Tutto il mondo è baretto

Lo ha scritto un mio contatto su Facebook. L’idea era paragonare Trump a certi buzzurri che infestano i baretti di paese. Il post era divertente, l’ho letto con gusto. Volevo copiarlo, rielaborarlo, perché il paragone mi stuzzicava. Solo che poi non sono riuscito a cavarci niente di buono, niente che sembrasse sincero e sufficientemente intelligente. E questo, suppongo, perché Trump non è un buzzurro di paese e il mondo è un affare un po’ più compresso del Roxy Bar di vascoliana memoria. Generalizzare è spianare la strada che conduce all’inferno. Perché l’inferno è quel posto nel quale il pensiero è bloccato, incapace di assecondare la sua vocazione originale: la profondità. Il pensiero deve colare a picco, arrivare al fondo delle cose, al fondo di noi. Trump ha vinto le elezioni perché parla la neolingua, questa invenzione geniale di Orwell. Poche parole, semplici, ripetute all’infinito contro gli stessi bersagli. Il minuto d’odio di un mitomane egocentrico è diventato il sogno di un’intera nazione. Clinton non mi piaceva e non poteva vincere. Per tre motivi. Era moralmente compromessa con il Sistema; era una donna, e questo, spiace dirlo, ancora pesa; aveva dalla sua tutto il bel mondo – media, Hollywood, Wall Street, esattamente quel genere di consenso che fa venire l’orticaria al buon impiegato-operaio-padre di famiglia a stelle e strisce, quello che si è impoverito con la crisi e che continua a essere povero anche se il New York Times dice che l’economia è in ripresa.

Il punto è questo: ragioniamo per stereotipi, con schemi vecchi, dividiamo ancora il mondo in buoni e cattivi, siamo convinti che il pil misuri lo stato di salute di una società, confondiamo tecnologia e progresso. Manca l’aria. Le nuove idee si formano all’aria aperta. Davanti a un computer, a uno smartphone, l’aria è viziata dalla banalità, il puzzo della semplificazione è stordente. Ogni rifiuto di approfondimento a vantaggio di opinioni precotte, sparate per mendicare like, è un chiodo a sostegno della scalata di ego mostruosi verso vette impensabili. Trump non è il baretto e neppure l’American Dream. Ma il Sogno, oggi, più che al mondo rassicurante del caro vecchio Zio Sam somiglia allo skyline in cui la bestia rapisce la bella, distrugge la contraerei e libra il suo urlo sul mondo. La storia scritta da King Kong.

E poi non mi risulta che Biff Tannen frequentasse baretti. Semmai li comprava, li smembrava, ci faceva dei casinò. I tipi loschi dei baretti, quelli che puzzano di birra alle undici del mattino e bestemmiano dio e i negri per la propria infelicità, sono macchiette più patetiche che pericolose. Un paio di sberle ben assestate e tornano a cuccia. Magari il mondo fosse un baretto. Magari.