiore. Matsumoto insiste sull’abilità di Asai come funzionario, sulla sua competenza, sulle premure servili che mette nella gestione dei rapporti con i superiori. L’uomo attribuisce molta importanza alla propria posizione. Arriva all’assurdo di misurare il tempo della prescrizione per il delitto che ha commesso in progressioni di carriera. Asai ha interiorizzato la forma mentis della burocrazia, ma è un uomo tutt’altro che ottuso. È vero: si muove con facilità in un mondo di regole, procedure e gerarchie, ma si dimostra altrettanto capace nei panni del detective dilettante, costretto spesso a improvvisare, a recitare. Questa sua capacità di adattarsi, in effetti, è coerente con la rappresentazione che Matsumoto fa della burocrazia ministeriale giapponese, una terra di mezzo in cui il confine tra funzione pubblica e interesse privato, tra discrezionalità amministrativa e abuso di potere, è soggetto a continue negoziazioni. Il prestigio lavorativo di Asai è fondato su una competenza cognitiva e relazionale. Conosce tutto sull’agricoltura, la caccia e la pesca, ma soprattutto analizza con lucidità le situazioni, prevede le richieste e le necessità dei superiori, crea contatti e stabilisce relazioni. Dopo il delitto, cerca di sfruttare a proprio vantaggio le pratiche consolidate del clientelismo per nascondere il crimine. Un fornitore del ministero intercede per lui presso una grande azienda affinché due testimoni che potrebbero collocarlo sulla scena del crimine siano temporaneamente allontanati in un viaggio premio. Il favore ha un costo che lo stesso fornitore si accolla, certo che Asai saprà ricambiare il piacere. Pur consapevole del rischio che corre esponendosi in questo modo, Asai non ha la percezione della gravità morale del proprio comportamento. È semplicemente il modo in cui il sistema funziona.
L’ossessione è il punto di forza e di debolezza di Asai. Senza questo tratto, non avrebbe scoperto la tresca della moglie. Ma la smania di prevedere le conseguenze potenzialmente infinite delle proprie azioni non riesce ad arrestarsi in tempo, producendo l’anomalia che lo condannerà. Trovatosi fortuitamente davanti ai due uomini che potrebbero riconoscerlo, Asai fugge. Ed è proprio la sua sagoma, lanciata in una corsa isterica e vagamente ridicola, che uno dei due testimoni ricollega alla silhouette che, la notte del delitto, si allontanava dalla radura in cui poche ore dopo sarebbe stato ritrovato Kubo. In un noir classico, la fuga precipitosa in strada condurrebbe forse Asai dritto alla morte, per esempio sotto un’auto in corsa. Matsumoto è più sottile e “burocratico”. Il gesto si trasforma in un indizio, l’indizio produce l’apertura di un’inchiesta. Impronte sull’arma del delitto non ce ne sono, ma si sa, «un alibi sospetto porta sempre a qualcosa».
È quasi un contrappasso: un uomo abituato ad amministrare la propria vita e i corpi altrui finisce tradito dal proprio corpo, dall’incapacità di controllarlo. La ripetizione istintiva di un gesto – la corsa – rompe l’illusione coltivata da Asai di un tempo lineare, quel progresso che dovrebbe portarlo quasi inevitabilmente ai gradini più elevati della gerarchia. I due testimoni, che hanno scoperto di dovere ad Asai il loro viaggio premio e lo inseguono con ostinazione per ringraziarlo, sono quasi figure (ironiche) del rimosso che ritorna, della colpa che perseguita e non si lascia amministrare. Matsumoto, però, non ne fa una questione metafisica. La dinamica è quella di un banale equivoco amministrativo. Peraltro, l’intreccio è risolto in poche righe. Una sobrietà in linea con lo stile del romanzo, in cui l’ossessione per i dettagli, la topografia e il particolare che non torna trova un’espressione misurata, poco appariscente. Per buona parte della sua durata, Un posto tranquillo aderisce quasi perfettamente alla coscienza di Asai, il quale si dimostra lucidissimo nelle scelte operative, molto meno nella comprensione dei propri moventi. Matsumoto ci mette a parte del lavoro mentale del protagonista, ma senza che questo si traduca in una reale introspezione. La psicologia emerge soprattutto dall’azione. Asai osserva, calcola, prevede e organizza, e questo suo incessante lavoro mentale si traduce in movimento. Perlustra quartieri, hotel, interroga testimoni, viaggia in autobus, pedina Kubo, cammina per ore, corre. Ma questa padronanza non è sufficiente a mantenere il controllo. Nel finale, Asai è spodestato dalla narrazione. Matsumoto gli sottrae il privilegio della focalizzazione: segue i due testimoni nei loro tentativi di rintracciare il misterioso benefattore, ed è qui che il suo destino si compie. In Un posto tranquillo la forma dell’indagine e la forma del racconto finiscono così per coincidere in una struttura che tiene insieme ritratto psicologico, drammaturgia della colpa e affresco sociale. Matsumoto riscrive le convenzioni del noir dall’interno, in un modo quasi impercettibile. È questa la grande forza del romanzo, ancora intatta a decenni dalla sua uscita.
Scheda del libro

Autore: Matsumoto Seichō
Traduttrice: Gala Maria Follaco
Editore: Adelphi
Collana: Fabula
Edizione: 4ª
Anno edizione: 2020
Anno prima uscita: 1975
Formato: brossura
In commercio dal: 19 novembre 2020
Pagine: 195
EAN: 9788845935084
