Bisognerebbe cominciare dalla fine, da quel gioco – “facciamo che io ero” – con cui Tullio Pericoli, da bambino, immaginava di essere un pittore. Nell’imperfetto, scrive Pericoli, è il segreto di quella finzione: “ero” esclude sia il passato che il presente. Chi “era” non è mai nato e, dunque, non potrà mai morire. È in questo tempo sospeso, un tempo della durata nel tempo, che vive la pittura, cristallizzazione di un gesto antico che continua a produrre significati, a parlarci.

La bella età riflette sulle inevitabili trasformazioni della senescenza. La vecchiaia, scrive Pericoli nel primo capitolo, è una forma di premura: adatta i gesti consueti alle nuove necessità. Soprattutto, è un metodo. Se è vero che la vita ha la densità e l’imprevedibilità di un paesaggio, e che i paesaggi necessitano di essere ammirati dalla giusta distanza per essere compresi, com’è possibile allontanarsi? Invecchiando. La vecchiaia affina lo sguardo, regala nuovi e più preziosi materiali. Il primo e omonimo capitolo del libro funziona come un’introduzione tematica; il resto è un’immersione nelle questioni cruciali del mestiere: il disegno, il ritratto, il paesaggio, la linea, il corpo, l’ispirazione, la tela bianca, la pittura, l’arte come mercato. Nonostante la progressione suggerisca un passaggio ai massimi sistemi, Pericoli si mantiene abbondantemente sotto la traccia della speculazione più astratta. Il tono è colloquiale e intimo, come un dialogo dell’artista con se stesso.

L’aspetto interessante del libro è l’indugio sulle piccole questioni materiali, corporee. La pittura, in queste “note di lavoro”, appare come una forza immanente. È nella mano e nella testa, e pure nelle setole del pennello o nella tela. «Dipingere è un atto manuale, fisico», spiegava Picasso. «Hai un pezzo di tela bianco. La pittura è già lì. Scrosti per trovarla. È come dissotterrare patate». Nel processo, la mano rivela una sua propria memoria; la mente del pittore la osserva stupita e ammirata. Gli strumenti di lavoro sono appendici, protesi, moltiplicatori delle capacità. L’ispirazione si nasconde in un’intercapedine del corpo: è un «lago bianco e filiforme» che connette tutti gli organi. Questa bizzarra topografia della creatività, che sfuma i confini tra corpo e mondo, è coerente con l’approccio olistico di Pericoli, in cui ogni opera è un «frammento per eccellenza», una parte del tutto. Un viso è una cartografia di emozioni, e un paesaggio si può indagare come un volto, alla ricerca del palpito segreto del mondo.

Nel dialogo con Enrico Regazzoni, posto in appendice, Pericoli spiega che la vecchiaia rende la mano più avara di iniziative, preferendo l’abitudine all’esplorazione delle novità. Ma il sogno del pittore, in fondo, è lo stesso: «scavalcare la tela», essere tutt’uno col quadro. Per accedere a questa meraviglia serve, ogni volta, un piccolo salto. Il “facciamo che io ero” funziona, allora, come una formula magica: è la possibilità di uno scarto. Con questa formula salvifica contro la noia e la paura di fallire, La bella età chiude il cerchio. Lo sguardo del bambino e quello dell’adulto si inscrivono nello stesso stupore, nello stesso desiderio.