No Other Choice, il titolo del nuovo film di Park Chan-wook, suona sinistramente vicino al “there’s no alternative” di Margaret Thatcher. È l’idea secondo cui l’ordine capitalistico sia necessario e insormontabile. Rimasto senza un lavoro dopo venticinque anni, il manager di una cartiera, Man-soo, decide di far fuori uno dopo l’altro i rivali su piazza, per riconquistare un impiego che gli consenta di salvare la casa, pagare le lezioni di violoncello alla figlia autistica e, più in generale, di assicurare alla propria famiglia l’antico tenore di vita. La sceneggiatura di Park Chan-wook, Don McKellar, Lee Kyoung-mi e Lee Ja-hye adatta il romanzo The Ax di Donald E. Westlake, già portato sullo schermo da Costa-Gavras nel 2005 (Il cacciatore di teste). La decapitazione, secondo un detto coreano, è la sorte metaforica di chi è rimasto senza un impiego, ma per uno strano effetto di riflessione in questi casi è il cuore ad ammalarsi. Il protagonista, interpretato dall’ottimo Lee Byung-hun, si trasforma lentamente in un mostro, e nell’abisso trascina la sua famiglia e il film stesso. Mentre Man-soo perde progressivamente sensibilità morale, la satira sociale del film scivola dalla commedia farsesca al dramma più cupo.
Park Chan-wook costruisce il racconto attorno ai temi della disgregazione, della specularità e dell’ambiguità morale, con uno stile barocco e giocoso, fatto di profondità di campo, sovrimpressioni, prospettive bizzarre e transizioni creative. Il capitalismo è cattività che scatena gli istinti peggiori. La violenza e la sopraffazione sono insite in un sistema che esaspera la competizione e trasforma in necessità vitale anche il desiderio di status. Il piano di Man-soo è semplice: eliminare Choi Seon-chul, responsabile di linea della Paper Moon, una compagnia in forte crescita, nonché i rivali più accreditati alla successione, Beom-mo e Si-jo. In ciascuno dei tre uomini, Man-soo riconosce se stesso, la propria vita. In Beom-mo rivede il rapporto con la moglie, la propria debolezza di (ex) alcolizzato, l’incapacità di reinventarsi; in Si-jo la fatica di un lavoro umiliante e il legame con la figlia, bisognosa di cure; in Seon-chul la trappola mortale dei desideri che si avverano, la finzione del benessere materiale che non corrisponde a ciò che si vorrebbe essere. Eliminando i tre, Man-soo elimina altrettante immagini del proprio possibile fallimento.
Malgrado l’empatia iniziale, il protagonista uccide con sempre minore titubanza. L’escalation della crudeltà comincia con una ridicola coreografia a casa di Beom-mo. Il confronto fisico, degno di un film slapstick o un cartone dei Looney Tunes, è contraddistinto da uno strepitoso uso della musica diegetica (Red dragonfly, cantata da Cho Yong Pil). Al termine della colluttazione, è la moglie di Beom-mo a sparare il colpo decisivo, esasperata dall’inanità del marito. Più tardi, Man-soo uccide Si-jo rifiutandosi di guardarlo in volto. Seon-chul è vittima di una disturbante esecuzione spacciata per un incidente. Nel frattempo, a casa, Mi-ri ha capito tutto. Scava in giardino, trova i cadaveri, ma tace. Convince il figlio adolescente che ciò che ha visto nella serra, di notte, era il padre che faceva a pezzi non il povero Si-jo ma un maiale. In fondo, nella logica disumanizzata del protagonista, le tre vittime sono corpi sacrificabili, residui di un mondo industriale al tramonto, fagocitato dalle acquisizioni di multinazionali e dall’intelligenza artificiale. L’arma di cui si serve Man-soo per i suoi delitti ha un preciso valore simbolico: è la pistola d’ordinanza del padre, ex soldato in Vietnam, allevatore di maiali che perse tutto a causa di un’epidemia di febbre suina. Come a dire, cambiano i tempi, ma la storia rimane la stessa: la lotta per non soccombere.
All’inizio del film, vediamo Man-soo annunciare battaglia contro i licenziamenti che la nuova direzione ha in programma. Quando i tagli lo colpiscono, la solidarietà cede il passo all’opportunismo. Il dente cariato che lo tormenta, e che alla fine estrae con una pinza, segnala una mutazione quasi cronenberghiana: Man-soo marcisce dentro. In No Other Choice non c’è lotta di classe perché non c’è coscienza di classe. La morale neoliberista è paradossale: l’esaltazione della libertà individuale coincide con una iper-responsabilizzazione mortifera. Dinanzi al fallimento, nessuna indulgenza verso se stessi è possibile, dunque perché riservarla agli altri? Se sono colpevole di ciò che mi succede (la perdita del posto di lavoro), se non valgo niente, allora neppure gli altri. Il pensiero positivo offre un “empowerment” funzionale al ciclo produttivo. Le sedute collettive di “tapping” cui Man-soo partecipa somigliano a sessioni di rieducazione. Il lavoratore, svuotato e distrutto, viene rivitalizzato quel tanto che basta per essere immesso di nuovo nel mercato, non senza passare per una trafila di selezioni umilianti e soprusi. Lo sterminio che il film mette in scena è il prodotto di questa nevrosi collettiva. Ma Park Chan-wook non assolve Man-soo: il suo movente non è la sopravvivenza in senso stretto, ma l’incapacità di accettare la retrocessione sociale. Il protagonista seppellisce le sue vittime nel giardino di casa e ci pianta sopra degli alberi. Il concime, in fondo, è merda e piscio. Anche dalle cose peggiori, dice al figlio, può nascere il bene. Ma è un’illusione. No Other Choice apre su un radioso barbecue domenicale, l’ultima luce dell’estate assaporata fino in fondo con un abbraccio di famiglia a suggellare un momento perfetto, e chiude nella solitudine di un freddo giorno di pioggia, in una fabbrica automatizzata in cui Man-soo esulta, sì, ma con lo sguardo perso nel vuoto, sovrano di un niente disumano.
Scheda del film
Titolo originale: 어쩔 수가 없다 (Eojjeol suga eopda)
Data di uscita: 23 settembre 2025
Lingua originale: coreano, inglese
Paese di produzione: Corea del Sud
Anno: 2025
Durata: 139 min
Rapporto: 2,35:1
Genere: commedia, poliziesco, drammatico, thriller
Regia: Park Chan-wook
Soggetto: dal romanzo The Ax di Donald E. Westlake
Sceneggiatura: Park Chan-wook, Don McKellar, Lee Kyoung-mi, Jahye Lee
Produttori: Jisun Back, Park Chan-wook, Michèle Ray-Gavras, Alexandre Gavras, Hyeon-am Oh
Produttore esecutivo: Miky Lee
Case di produzione: CJ ENM Co., CJ Entertainment, KG Productions, Moho Film
Distribuzione italiana: Lucky Red
Fotografia: Kim Woo-hyung
Montaggio: Kim Ho-bin, Kim Sang-beom
Musiche: Cho Young-wuk
Scenografia: Ryu Seong-hie
Costumi: Cho Sang-kyung
Trucco: Song Jong-hee
Interpreti: Lee Byung-hun, Son Ye-jin, Park Hee-soon, Lee Sung-min, Yeom Hye-ran, Cha Seung-won, Yoo Yeon-seok, Kim Woo Seung, Choi So-yul.
