Il capolavoro di Joachim Trier: “Oslo, August 31st” (2011)

Un affresco disperato tra dimensione collettiva e dramma personale
Anders Danielsen Lie in una scena di "Oslo, August 31st" di Joachim Trier (2011)

Le ultime quarantott’ore nella vita di Anders, protagonista di Oslo, August 31st, sono un omaggio a Fuoco fatuo di Pierre Drieu La Rochelle e all’omonima trasposizione che del romanzo fece, nel 1963, Louis Malle. La magnifica rilettura di Joachim Trier è libera e attualizzante. Il personaggio interpretato dallo strepitoso (strepitoso) Anders Danielsen Lie è un giovane dei giorni nostri, impegnato in un pellegrinaggio insensato in una Oslo amata e odiata, città carica di ricordi, di calore famigliare, ma anche posto opprimente da cui fuggire. Lo diceva Phillip, interpretato sempre da Lie nel precedente film di Trier, Reprise, primo capitolo della trilogia di Oslo; lo dice pure Anders, con la differenza che il suo proposito, lo sappiamo da subito, non si realizzerà. Nelle sue prime ore di libertà dalla comunità per tossicodipendenti in cui è stato ricoverato negli ultimi mesi, Anders va a trovare un’amica con cui fa l’amore, poi prova ad annegarsi in un lago. Lo spirito è pronto, il corpo no. Il tentativo si riduce a poco più che una contorta abluzione, ma chiarisce cosa si nasconda dietro lo sguardo di questo ragazzo magro, pallido, vestito di nero. Le tappe successive sono, nell’ordine: seduta di terapia di gruppo, in cui Anders non rivela il proprio gesto; visita a una coppia di amici, Thomas e Rebecca; incontro mancato con la sorella; festa di compleanno di Mirjam con ubriacatura; acquisto di un grammo di eroina dal solito spacciatore; rave party con una bella ragazza, Johanne, che potrebbe rappresentare la salvezza se non fosse così maledettamente tardi; passeggiata per la Oslo deserta nelle prime luci del mattino e bagno con gli amici nel parco Frogner; infine, visita alla vecchia casa di famiglia, messa in vendita dai genitori per ripagare i debiti del figlio. Qui si consuma l’ultimo atto, ma non prima che Anders abbia telefonato per l’ennesima volta a Iselin, la donna che ama(va), solo così, per salutarla.

Durante il suo peregrinare, Anders cerca di trovare un senso al proprio dolore. A Thomas racconta di come si senta vuoto, stanco. Vuole farla finita, gli altri sembrano così felici. Ma è un errore. Thomas, ad esempio, oggi è un uomo inquadrato, realizzato, ha una bella famiglia, fa il ricercatore all’università, ma il senso di fallimento che si trascina appresso è quello di chi dalla vita si aspettava più di una birra a pranzo e qualche weekend in casa con la moglie a giocare a Battlefield. Il dramma è lo stesso dei personaggi di Reprise, alimentati da grandi sogni e costretti a fare i conti con una realtà che, in un modo o nell’altro, si rivela deludente. Anders cerca un contatto, una riconciliazione con il mondo. Qualcuno a cui fare compassione, dice a Johanne. Ma un tossico rimane un tossico, e Anders ha fatto del male a troppe persone. Niente sembra essere in grado di penetrare la fredda cortina del suo sguardo.

Trier con la camera a mano gli sta addosso. Anders è quasi sempre in scena, ma chiuso in sé stesso, prigioniero del proprio dolore. Flashforward, voci fuoricampo e jumpcut lo tagliano fuori, è spettatore della sua stessa vita. Come quando, al caffè, ascolta le conversazioni degli avventori che, in un modo o nell’altro, sembrano raccontare la sua stessa vita – le difficoltà, le aspirazioni ingenue, le passioni, i fallimenti. La scena, di taglio vagamente documentaristico, forse ispirata da Rohmer o da Cleo di Agnès Varda (tra le influenze dichiarate da Trier), si ricollega all’apertura del film, quando, su una serie di immagini di Oslo, si ascoltano racconti e riflessioni di sconosciuti. Come nel precedente Reprise (2006), la dimensione collettiva e quella individuale sono saldate. Oslo, August 31st è, insieme, la cronaca di una crisi privata e un affresco collettivo. Trier oscilla tra i due piani variando continuamente il fuoco delle inquadrature, un modo per sottolineare la complessa interrelazione tra la presenza fantasmatica di Anders e la dimensione interiore della città.

