«Io sono in Occidente, ma il mio cuore è in Oriente». Nelle parole di Rabbi Yehuda Halevi è racchiusa la condizione di Pinkhas Fradkin, protagonista del racconto di Israel Joshua Singer Sulle rive del Mar Nero. Lo sradicamento di Pinkhas, ebreo ucraino originario della colonia agricola di Israelevke, predispone la macchina del nostos, il vagheggiato ritorno nella terra degli antenati. Singer adopera il verso di Halevi, poeta prediletto di Pinkhas, quasi come un leitmotiv. In apertura, il «diciottenne muscoloso e dalle guance rosse» Pinkhas attraversa a piedi la città di Odessa, dal quartiere della Moldavanka al porto: un movimento originario che definisce la traiettoria dell’intero racconto. La geografia del desiderio si intreccia alla violenza storica. Il porto è il grande teatro dei traffici commerciali e delle manovre belliche, e insieme la via d’accesso a Israele. Pinkhas riuscirà a mantenere vivo il sogno di trasferirsi in Terra Santa malgrado le terribili prove a cui la vita lo sottoporrà: la guerra, la fame e lo sterminio della famiglia a opera della banda di Myt’ka Baranjuk. Pinkhas gli darà la caccia alla testa di una Brigata Internazionale, composta dai residui stracciati di vecchie guerre radunati in fretta e furia sotto le insegne della Stella Rossa.

Apparso per la prima volta sul quotidiano yiddish di New York “Forverts”, infine pubblicato postumo nel 1944, Sulle rive del Mar Nero offre un esempio perfetto della narrativa di Singer. A cui, forse, solo la morte prematura ha negato la gloria riservata al fratello Isaac Bashevis, premio Nobel per la letteratura nel 1978. La prosa di Israel Joshua è un piccolo saggio di disincanto letterario: una lingua vivace, precisa, evocativa, ritmata, in cui l’assenza di sentimentalismo e l’ironia si mescolano alla sofferenza per le tragedie del Novecento. Nella desolazione di una città senza legge, in cui i padroni cambiano «con la stessa frequenza del tempo in riva al mare», Pinkhas assiste al farsi e disfarsi sempre uguale della Storia, un eterno movimento in cui non c’è gloria per nessuno. I dominatori appaiono tanto eroici all’arrivo quanto miserabili al momento della fuga. La fame e le malattie non smettono di mietere vittime tra i più poveri.

La formazione di Pinkhas si compie nella violenza. Il racconto rovescia il suo destino di vittima storica trasformandolo in un guerriero scaltro e spietato, flagello dei banditi antisemiti e dei kulaki loro complici. Ma la vittoria non può che essere parziale. È lo stesso Singer, con la sottigliezza che gli è propria, a suggerirlo. Terminata la missione, Pinkhas sfila via i poveri stivali. È convinto che da lì in poi il suo popolo riposerà tranquillo. Fuorviato dalla notte luminosa, un gallo canta come fosse l’alba.