The Invite di Olivia Wilde (2026) è come ci si aspetta che sia una commedia romantica targata A24. Il repertorio di mossette attoriali e l’ossessione confessionale tipici del genere sono declinati con un’estetica vintage, vagamente modernista. Lo spunto alla base della trama è semplice: una coppia sposata, logorata da frustrazioni e nevrosi, riceve nel proprio appartamento i vicini per una cena cordiale. Il modello è il cinema da camera di Polanski, Bergman e Rohmer, filtrato dal Mike Nichols di Chi ha paura di Virginia Woolf. Se il risultato è superiore alla media dei relationship drama è soprattutto grazie all’impianto formale. Wilde e il direttore della fotografia Adam Newport-Berra lavorano sulla composizione delle inquadrature, le palette di colori, le variazioni della messa a fuoco e la distribuzione dei corpi negli spazi per segnalare l’esito delle sfiancanti micronegoziazioni di potere a cui ciascuna coppia si dedica nel corso della cena. La partitura per violoncello solo di Devonté Hynes sottolinea la tensione psicologica. La musica si accende e si spegne all’improvviso, varia di intensità, ondeggiando come una forza invisibile attorno ai personaggi.
Il soggetto è tratto dal film di Cesc Gay, Sentimental. La sceneggiatura di Will McCormack e Rashida Jones offre un ritratto agrodolce dei fallimenti esistenziali di una piccola borghesia frustrata, socialmente insicura, capace di nevrotizzare qualsiasi cosa – anzitutto il sesso. Angela e Joe (interpretati da Wilde e Seth Rogen) non fanno l’amore da un anno; al contrario, i loro ospiti Hawk e Piña (Edward Norton e Penélope Cruz) consumano amplessi di gruppo piuttosto rumorosi. Joe è l’elemento di attrito, il sabotatore della serata perfetta progettata da Angela. Detesta Hawk quasi quanto detesta la propria vita. Insegna in un college mediocre, ha dovuto rinunciare al grande sogno: fare il musicista. Il bellissimo appartamento in cui vive con la moglie l’ha ereditato dai genitori; altrimenti, come lo stesso Joe sa, non potrebbero permetterselo. Wilde e Newport-Berra trasformano la casa nel simbolo di un privilegio letteralmente inabitabile. Joe ed Angela raramente dividono un’inquadratura; quando ciò accade, si posizionano ciascuno ai margini dello schermo. Angela, in particolare, è ossessionata dall’appartamento, da cui cerca di ricavare le soddisfazioni che non riceve più dal ménage coniugale. Indossa una camicetta in tinta con le pareti, ma neanche lei è perfettamente a suo agio negli ambienti: nella prima parte, Wilde si riprende a mezzo busto, con headroom piuttosto ampi. Di Rogen sdraiato sul tappeto per lenire il mal di schiena vediamo solo le gambe. I controcampi in corridoio confermano il senso di smarrimento e di precarietà dei due personaggi.
È la resa visiva di un dramma contemporaneo: l’insostenibilità dell’eredità (simbolica e patrimoniale) dei genitori. Joe e Angela mantengono l’estetica materiale della generazione precedente ma senza potersela realmente permettere. The Invite lavora sul collegamento tra status sociale e desiderabilità erotica. Angela di tanto in tanto stuzzica Hawk mostrandosi nuda alla finestra, ma a cena flirta con lui parlando di tappeti e suppellettili acquistati nei mercatini. Joe, dal canto suo, interroga Piña sul sesso di gruppo e sulle modalità in cui i partecipanti si scelgono. Lei, psicoterapeuta dalla buona acutezza, lo tranquillizza: tu non saresti escluso. Il film sfrutta la persona divistica di Rogen – il maschio bianco goffo e immaturo – portandola fuori dal terreno della commedia demenziale e ricollegandola a un’angoscia da retrocessione sociale.
Joe si nasconde dietro il proprio fallimento come Angela dietro la casa. La presenza insistita degli specchi, nella prima parte del film, ha una funzione ironica e rende leggibile l’opposizione tra le due coppie: Hawk e Piña sono la versione idealizzata di Joe e Angela. Hawk appare virile e sicuro di sé. Piña è sensuale, socialmente e professionalmente realizzata. I due mostrano un’armonia iniziale che il film traduce in modo semplice: indossano vestiti dello stesso colore (nero). L’energia di Piña è sottolineata dall’uso esclusivo della Steadicam. Ma in The Invite i personaggi non coincidono perfettamente con ciò che sembrano. Il vero nome di Hawk è Howard. Ex vigile del fuoco, ci tiene a presentarsi come “firefighter” e non “fireman” (pompiere). Ha trasformato il trauma (la morte della moglie) in un percorso di rinascita psicosessuale. Il film lo osserva come ipnotizzato, incerto tra fascinazione e caricatura. Il nucleo del personaggio è indubbiamente tragico: non si può non prenderlo sul serio. Ma la sua autorappresentazione è talmente goffa che risulta impossibile prenderlo completamente sul serio. Il monologo lacrimevole sulla malattia della moglie e il nome che ha scelto (Hawk, “falco”) rendono difficile separare la trasformazione dalla posa. Norton, a cui Wilde concede ampia libertà di improvvisare, porta nel personaggio la sua tipica aria intelligente e soddisfatta di sé. Il suo sorrisetto tradisce una specie di compiacimento spirituale. Ma se Hawk non riesce a porsi come alternativa credibile a Joe è anzitutto per un problema di caratterizzazione. L’insistenza sulla sua passione per il sesso passivo e la ritirata fisica un po’ infantile di fronte alla rabbia di Piña alimentano gag che rientrano nei codici di quella virilità tradizionale che il film, proprio attraverso Hawk, vorrebbe mettere in discussione. Wilde sta a guardare mentre il self-fashioning di Hawk precipita nella farsa.
Del quartetto, il personaggio più evoluto è anche il più incolore. Alter ego della terapeuta Esther Perel, consulente di Wilde, Piña è in possesso degli strumenti per leggere le dinamiche di coppia. La sua competenza, però, non la mette al riparo dalle dinamiche di controllo. Lo dimostra la rabbia con cui reagisce alle continue correzioni di Hawk. Anche il ménage di questa seconda coppia, che in apparenza sembra aver superato le gerarchie di ruolo e le immagini convenzionali di genere, è problematico.
Piña incarna, suo malgrado, la contraddizione fondamentale di The Invite: un film sulla sfiducia nella parola terapeutica trasformata in esercizio quotidiano in cui, però, gli unici discorsi di saggezza vengono da una terapeuta. A conti fatti, The Invite vale più come reperto antropologico che come oggetto artistico. Manca il mistero. I personaggi verbalizzano continuamente la propria posizione emotiva senza che l’apparato formale lavori per smentirli. Il film nasce e si sviluppa all’interno dei codici di una cultura relazionale confessionale, in cui il conflitto si esprime nei modi e nelle forme di un’eterna seduta di terapia. The Invite è un po’ diagnosi e un po’ sintomo. Pur ironizzando su questo linguaggio da manuale di self help, ormai un feticcio del cinema e della serialità televisiva contemporanea, non riesce a tirarsene fuori. Nel finale, la possibilità di riconciliazione è affidata a un gesto, ma il tentativo di superare il regime della parola è tardivo, se non per Joe e Angela, per il film. Anche la satira sociale è spuntata. Wilde, alla fine, sceglie la via di uno sguardo benevolo. Siamo tutti smarriti di fronte alle nostre tragedie.
