Un viaggio tra le atrocità della Natura. “Perturbamento”, Thomas Bernhard (1967)

L'agghiacciante traversata in un paesaggio di infermità fisiche e morali
Un particolare dalla copertina di "Perturbamento" di Thomas Bernhard tratto dalla edizione Adelphi

Il “perturbamento” (Verstörung) cui allude Thomas Bernhard in questo romanzo del 1967, il secondo dopo Gelo, è un phön malsano, lo sconvolgimento metafisico prodotto dal crollo delle false presupposizioni dell’idealismo kantiano, il rovesciamento del mito della campagna come locus amoenus, la scoperta di una natura dominata dal caos, dall’arbitrio di forze capricciose, dall’azione di un Dio malevolo che disegna topografia popolata di pazzia e morte.

Un medico condotto porta con sé, nel suo giro di visite nelle valli della Stiria, il figlio, giovane studente di mineralogia. Questi ha scritto al padre una lettera in cui, velatamente, gli imputa la responsabilità della morte prematura della madre e del tentato suicidio della sorella, e attende una risposta. La risposta è, per l’appunto, questa mostra delle atrocità, un campionario di umanità che riflette le aberrazioni di cui la natura è capace. L’anti-idillio bernhardiano comincia con la morte di un maestro (che in seguito scopriremo essere un pederasta), la grave ustione di un bambino caduto in un mastello per maiali pieno di acqua bollente, soprattutto l’uccisione della moglie di un oste per mano del bruto locale, Grössl, ora latitante. Si precisa subito lo scenario, un “mondo malato” che se anche “pretendeva o fingeva di essere sano, era pur sempre un mondo malato e gli uomini, gli individui, anche quelli cosiddetti sani, erano malati”. In campagna è possibile toccare con mano questo deterioramento della vita, come una sostanza in perenne decomposizione. “Tutti i giorni dell’anno, disse mio padre, lui andava quasi soltanto da gente ripugnante, entrando in queste case entrava dentro la brutalità, dentro la violenza, con la sua borsa da medico si muoveva in fondo esclusivamente su e giù per un mondo di delinquenti”. Il percorso dei due, padre e figlio, riecheggia quello del Buddha che appena uscito dal palazzo reale tocca con mano l’infermità del mondo. Si procede per gradi crescenti, ma non consecutivi, di astrazione, un’ascesa in senso fisico e filosofico, o un inabissarsi, in Bernhard è lo stesso. In Perturbamento la topografia è vaga come in Gelo, mancano quasi del tutto descrizioni degli aspetti esteriori della natura, la natura è resa per lo più nei suoi effetti catastrofici, fisici e psicologici. Dopo la brutalità del delitto di un ubriacone, in cui la vittima non è moralmente migliore dell’assassino (i poveri, in Bernhard, non sono di per se stessi innocenti, come in Viridiana di Buñuel), incontriamo l’immobiliarista Bloch, la maestra Ebenhöh, l’industriale innominato di Hauenstein, i mugnai Flochler, il ragazzo Krainer, tutti segnati irreparabilmente nel corpo o nello spirito. L’approdo finale è il principe Seurau, il cui torrenziale monologo occupa quasi la metà del libro, centoventi pagine ossessive, fitte di sogni, allucinazioni, teorie, in cui si precisano le coordinate filosofiche di Perturbamento, la riflessione sull’idealismo e le sue decisive contraddizioni. L’aberrazione non è dentro il cervello, ma fuori, appartiene alla natura e si rivela nella squallida morfologia della vita. Ogni individuo è un parto (mostruoso) della natura, i figli sono figli del mondo, per questo le madri, la Ebenhöh ma anche la madre del narratore, manifestano un senso di estraneità rispetto alla prole, un distacco che può sconfinare nel ribrezzo, nell’odio. L’amore non è il modo di appropriarsi di qualcuno, ci si appropria di qualcuno, scrive Bernhard, solo con la morte. “Un essere umano può sentirsi unito a un altro che ama soltanto quando quest’altro è morto, e davvero è entrato a far parte di lui”. Il padre del narratore non si è risposato perché “questo pensiero era stato sempre più respinto da nostra madre dentro di lui”. Si nasce dalla natura, si torna nella natura. La morte è un riassorbimento nella natura, nella sua follia senza fondo. La natura avanza nella sua disgregazione, e disgregandosi ingloba tutto in un ordine frastagliato e caotico, in cui la sanità è una presupposizione che non resiste a un’indagine circostanziata, una vera storia naturale.

