Storia di una madre. “Infelicità senza desideri” di Peter Handke

Un'acuta esplorazione del linguaggio come strumento di oppressione
Una foto in bianco e nero di Peter Handke, autore di "Infelicità senza desideri", qui recensito

In “Infelicità senza desideri” (1971), il suicidio della madre offre a Peter Handke l’occasione per una doppia riflessione: su una vita, quella di una donna nata nel 1920 in un borgo rurale della Carinzia, e sulle calcificazioni del linguaggio, i “modi di dire” che riproducono le strutture di potere di una società. Il romanzo breve (o racconto lungo) di Handke è un classico nella sua produzione. Per alcuni segna una svolta stilistica nella carriera dello scrittore premio Nobel 2019, per altri costituisce un unicum. Certo è che qui Handke mette da parte il provocatorio sperimentalismo delle prime opere per tentare una cauta manovra di avvicinamento a un’insorgenza drammatica, il dolore per la perdita.

L’impulso a scrivere della tragedia suggerisce, come sbocco, due possibilità: la biografia “pura” o la fiction. Handke sceglie una terza via: fare della morte della madre “un caso”. Lo sguardo è quello del sociologo, attento a cogliere le condizioni di vita della donna, la cui lotta per l’affermazione di sé passa per la ricerca di un linguaggio capace di emanciparsi dai codici tradizionali (sempre limitanti) della propria comunità. Adottando un registro impersonale, nel tentativo di porre alla giusta distanza l’oggetto di studio, Handke snocciola i vuoti rituali di un’esistenza perennemente identica a sé stessa, avara di gioie, in cui l’oppressione sociale è segnalata da un linguaggio stagnante, prevedibile, banale. L’incontro con la letteratura (Fallada, Dostoevskij, Wolfe, Faulkner) offre alla madre gli strumenti per, finalmente, “parlare di sé”, al prezzo, però, di un crescente isolamento sociale. In un mondo che assegna a ciascuno un posto in un ordine eterno e immutabile, “sacro”, in cui persino la Storia (il Nazismo, l’Anschluss, la guerra) è presentata come uno “spettacolo naturale”, ogni manifestazione di autonomia è bollata, nella migliore delle ipotesi, come un’imperdonabile eccentricità. Incapace di trovare un equilibrio tra la reificante cultura di appartenenza e la forza sovversiva del “nuovo” linguaggio, la donna si uccide, compiendo un gesto che risulta, nel contesto-cattolico contadino, letteralmente inclassificabile. Un quotidiano locale liquida la notizia con un anonimo trafiletto nella sezione “Varie”.

Parallelamente al tentativo della madre, anche l’esperimento dell’autore naufraga. La formula del discorso pubblico si rivela insufficiente a cogliere la complessità della figura materna, la verità della persona dietro il “caso”. L’idea di partire non dai fatti ma dalle formule del patrimonio linguistico, “scegliendo dalla vita di mia madre quei fatti che erano già contenuti in queste formule”, si rivela fallace perché risulta impossibile, in quest’ottica, cogliere l’essenza dell’ultimo, disperato tentativo di liberazione della donna. La frustrazione di Handke emerge nell’ultima parte del racconto, in cui il tessuto narrativo si frantuma in schegge incoerenti di sogni, ricordi e riflessioni. Non resta che promettere un secondo e “più preciso” rendez-vous con il ricordo, rimandato a un tempo che sembra a portata di mano, persino imminente, in realtà appartenente al regno indefinito dell’ipotesi (“più avanti”).

La copertina dell'edizione Garzanti di "Infelicità senza desideri" di Peter Handke

Infelicità senza desideri

  • Autore: Peter Handke
  • Traduttore: Bruna Bianchi
  • Editore: Garzanti
  • Collana: Elefanti bestseller
  • Anno edizione: 2019
  • Formato: Tascabile
  • Pagine: 96 p., Brossura
  • EAN: 9788811813569