Se Reprise è un film punk, la disperazione di Oslo, August 31st sa di new wave. Rispetto all’esordio, la frenesia Nouvelle Vague è stemperata, ma il realismo è messo in crisi da piccoli sfasamenti spaziotemporali e da alcune digressioni poetiche (una coppia di sconosciuti che la macchina da presa segue, di spalle, fin dentro le rispettive abitazioni). Abbondano i long-take. Il suicidio di Anders, con la dose di eroina, è girato in un unico piano sequenza (proprio come, anni dopo, il regista di Sentimental value vorrà chiudere il suo film, ambientato nella stessa casa). La telecamera indugia un attimo su Anders privo di sensi, dopodiché, lentamente, con una carrellata, si avvicina alla finestra sullo sfondo. Sembra quasi una citazione di Professione: reporter, senonché il montaggio stacca, e siamo fuori, vediamo la finestra della grande casa di famiglia, poi la piscina dove Anders ha osservato i suoi amici fare il bagno, il locale dove ha bevuto, il terrazzo di Mirjam, e così a ritroso, fino alla camera di hotel in cui ha fatto l’amore per l’ultima volta.

La scelta di Anders, ancorché fatalisticamente logica, si configura come un atto eroico. Anche in questo senso il paragone con la morte di Locke in Professione: reporter non è fuori luogo. Lì, il personaggio di Jack Nicholson sceglieva di consegnarsi al proprio tragico destino dopo aver esperito tutte le possibilità di vita. Anders, sebbene appaia trascinato da una forza invisibile (le inquadrature della casa, destinazione finale, che inframmezzano la sequenza ambientata alla piscina del parco Frogner), non sarebbe corretto negare che ci provi. La confessione a Thomas di voler chiudere i suoi giorni, le telefonate alla ex a cui propone di ricominciare daccapo, la disperazione di non poter incontrare la sorella (forse intravista in una piccola violinista di conservatorio che Anders osserva con un tenero sorriso), sono tutti segni di un attaccamento alla vita non ancora esaurito. E tuttavia, Anders si mantiene fedele al proposito iniziale. Nella scena al parco Frogner, resiste all’invito di Johanne di seguirla in piscina, scaccia la tentazione di provare ancora una volta a vivere. La sua è una forma di integrità, una coerenza ai limiti del masochismo non estranea all’universo di Trier. I protagonisti di Reprise, ad esempio, sacrificano alla letteratura la sanità mentale e l’amore; la Julie di The worst person in the world (il film che chiude la trilogia di Oslo) opta per la libertà a ogni costo. Solo il regista di Sentimental value muta la sua posizione iniziale, trovando una sorta di equilibrio in extremis tra arte e vita.

Per Anders, ex giornalista di talento, il compromesso non è possibile. Non è arrabbiato, non ha nessuno da incolpare se non sé stesso. Mentre passeggia per le vie di Oslo rievoca i genitori, una coppia di chiaro orientamento progressista, amorevole. Raggiunta la casa, si muove circospetto nel caos dei ricordi in attesa di trasloco. Siede al piano e rispolvera la Suite No.15 in D Minor di Handel. Trier gli scivola intorno con un movimento avvolgente e millimetrico, per non rompere l’incanto. Anders sembra procedere bene, poi si confonde, sbaglia. È l’ultimo fallimento. Non resta che l’ago.

Oslo, August 31st

Titolo originale: Oslo, 31. august

Paese di produzione: Norvegia

Anno: 2011

Durata: 95 min

Rapporto: 1,85:1

Genere: drammatico

Regia: Joachim Trier

Soggetto: Pierre Drieu La Rochelle

Sceneggiatura: Eskil Vogt e Joachim Trier

Fotografia: Jakob Ihre

Montaggio: Olivier Bugge Coutté

Musiche: Torgny Amdam e Ola Fløttum

Scenografia: Jørgen Stangebye Larsen e Solfrid Kjetså

Interpreti: Anders Danielsen Lie, Malin Crépin, Hans Olav Brenner, Ingrid Olava, Emil Lund, Øystein Røger, Tone Beate Mostraum, Anders Borchgrevink, Petter Width Kristiansen, Kjærsti Odden Skjeldal, Andreas Braaten, Johanne Kjellevik, Renate Reinsve, Aksel Thanke