Bloch, ad esempio, è gretto ma integro, almeno formalmente – un immobiliarista ebreo, coltissimo, che ha scelto di vivere in una comunità di bifolchi antisemiti, in un “orrendo inferno privato ai piedi dell’alpe di Glein” che lui stesso si è creato. Cionondimeno, proprio per via di questo suo confinamento (grande tema bernhardiano), Bloch gode di una vista sul mondo migliore di altri. Il medico frequenta la sua casa, trova Bloch gradevole, con lui discute interminabilmente, compie vere e proprie “autopsie sul corpo della natura”, del mondo e della storia. Nella biblioteca di Bloch non c’è posto per le amenità del romanzo, gli scrittori, è il parere del medico, sporcano la natura con il loro dilettantismo. Il disprezzo di Bernhard per le chiacchiere romanzesche era già stato espresso in Amras. La sua è un’arte virtuosistica ma negativa, percorsa da una contraddizione: raccontare una storia rimanendo sempre un filo dietro la sua dissoluzione. Perturbamento è un anti-romanzo punteggiato di immagini meravigliose e terribili. La maestra Ebenhöh, per esempio. Il disfacimento del suo corpo è preannunciato al narratore dalle “anomalie nel giardino”, che sembrano alludere “a persone disturbate nei loro ritmi”. Ex maestra, malata terminale, Ebenhöh vive in una stanza in cui si accumulano segni della fine imminente – le foto, tutte uguali, del marito barbuto, ormai morto, precipitato dall’alpe di Kor; un canarino in una gabbia, “vorace, sfacciato”; la biancheria che la donna non si premura di nascondere più, “impregnata dell’odore della malattia inguaribile”. Per il narratore, anche il sorriso di Ebenhöh appena sveglia è “orrore, nient’altro che orrore”. La conversazione seguente con il padre medico è “uno scambio di bugie”, perché la cultura, al cospetto della natura, è insufficiente. La maestra ripercorre una storia di sciagure famigliari – la sorella rinchiusa in un ospizio, un fratello omicida, un figlio debole di mente, mostruoso, sposato a una donna miserabile e sciatta, i nipoti pestiferi, gli abiti di tutti impregnati del puzzo di cadavere per via dell’impiego del capofamiglia in una conceria.

A un lavoro squisitamente intellettuale si dedica invece l’industriale di Hauenstein, che nella sua folle reclusione, nel suo estenuante sforzo perfezionistico, ricorda altri personaggi bernhardiani, ad esempio il Konrad di Fornace. L’uomo si è ritirato in un padiglione di caccia assieme alla sorellastra, con cui intrattiene un rapporto chiaramente incestuoso. La donna è pazza, nota il medico, la sua pazzia affonda le radici “nel clericalismo”. L’industriale invece soffre di diabete, ma soprattutto è impegnato in un tormentoso esercizio speculativo, un saggio di cui nessuno conosce l’argomento. In realtà, i suoi sforzi tendono non alla sapienza ma all’annientamento. La distruzione è puntualmente differita, secondo un procedimento caro a Bernhard. Il saggio, nel suo continuo processo di scrittura e cancellazione, è l’occasione di tale differimento, ma prima o poi la catastrofe si compirà. Per ridurre l’attesa, l’industriale sottrae. Creare il vuoto entro cui può sorgere “un formidabile cosmo di idee” richiede di eliminare ogni distrazione. Per questo l’uomo ha fatto abbattere tutti i capi di bestiame nei boschi circostanti, di modo che, aperte le finestre del capanno, non si oda più nulla. La distruzione della fauna accomuna l’industriale ai Fochler, per raggiungere il mulino dei quali – avverte il dottore – occorre scendere. All’arrivo, la grande gabbia degli uccelli esotici contiene pochi esemplari. Gli altri, i più belli, sono in una baracca, ammucchiati sopra una lunga asse, morti, e su tutto aleggia un odore di carne. La strage, spiegano i figli del mugnaio, si è resa necessaria perché le strida degli uccelli, riecheggiando nella vallata, li stavano facendo impazzire. Eliminare dalla natura ogni traccia di natura, estirpare dalla natura la vita è, per i personaggi di Bernhard, un tentativo di controllare l’incontrollabile, la forza spaventosa della natura, ridurla a una cosa. La ragione strumentale del capitalismo ci prova, rende la natura misurabile, quantificabile, la asservisce agli scopi umani, ma quella non ne vuole sapere, continua a proliferare ostinatamente. La distruzione è anche il rifiuto di un’eredità (gli uccelli appartenevano al fratello del mugnaio), la liquidazione di una cultura, una società. Il cruccio di Seurau è che il figlio, un giorno, dopo il suo ipotetico suicidio, smembri la sua tenuta, annienti i suoi possessi. Il principe riferisce di aver sognato una lettera in cui il figlio rivelava il suo proposito, riporta al narratore il lungo discorso – un monologo nel monologo. In realtà, non esistono prove dell’intenzione del figlio, gli studi marxiani e la follia incipiente, entrambi riferiti dal padre, costituiscono al massimo indizi. L’impressione è che Seurau attribuisca all’erede designato quello che in realtà è il proprio inconfessabile desiderio, disfarsi dell’ingombrante tenuta dominata dal castello di Hochgobernitz che egli, nel soliloquio, sovrappone a se stesso. L’intenzione di “ampliare e consolidare Hochgobernitz” svela l’esigenza non di salvaguardare il proprio patrimonio, che “non è mai stato così isolato e, nello stesso tempo, così in balìa del mondo”, ma di puntellare il proprio io, di metterlo al riparo dall’azione di forze sotterranee che si manifestano in forma di rumori nella testa. Il cervello era il primo titolo di Perturbamento, e si capisce anche perché. “Tutto è sempre nelle teste di tutti. Esclusivamente nelle teste di tutti. Fuori dalle teste non esiste nulla”, sostiene il principe, il quale rivendica di essere “costruito interamente contro la realtà”. La follia è uno scudo che protegge dall’irruzione del reale, il quale storicamente assume le sembianze del crollo della civiltà e dei valori aristocratici, ma più in generale si configura come “l’irriducibile alterità del mondo rispetto all’io” (Claudio Magris).

