Il noir come macchina morale. “La ragazza del Kyūshū” di Matsumoto Seichō (1961)

Vendetta, disuguaglianza e colpa nel noir di Matsumoto: un romanzo moralmente potente, ma narrativamente meno compatto di altre sue opere.
Una foto in primo piano di Matsumoto Seichō, autore di "La ragazza del Kyūshū" (1961), qui recensito

La ragazza del Kyūshū di Matsumoto Seichō è poco convincente come noir, ma come macchina morale possiede una forza notevole. Rispetto a Tokyo Express e a Un posto tranquillo, la compattezza narrativa è minore. La ricorsività della scrittura di Matsumoto è figlia del tratto ossessivo che accomuna i suoi personaggi, ma qui risente troppo dell’esigenza di ricapitolare fatti, indizi e teorie per i lettori del mensile femminile Fujin Kōron, su cui la storia fu pubblicata tra il luglio del 1959 e il marzo del 1960. La ridondanza non è però il problema peggiore del romanzo.

Alcuni snodi dell’intreccio sono psicologicamente poco credibili. La forza del libro è nella figura di Kiriko, sorella di Masao, ingiustamente accusato dell’omicidio di una vecchia usuraia. Dopo la morte del fratello in carcere, la ragazza attua una terribile vendetta nei confronti del celebre penalista Ōtzuka Kinzo, reo di non aver accettato la difesa di Masao per ragioni economiche. Kiriko è coerente con la galleria di personaggi femminili di Matsumoto: una giovane la cui marginalità sociale non è di ostacolo all’esercizio di una volontà che si rivela addirittura spietata. Il conflitto di classe che la oppone a Ōtzuka (modellato sul dualismo campagna-città) conferma l’attenzione di Matsumoto per le questioni sociali. Il sistema giudiziario giapponese, sostiene Kiriko, favorisce i ricchi sui poveri. Chi non può pagare la profumata parcella di un esperto penalista è destinato a soccombere. Ma un secondo delitto, quello del giovane Kenji, cambia le carte in tavola. Kiriko briga per incastrare Michiko, la ricca amante di Ōtzuka. Tocca allora all’avvocato implorare l’intervento della ragazza. Ed è qui che l’intelaiatura narrativa comincia però a incrinarsi.

Nel tentativo di mantenere la tensione morale tra i due poli del racconto, Matsumoto sceglie di sacrificare l’intelligenza professionale di Ōtzuka. Il penalista si riduce a pregare in ginocchio Kiriko affinché consegni al procuratore la prova che può scagionare Michiko. Matsumoto trasforma una legittima scelta professionale di Ōtzuka (non seguire il caso di Masao) in un’onta morale. Tanto più grave perché, si scopre, Masao quasi certamente era innocente. Il senso di colpa, insieme forse al desiderio di non esporsi nella difesa di Michiko senza la prova decisiva, è il dispositivo di cui Matsumoto si serve per isolare Ōtzuka e costringerlo a una progressiva degradazione. Tuttavia, è lecito aspettarsi che in una condizione analoga un penalista di successo agisca in modo diverso. Ōtzuka ha esaminato i verbali del caso di Masao, ha letto la deposizione di Michiko, conosce l’astio di Kiriko nei suoi confronti. Possiede, insomma, una ricostruzione alternativa dei fatti, peraltro meglio circostanziata delle ipotesi paranoiche a cui abitualmente i detective matsumotiani si abbandonano. Basterebbe condividere con gli inquirenti i suoi sospetti per mettere in crisi l’impianto accusatorio e fornire una chance di salvezza a Michiko. Invece Ōtzuka preferisce ostinarsi a chiedere la collaborazione di Kiriko. La quale, per tutta risposta, orchestra una trappola micidiale.

Dietro lo scontro di volontà tra la ragazza e l’avvocato si nasconde un conflitto più ampio: quello tra libertà professionale e necessità morale. La prima consente di rifiutare un incarico se non sufficientemente remunerato; la seconda chiede di agire se si può impedire che la vita di un uomo vada in rovina. In virtù del suo ruolo, Ōtzuka è formalmente libero: può scegliere o meno di assistere Masao, tanto più che non è responsabile della sua detenzione. Ma in una società fortemente diseguale questa libertà rischia di produrre conseguenze tragiche. Matsumoto sottolinea che nel corso della sua carriera Ōtzuka ha dato prova di generosità professionale. Forse anche per questo l’avvocato interiorizza facilmente il rimprovero di Kiriko. Rimane però il fatto che il suo indebolimento morale obbedisce a una necessità soprattutto drammaturgica. Kiriko, dal canto suo, agisce per ripristinare una simmetria che la struttura sociale nega. Si vendica di Ōtzuka annientandone il privilegio di status, condannandolo al purgatorio dell’anonimato, alla perdita del prestigio e degli affetti.

In La ragazza del Kyūshū lo schema della colpa si inserisce in una geometria noir meno rigorosa che altrove. Gli spunti della trama sono molteplici, alcuni prematuramente abbandonati (l’inchiesta del giornalista Abe), altri destinati a passare sotto silenzio (il rapporto tra Kenji, il suo assassino e l’usuraia). Il risultato è un noir della vendetta su cui domina la presenza della vergine terribile Kiriko, che attraversa con implacabile ostinazione la prosa essenziale e a tratti “burocratica” di Matsumoto fino ad assumere, nel finale, i tratti mitici di una figura della punizione senza appello.

Voto3 su 5

Scheda del libro

La copertina dell'edizione Adelphi di "La ragazza del Kyūshū" di Matsumoto Seichō (1961)

Autore: Matsumoto Seichō

Traduttrice: Gala Maria Follaco

Editore: Adelphi

Collana: gli Adelphi

Edizione:

Anno edizione: 2021

Anno di prima pubblicazione: 1961

Formato: brossura

In commercio dal: 9 dicembre 2021

Pagine: 208

EAN: 9788845936425