Heist movie atipico, The mastermind è centrato sul carisma subdolo di Josh O’Connor, la regia minimalista e il montaggio essenziale di Kelly Reichardt, che quasi indietreggia davanti al corpo a corpo tra l’America degli anni Settanta e il protagonista (ma è una finta). Aria da cucciolo e sguardo opaco, James Blaine Mooney è l’erede parassitario della borghesia bianca (il padre è giudice). Si improvvisa rapinatore di opere d’arte, quattro dipinti astratti di Arthur Dove esposti al museo di Framingham, Massachusetts. Le cose non vanno secondo i piani: l’FBI, un pugno di gangster, i complici inetti e traditori costringono James ad abbandonare moglie e figli per darsi alla fuga. Nel protagonista c’è qualcosa del giovane Leonard Fife di Oh, Canada! di Paul Schrader. Come Fife, James è un fannullone, un bugiardo, un manipolatore, in una parola un impostore, finisce trascinato dagli eventi. Ex studente d’arte, si arrangia come falegname, ma in realtà è mantenuto dalla moglie (la sfingetica Alana Haim) e dalla madre, a cui chiede in prestito i soldi per pagare i complici rifilandole la storiella di un ufficio da affittare in vista di un incarico di lavoro. Non è chiaro perché James scelga di rapinare il museo. Denaro? Improbabile, dopo il colpo non sembra avere fretta di piazzare la merce, anzi si diverte a immaginare i dipinti appesi alle pareti di casa. Una sfida all’autorità costituita? Forse, ma la ribellione non ha connotati politici, sembra piuttosto una questione famigliare. Il padre è uno di quegli uomini che pontifica a tavola, non perde occasione di criticare James per non essersi fatto una posizione. Per colmo dell’ironia, non risparmia neppure i rapinatori. Il furto non ne valeva la pena, dice, senza sapere che il mastermind è proprio il figlio.
James è il prodotto della disillusione post-Sessantotto, del riflusso nel privato seguito alla sbornia idealistica. Nel film di Reichardt la storia rimane fuoricampo, ridotta a una cronaca giornalistica da consumare distrattamente, come un sottofondo atmosferico. In una scena indicativa dello scollamento di James dal mondo, O’Connor è in una stanza d’albergo impegnato a contraffare un passaporto (come Jack Nicholson in Professione: reporter o Franz Rogowski in Transit di Christian Petzold). La telecamera compie una panoramica di trecentosessanta gradi, inquadra un televisore che trasmette immagini dal Vietnam, poi torna su James. Ma – è questa la morale del film – se non ti occupi della storia, la storia si occupa di te. Dopo una breve sosta a casa di una coppia di ex compagni dell’università, James approda a Cincinnati, dove, rimasto a corto di quattrini, scippa un’anziana. Finisce catturato dalla polizia mentre tenta di mimetizzarsi tra gli studenti che protestano contro la guerra.
Il soggetto del film è ispirato a un fatto di cronaca, il furto al Worcester Art Museum del 17 maggio 1972, quando alcuni uomini armati rubarono due Gauguin, un Rembrandt e un Picasso. Dalla passione per i noir di Melville, Reichardt ha conservato un certo gusto fatalistico del genere. La colonna sonora (jazz) è di Rob Mazurek, rapsodica e incontrollabile, l’unico elemento di pathos in un film che scorre volutamente privo di adrenalina. James scivola in bocca al proprio destino, e il film trascolora: dopo una prima parte limpida e ariosa si infila in un labirinto di alberghetti sempre più squallidi e bui. La struttura riflette la natura atipica di The mastermind. Il furto avviene nei primi trenta minuti, la restante ora e venti mostra le conseguenze del colpo. Ci appassioniamo a James, facciamo il tifo per lui, e quando capiamo chi sia realmente, puff, è andato, sparito. Reichardt è scaltra, disorienta lo spettatore fino all’ultimo come un’abilissima prestigiatrice. Costruisce la premesse facendo ipotizzare il ritratto di un genio criminale sotto mentite spoglie. Quando l’arte maldestra di James si manifesta, siamo ancora inclini a dargli credito. Dopo la telefonata alla moglie, in cui le giura di aver fatto tutto per lei e i figli e le chiede un po’ di soldi, finalmente capiamo: James è un cialtrone senza speranza, una vittima delle proprie illusioni. La moglie riattacca, il furgoncino della polizia lo porta via, la telecamera indietreggia nello spiazzo occupato dalle volanti, che pigramente riprendono la strada.
The mastermind
Lingua originale: inglese
Paese di produzione: Stati Uniti d’America
Anno: 2025
Genere: drammatico
Regia: Kelly Reichardt
Soggetto: Kelly Reichardt
Sceneggiatura: Kelly Reichardt
Produttori: Neil Kopp, Anish Savjani, Vincent Savino
Casa di produzione: MUBI, Filmscience
Distribuzione in italiano: MUBI
Fotografia: Christopher Blauvelt
Montaggio: Kelly Reichardt
Musiche: Rob Mazurek
Interpreti: Josh O’Connor, Sterling Thompson, Alana Haim, John Magaro, Hope Davis, Bill Camp, Gaby Hoffmann, Eli Gelb, Juan Carlos Hernández, Reighan Bean