Bernhard critica il sistema di valori della classe dominante, ma ne ha pure per la tradizione, che inquadra come un lungo elenco di deformità patologiche. La condizione umana è immutabile. La distruzione tanto evocata, pur essendo necessaria per qualsivoglia rinascita, non sembra poter condurre a null’altro se non a uno stadio di successiva degradazione. La grandezza, se c’è stata, appartiene a un passato ormai perduto. Resta solo la forza ossessiva della scrittura, un fluire di parole frenetico e convoluto che testimonia un attaccamento disperato alla vita. Come la musica del lovecraftiano Erich Zann, la scrittura di Bernhard è un estenuante rapsodia intonata per coprire il cupo rimbombo della fine che incalza.

Padre e figlio ascoltano rapiti il soliloquio del principe, il quale nega per sé e gli altri ogni autenticità. Tutto è già stato detto, ogni cosa è una citazione. Nel theatrum mundi, “è sempre la tua storia che ti viene raccontata e che ti danno ad intendere”. Una tesi che si ricollega alle scelte stilistiche di Bernhard, ovvero il linguaggio fitto di ripetizioni, una certa monotematicità, la sostanziale equivalenza, rispetto all’istanza narratrice, delle voci monologanti riportate quasi alla lettera, ma anche il sistema di corrispondenze interne al racconto, con il narratore che si specchia – uno specchio deformante – nel coetaneo Krainer, musicista pazzo, mentre il rapporto conflittuale tra il dottore e suo figlio si riverbera, ingigantito, nel legame tra Seurau e il suo erede. Perturbamento è una storia di padri che contemplano la meschinità dei figli, e figli che, pur consapevoli della follia dei padri, sono condannati a battere in orrore i genitori. Tuttavia, nella muta sintonia che piano piano si stabilisce tra il giovane studente di mineralogia e il dottore si apre lo spazio, se non di una salvezza, almeno di un contatto. Nel viaggio tra le macerie fisiche e morali dell’Austria rurale, il medico mostra al figlio la miseria e lo squallore che ogni giorno deve sopportare. Il figlio constata la solitudine del padre, tocca con mano come l’eccessiva fiducia nelle proprie facoltà intellettuali e l’esercizio di un raziocinio svincolato dalla morale conducano all’annichilimento. La sorella, fragile eroina romantica, traumatizzata dalla morte della madre, forse si è allontanata troppo perché la si possa ancora raggiungere. Eppure, sussiste in lei un affetto “di cui ancora non riusciva a capacitarsi”, resistente cioè alla verbalizzazione. Se la vita “non è altro che un tentativo ininterrotto di ritrovarci”, è nel silenzio che può accendersi una flebile luce che rischiari quella spaventosa, geometrica tenebra che è il mondo.

La copertina di "Perturbamento" di Thomas Bernhard nell'edizione Adelphi

Thomas Bernhard, “Perturbamento”

Editore: Adelphi

Anno edizione: 1995

Formato: tascabile

Pagine: 239 p., Brossura

EAN: 9788845911743