C’è una scena, in Sirāt, che riassume l’esito della ricerca intorno a cui il bellissimo film di Óliver Laxe orbita. Luis (Sergi López) vaga nel deserto. È giorno, la sabbia turbina nel vento. Un fatto terribile è da poco accaduto. Arriva la notte, il vento sferza e strepita. Luis è in terra, stremato. I suoi compagni di avventura gli porgono dell’acqua, lui si disseta a fatica. «Qui c’è solo polvere», dice.
Il deserto, come lo spazio profondo, come il blu dell’oceano, come la giungla, è il luogo degli spettri. Qualunque cosa Luis si aspettasse di trovare, “qui” non c’è. “Qui” è il Marocco incendiato dal sole e pietrificato dall’arsura, la metaforica finis terrae dove il pingue e pacioso Luis ha inseguito la figlia, Mar, scomparsa da sei mesi. La ragazza doveva partecipare a un rave, ma di lei nessuna traccia. Il padre e il figlioletto Esteban non si danno per vinti, scelgono di proseguire verso la prossima festa segreta, in Mauritania, scortati da una combriccola di amici che sembra saperne di più. Nasce un’alleanza che obbedisce a uno slancio utopistico – nuovi legami familiari al posto di quelli biologici, dissolti o in cancrena, e una comunione tra corpo e spirito benedetta dal suono, il ritmo tribale, primigenio, della vita. La connessione, il contatto. Sirāt è un film fisico, impastato di polvere e sudore, scolpito dalla fotografia ruvida di Mauro Herce, propulso dalle musiche sintetiche e martellanti di Kangding Ray. La scena di apertura si sofferma sul montaggio del sound system, uno sbarramento di altoparlanti e amplificatori nel mezzo del nulla. L’obiettivo avvicina lentamente le pareti di roccia e i corpi dei raver immersi nell’estasi psichedelica. Antonius Blok ne Il settimo sigillo voleva toccare Dio, qui è il suono che si cerca di toccare. I raver, a un certo punto, si appiattiscono contro le casse che pompano bpm come pellegrini in processione (l’analogia col divino è suggerita esplicitamente da Laxe). Più tardi, saranno i corpi dei soldati a offrire ai baccanti una più scomoda superficie di contatto con il mondo, quello della violenza e della guerra.
Le sequenze dei camion in marcia nella natura ostile ricordano Sorcerer, il sottovalutato film di William Friedkin. Ma Sirāt, in alcuni punti, sembra coltivare la vaga ambizione di un giallo metafisico. Di Mar non sappiamo nulla, l’indagine fallisce nel precisare i contorni del mistero e devia a causa di un’altra spaventosa disgrazia, infine si perde, risucchiata da un’angoscia che Laxe risolve brutalmente nella tragica attualità di un campo minato e di un esodo di profughi. L’«altra festa», forse, non c’è mai stata: il viaggio di Luis, Esteban, Bigui, Stef, Josh, Tonin e Jade era, in realtà, una spedizione suicida. I raver portano sul corpo le tracce di un’esistenza già mutilata: a Tonin manca una gamba, a Bigui la mano destra, a Stef svariati denti. Il sirāt al-mustaqīm, il sentiero della salvezza che il franco-spagnolo convertito all’Islam Laxe cita nel titolo, non conduce dove si vorrebbe. Nel deserto c’è solo polvere. Eppure, il finale di quest’odissea arthouse somiglia a una strana guarigione. Sirāt è il ritratto di un’umanità distrutta, martoriata. Sul dancefloor atomico del mondo, la disperazione, camusianamente, si offre come l’unica possibilità di risalita.
Scheda del film
Lingua originale: spagnolo
Paese di produzione: Spagna, Francia
Anno: 2025
Data di uscita: 6 giugno 2025 (Spagna)
Durata: 115 min
Rapporto: 1,85:1
Genere: drammatico
Regia: Óliver Laxe
Sceneggiatura: Santiago Fillol, Óliver Laxe
Produttore: Domingo Corral, Óliver Laxe, Xavi Font, Pedro Almodóvar, Agustín Almodóvar, Esther García, Oriol Maymó, Mani Mortazavi, Andrea Queralt
Casa di produzione: Los Desertores Films AIE, Movistar Plus+, Filmes da Ermida, El Deseo, Uri Films, 4A4 Productions
Fotografia: Mauro Herce
Montaggio: Cristóbal Fernández
Musiche: Kangding Ray
Scenografia: Laia Ateca
Costumi: Nadia Acimi
Trucco: Zaira Eva Adén
Interpreti: Sergi López, Bruno Núñez Arjona, Richard Bellamy, Stefania Gadda, Joshua Liam Henderson, Tonin Janvier, Jade Oukid
