L’utopia di un cinema fatto in casa nell’America trumpiana: “Bunny” di Ben Jacobson

Una commedia slacker povera, frenetica e vitale, che trasforma due cadaveri in un pretesto per raccontare la solidarietà ostinata dell’East Village nell’America di Trump.
Mo Stark in una scena di "Bunny" (2025), il film di Ben Jacobson qui recensito

Bunny è un bravo ragazzo. Aiuta i vicini, ama la moglie. Fa il gigolò come Richard Gere in quel film di Paul Schrader, ma siamo nell’America trumpiana degli anni Venti, non nei patinati Ottanta di Reagan, perciò niente attici di lusso, vestiti Armani, donne bellissime. L’East Village non è Hollywood, è un crogiolo di sbandati, tossici, homeless che scorreggiano dai finestrini delle auto della polizia, immigrati, gente che si arrangia come può. Dei ricchi non c’è da fidarsi, pagano una marchetta e poi ti stuprano. E così Bunny, a inizio film, fugge per strada coperto di sangue dopo essere scampato alla violenza. È il suo compleanno, la moglie Bobbie per regalo ha organizzato una cosa a tre con un’amica, ma lui è troppo scosso. Quando vede il bodyguard dei suoi violentatori sotto casa, non ci pensa due volte, lo uccide.

Da Weekend con il morto in giù, il cinema americano ha proposto molte e creative soluzioni per sbarazzarsi di un cadavere. In Bunny, esordio alla regia di Ben Jacobson, i morti presto raddoppiano: al bodyguard si aggiunge un tossico trovato senza vita nel suo appartamento. I due corpi fanno su e giù per la stretta scalinata del palazzo, trascinati dalla frenesia della “famiglia allargata” di Bunny. La moglie, il padre redivivo di lei, il miglior amico Dino, la vicina cinese Linda, un’ebrea ortodossa ospite di Airbnb e un rabbino complottano per smaltire la doppia urgenza. Nel frattempo, una pattuglia di poliziotti piantona l’edificio e, al piano di sopra, fervono i preparativi per un party scatenato.

Il messaggio, se un messaggio vogliamo trovare in questa commedia slacker degna erede di Clerks (Bunny è un po’ Jay e un po’ Drugo Lebowsky), è che la solidarietà addolcisce questi tempi grami. Per il resto, si tratta di un cinema di pochi mezzi e massima resa, letteralmente fatto in casa. Nell’appartamento del film ci vivono Mo Stark (Bunny) e Liza Colby (Bobbie), marito e moglie anche nella vita; Linda è una vicina della coppia; Stark (anche sceneggiatore) e Jacobson (che, oltre a dirigere, interpreta Dino) sono amici nella vita. La trama è poco più che un pretesto per un’immersione in un East Village colorato, sballato, folle. Lo stile di Jacobson, fatto di steadicam e piani sequenza, è debitore di Laws of Gravity di Nick Gomez e certi film di Woody Allen, mentre la fotografia di Jackson Hunt offre vibrazioni anni Novanta. Nel frenetico andirivieni da un appartamento all’altro capita di incrociare, impegnati in deliziosi cameo, alcuni irregolari della cultura americana: Eric Roth, sceneggiatore premio Oscar per Forrest Gump, lo scrittore Richard Price (La vita facile) e Tony Drazan, regista del cult anni Novanta Zebrahead. Bunny celebra i residui ancora vitali di un’America spettinata e cazzona che neppure la potenza di fuoco del trumpismo d’assalto può cancellare.

Scheda del film

Regia: Ben Jacobson

Sceneggiatura: Mo Stark, Ben Jacobson, Stefan Marolachakis

Produzione: Sarah Sarandos, Scott Dougan, Mo Stark, Stefan Marolachakis, Ben Jacobson

Fotografia: Jackson Hunt

Montaggio: James LeSage

Musica: Hamilton Leithauser

Case di produzione: Pragma, Free Association

Distribuzione: Vertical

Data di uscita: 14 novembre 2025 (Stati Uniti)

Durata: 87 minuti

Paese: Stati Uniti

Lingua: inglese

Interopreti: Mo Stark, Ben Jacobson, Liza Colby, Tony Drazan, Linda Rong Mei Chen, Eric Roth, Richard Price, Henry Czerny