Il mito della sincerità

Non sappiamo più vivere insieme. Il mito della sincerità straborda sui social, è tutto un coro di “io ci metto la faccia” o “questo politically correct ha scocciato”, ma la verità è che non sappiamo più tenerci gli istinti dentro i pantaloni. Soprattutto noi uomini. Siamo invadenti, capziosi, ipocriti, ideologici in modo così infantile. Parliamo spesso a sproposito. Sotto il post dedicato a Ghiaccio di Anna Kavan uno mi ha scritto tutta una filippica. Prendeva in giro i riferimenti contenuti nell’articolo, dubitava che quella roba potesse stare in un libricino, concludeva l’analisi dicendo: siete i soliti radical chic. Ma perché? Per il tribunale populista della purezza la bestialità è sintomo di veracità, e come tale va celebrata esercitandosi a sdoganare il peggio. Poco male, lo scemo che insulta lo blocco. Poi però mi tocca sentire che Giancoso che ha fatto il viscido con la collega è un burlone che scherza troppo, e Meloni che fa la vittima, attacca la sinistra, come se Antonio Ricci fosse il segretario del PD e le figuracce di un laureato in filosofia scoperto da Lele Mora e con maestro Signorini (alé!) fossero un complotto dei poteri forti, questi stalinisti occulti che ancora circolano in Italia (dove sono? Presentatemeli, perdio!).

I social sono una fogna, curve peggio delle curve degli stadi dove sconosciuti si randellano discutendo di cose di cui non sanno nulla, non capiscono nulla, di cui non gliene frega nulla. L’obiettivo non è affermare una qualche verità, il movente non è l’impulso etico, solo il desiderio di asfaltare, si dice così oggi, l’avversario. L’interlocutore è un nemico, non uno con cui costruire insieme un ragionamento. Non sappiamo più stare insieme neppure nella vita reale. Un tizio che conosco, nel mezzo di una conversazione pacifica, ha detto tutto serio a un altro: mi stai sulle palle. Quest’incontinenza emotiva non ha nulla a che vedere con la sincerità.

Non serve leggere Jullien per capire che se vince l’intolleranza la società si disintegra. Da complesso sistema di mediazioni, la società somiglia sempre più a una costellazione di io ciascuno rinchiuso nell’ottusa celebrazione di se stesso. YouTube è piena di gente che si punta una telecamera addosso e finge di parlare a qualcuno mentre invece si guarda allo specchio. È la rappresentazione plastica del narcisismo. Che contagia, ovviamente, anche i politici. Renzi, Calenda, Salvini, Meloni si esibiscono sette giorni su sette per un pubblico affamato di scazzottate e gare di rutti. Se stanno insieme ci sarà un perché. Come no: è la convenienza. Negli ultimi dieci anni due ex segretari hanno abbandonato il PD e sono passati all’opposizione. Ve l’immaginate non dico Berlinguer ma Natta che, osteggiato dai compagni, si dimette e fonda un suo partitino? La Schlein tre mesi prima di vincere le primarie neppure era tesserata.

Siamo una società della comunicazione logorata da una comunicazione continua, asfissiante, parole parole parole, sui social, in tv, sui giornali, la pubblicità. Facciamo continue professioni di inclusività, ma ci dividiamo su tutto, in tribù sempre più piccole che ci confortano col morbido abbraccio del vittimismo. Solitudine, cinismo, paranoia, egoismo, tentazioni “totalitarie” su scala quotidiana, l’homo omini lupus hobbesiano. Nessun legame è possibile, vinca il più forte. È questa la sincerità?