Nella premessa di Fuga senza fine è già presente la traccia di quella disillusione che percorrerà tutte le centocinquantuno pagine dello splendido romanzo di Joseph Roth. “Non si tratta più di creare”, ammonisce l’autore, “l’essenziale è ciò che si è osservato”. Al bando i voli pindarici: la vicenda del tenente dell’esercito austriaco Franz Tunda si presenta come una “storia vera”, un resoconto (“Bericht” nell’originale) di fatti accertati. La biografia di un uomo eccezionale suo malgrado e, insieme, la cronaca del lento e inarrestabile smottamento che porterà l’Europa appena uscita dalla Prima Guerra Mondiale dritto in braccio alla Seconda.
La storia di una civiltà è la storia delle leggi più o meno sotterranee che la governano. Agli occhi del protagonista, tali leggi si rivelano artificiose, prive di necessità. Dopo essere scampato alla prigionia sul fronte russo nel 1916, aver vissuto in Siberia ospite di un contadino polacco, combattuto con i bolscevichi per la Rivoluzione, amato la pasionaria Nataša e sposato la taciturna Alja, Tunda, tornato in patria, osserva la stucchevole pantomima di una borghesia intrappolata in una vuota e insensata ritualità. In questa “mascherata” piena di contraffazioni e ipocrisie, gli ideali (il progresso, la pace, l’Europa) sono poco più che feticci. Solo il denaro conferisce “un diritto all’esistenza”. D’altro canto, neppure il bolscevismo, con la sua pedagogia forzata, l’ortodossia e la burocrazia della paranoia, è la risposta giusta per chi, come Tunda, ha sete di autenticità. Anche all’ombra dell’Internazionale occorre, per quieto vivere, fingere un’innocenza, tanto più se innocenti lo si è per davvero. A questo punto meglio uno scopo che un ideale, sentenzia Roth in una lettera all’amico. Il quale si decide ad abbandonare la casa del fratello Georg per trasferirsi a Parigi, alla ricerca dell’antica fidanzata e promessa sposa Irene.
Tunda agisce sospinto dal vento del capriccio. È un uomo egoista, ma non privo di scrupoli morali. Il suo attributo più evidente, scrive Roth, è il “desiderio di libertà”. Malgrado il passato di apostolo della Rivoluzione (attività alla quale, inizialmente, si era dedicato assecondando un infantile inclinazione per l’eroismo e l’amore per Nataša), Tunda rimane un occidentale e un individualista, quel genere di uomini che prospera in un intrico di “menzogne, di falsi ideali, di salute apparente, di marcio persistente, di fantasmi imbellettati”. Un “uomo moderno”, insomma, animato da una curiosa indifferenza, da una disponibilità ad accettare, dalla vita, ogni cosa. Tunda è fedele a un solo principio, una smania che lo sospinge senza posa di qua e di là.
Scrittore della disillusione, della crisi, Roth non risparmia nessuno. In punta di penna, con ritmo incalzante ed ironia, infilza gli austriaci, i tedeschi, i francesi, gli industriali, i nobili, gli avvocati, i segretari, le mogli, le figlie, le amanti. Ce n’è pure per gli artisti. In un passaggio si cita un imprecisato “autore rivoluzionario di racconti rivoluzionari che, vittima della giustizia, era stato dentro tre mesi per la libertà, per la giustizia, per un mondo nuovo – e non aveva ottenuto nient’altro che la propria celebrità, la quale per il momento non era neanche dannosa”. La rivoluzione è uno scherzo, nulla sfugge alla mercificazione. Gli affari sono indistinguibili dalla buona società. “Il mondo era già consolidato al punto che le terze pagine potevano anche essere rivoluzionarie”. Rimasto senza un soldo, a Parigi Tunda è costretto a elemosinare un lavoro da precettore. Scopre che l’essenza dell’uomo addomesticato è la viltà. In questo “tempo di sconquasso”, scrive Roth, “noi che lasciammo una patria, cademmo, fummo sepolti o anche ritornammo, ma non più a casa nostra, […] siamo stranieri […], veniamo dal regno delle ombre”.
Noi. Nella parabola di Tunda si riflette la vicenda biografica del suo autore. L’inquietudine esistenziale e il Nazismo spinsero Roth in esilio a Parigi, dove morì povero, solo e alcolizzato. Quale sarà la sorte di Tunda? Il romanzo non lo svela. Potrebbe tornare in Siberia, da Baranowicz, il “fratello” polacco, dove ora lo attende anche la moglie. Oppure finire come Kartak, il clochard protagonista de La leggenda del santo bevitore, che, dopo una serie di “miracoli”, va incontro alla sua “morte tanto lieve e bella”. In fondo, non c’è altro. Svuotato di ogni speranza, amore o desiderio, Tunda è, come certi eroi di Thomas Bernhard, il campione di un mondo al collasso. “Superfluo come lui non c’era nessuno”.

Fuga senza fine. Una storia vera
- Autore: Joseph Roth
- Traduttore: Maria Grazia Manucci
- Editore: Adelphi
- Collana: Gli Adelphi
- Edizione: 7
- Anno edizione: 1995
- Formato: Tascabile
- Pagine: 151 p., Brossura
- EAN: 9788845911590
