Ci sono entrambi i grandi topos bernhardiani, il suicidio e l’internamento, in Camminare (Gehen), racconto lungo o romanzo breve del 1971. Soprattutto, c’è l’abitudine che forse più di altre rivela l’inquietudine dei personaggi dello scrittore austriaco, un deambulare frenetico, senza meta, che dà forma e incoraggia il flusso dei pensieri, al punto tale che risulta impossibile pensare senza camminare e viceversa. L’alternativa, non pensare, è fuori discussione. Anche “se noi stessi per la maggior parte del tempo crediamo all’insensatezza del pensiero”, resta il fatto che senza tale insensatezza “non siamo nulla”. Così Oehler, rimasto orfano del compagno di passeggiate Karrer, internato nel manicomio di Steinhof. L’anonimo narratore prende il suo posto nelle camminate del lunedì, perché “non c’è nulla di più orribile del dover camminare da soli di lunedì”. Se Karrer è impazzito è probabilmente per il suicidio dell’amico Hollensteiner, chimico geniale, impiccatosi perché lo stato austriaco, nella sua “bassezza” e “ottusità”, aveva tagliato i fondi dell’istituto che dirigeva. Ma questa è solo una supposizione. Come per il delitto de La fornace (1970), non riusciremo ad appurare le cause della follia di Karrer, manifestatasi nel negozio di pantaloni di Rustenschacher e preceduta da un camminare “così febbrile” come Oehler non aveva notato mai nell’amico.
Dopo la morte di Hollensteiner, per Kerrer “tutto aveva il colore cupo di chi non vede più nient’altro se non il trapassare, e di chi sente che non accade più nient’altro se non il trapassare delle cose intorno a lui”. Kerrer è un recidivo, ma stavolta la sua pazzia è definitiva. La diagnosi la compila lo psichiatra Scherrer, il quale sconcerta Oehler per la sua superficialità. Il dottore si mostra molto interessato all’episodio del negozio di Rustenschacher, a cui Oehler attribuisce scarsa importanza, e del tutto indifferente al legame, per Oehler decisivo, tra Kerrer e Hollensteiner. Scherrer è uno di quegli psichiatri digiuni di filosofia, e quindi “inservibili”. Nel rimprovero di Oehler riecheggia la nostalgia di Bernhard per un’epoca mitica di sapere universale, contrapposta a un presente grottesco di specialisti e “funzionari” (Konrad, La fornace). Scherrer è un campione della “cosiddetta” scienza, ma per Bernhard tutto è “cosiddetto”. Il linguaggio è un tradimento della realtà, così come il nostro pensare è un tradimento del vero intelletto, il quale risulta, in definitiva, impossibile. Se l’intelletto fosse possibile, la Storia sarebbe impossibile, e così la natura. Noi, dice Oehler, “definiamo pensare ciò che riteniamo sia pensare, così come definiamo camminare ciò che riteniamo sia camminare, così come diciamo che camminiamo quando crediamo di camminare e camminiamo” (corsivo mio). Tutto è errore, l’esistenza è un errore. La teologia di Bernhard è puramente negativa. Karrer, Hollensteiner e Oehler praticano l’arte di “esistere contro i fatti”. La vita del Geistesmensch bernhardiano, l’”uomo di spirito”, è una mimesi, puro teatro. Non a caso, i monologhi dei protagonisti avvengono sempre alla presenza di qualcuno, come la pièce di un attore. La recita, però, fallisce. Non riescono, questi raffinati intellettuali, ad adeguarsi fino in fondo alla “disinvoltura con cui la massa ha il coraggio di esistere”.
In questa cornice filosofica che proclama lo squallore universale, fare figli è un abominio, è mettere al mondo nient’altro che nuova infelicità, “un’infamia” che andrebbe punita con il massimo della pena. Siamo oltre Leopardi. La sofferenza che la natura è capace di infliggere, l’orrore e la spietatezza con cui abusa delle sue creature “più inermi”, tradiscono una ricchezza di immaginazione pari solo alla capacità umana di sopportare l’infelicità. La soluzione, difronte a questo sfacelo, è l’estinzione (che diventerà, nel 1986, il titolo dell’ultimo romanzo dello scrittore austriaco). Prefigurando lo scenario di una Terra progressivamente disabitata dagli uomini, Bernhard regala, in anticipo sui tempi, un’immagine di ecologia negativa che sarebbe piaciuta a Timothy Morton. D’altro canto, siamo in pieno canone bernhardiano, perché l’estinzione è la forma estrema di quella liquidazione tenacemente perseguita da tutti i suoi anti-eroi. Come il padre dei fratelli di Amras, che sperpera il patrimonio nel gioco e nei vizi; come il figlio del principe Seurau, in Perturbamento, che verosimilmente smantellerà i possedimenti paterni; come il Konrad asserragliato nella già citata fornace, che dilapida il suo patrimonio per inseguire il proposito di scrivere il saggio definitivo sull’udito; come l’erede Zoiss, che frantuma i favolosi possedimenti di Ungenach nell’omonimo racconto (sottotitolo: “Una liquidazione”) donandoli a una genia di pazzi, scialacquatori, autistici e galeotti.
Il procedimento di Bernhard è sempre lo stesso: il resoconto. Lungo tutto la sua carriera, l’autore austriaco si è mosso nel perimetro definito da poche e chiare ossessioni. La sua scrittura è una composizione di moduli concettuali ed espressivi che si ripetono, immutabili, lungo l’arco di un trentennio di racconti, romanzi e, in minor misura, raccolte poetiche e lavori teatrali. La sua estrema coerenza stilistica e filosofica sfocia nella monomania, la stessa che contagia inevitabilmente i suoi protagonisti. Anche nelle opere non dichiaratamente autobiografiche, ricorrono ossessivamente motivi e temi della vicenda personale dello scrittore. La sua bibliografia è la cartografia fedele di un’esistenza votata all’isolamento, consacrata alla parola, quella stessa parola in cui Bernhard scrive di non confidare. La forma monologante prescelta, così ripetitiva e convoluta, rispecchia il proposito di svelare l’inconsistenza del linguaggio. E tuttavia, tale inconsistenza può liberare una possibilità. La vita è senza senso o scopo, ma ammettendo quest’evidenza straziante è possibile ricavare un qualche fondamento su cui esistere. Anche nel vuoto pneumatico, la vita, questa ossessione suprema, può germogliare.

Thomas Bernard, “Camminare”
Autore: Thomas Bernhard
Traduttore: Giovanna Agabio
Editore: Adelphi
Collana: Piccola biblioteca Adelphi
Anno edizione: 2018
Pagine: 125 p., Brossura
EAN: 9788845932571
