“Presence” di Steven Soderbergh e il mistero dello sguardo fantasma

Tra horror, thriller psicologico e melodramma familiare, un film sul guardare e il desiderio di essere riconosciuti
Una scena tratta da "Presence" (2025), il nuovo film di Steven Soderbergh

Se è vero, come diceva Cocteau, che il cinema è la morte al lavoro sugli attori, tutti i film sono film di fantasmi e la storia del cinema è una lunga, ininterrotta seduta spiritica. Non deve stupire che Steven Soderbergh abbia girato questo Presence dal punto di vista di uno spettro. Soderbergh è uno sperimentatore sottile, attento alle ragioni del commercio e dell’arte. Sin dai tempi di Sesso, bugie e videotape si è contraddistinto per l’ossessione scopica e la riflessione sul mezzo cinematografico. Presence offre un’interessante rielaborazione del topos della casa infestata. Si colloca al crocevia tra l’horror, il thriller psicologico e il melodramma familiare, con implicazioni metalinguistiche che non intralciano la scorrevolezza di visione richiesta dallo spettatore meno smaliziato. Non è chiaro se ciò corrisponda a vera gloria, ma tant’è.

Il film apre sugli interni di un lussuoso duplex. Sotto gli occhi di una presenza che vaga inqueta (morbidi andirivieni in steadycam grandangolare, manovrata dallo stesso Soderbergh sotto pseudonimo), la famiglia Payne esamina l’abitazione in compagnia di un’agente immobiliare. Dopo il trasloco, emergono le dinamiche disfunzionali del quartetto, disseminate con parsimonia dal veterano sceneggiatore David Koepp (Jurassic Park, Carlito’s way, Mission: impossible). La moglie, Rebeka (Lucy Liu), ha fatto i soldi con una truffa finanziaria; il marito (Chris Sullivan) non sembra poi tanto innamorato, domanda a un avvocato se i peccati della consorte ricadano sul coniuge anche in caso di separazione. Tyler, il figlio (Eddy Mayday), ha la cameretta piena di trofei di nuoto e un suo poster sopra il letto. È un cocco di mamma arrogante, con una vena di cattiveria, secondo l’amico Ryan (West Mullholland). Liquida come bullshit le preoccupazioni della sorella Chloe (Callina Liang), che a cena, dopo alcuni episodi inquietanti (libri spostati, mensole crollate), mette in guardia la famiglia circa la presenza che si annida in casa. All’inizio, è la sola in grado di percepire il fantasma, ma presto le cose cambiano. In una sequenza, Tyler racconta alla madre come lui e i suoi amici abbiano bullizzato una compagna di classe, scattandole una foto nuda. La madre ascolta complice, lo spettro no: rovescia mobili e trofei nella stanza del ragazzo, scatenando il panico generale. Interrogata dal capofamiglia, l’agente immobiliare, tanto per smontare i cliché sulla haunted house, assicura che nessun fatto di sangue è accaduto nella magione. Interviene una sensitiva. Koepp si serve di questo stratagemma in chiave didascalica, per chiarire i termini della questione e instradare lo spettatore – un po’ come le imbarazzanti digressioni degli esperti di occultismo in un film di Dario Argento. La donna ricollega la presenza a Chloe, al suo trauma, che le avrebbe aperto le porte della percezione. Chloe è certa che si tratti di Nadia, l’amica morta per overdose, la sensitiva no. Lo spettro, spiega, è confuso, percepisce il tempo in modo diverso dai vivi, passato e presente in lui si mescolano. Non sa perché sia lì, sta cercando di capirlo. Il poltergeist, dunque, lotta per ricostruire il senso del suo non-esserci, proprio come lo spettatore fa con il puzzle del film. Il fatto che la presenza si riveli alla donna nell’antico specchio in soggiorno è significativo. La superficie del vetro è trattata con nitrato d’argento, come una volta le pellicole cinematografiche. Tornano in mente certe paure ancestrali circa la capacità dell’immagine fotografica di intrappolare l’anima, o i dagherrotipi fasulli di Conan Doyle, che credeva fosse possibile impressionare la pellicola con apparizioni di spiritelli.

Quale che sia la sua reale identità, la presenza è protettiva, persino discreta. Quando Chloe fa sesso con Ryan, lo spettro si nasconde nell’armadio a muro, come un bravo mostro delle favole. Ecco, a proposito: Ryan è il lupo cattivo, il predatore che minaccia la bella. Questo adolescente incasinato, con padre farmacista che adopera come inconsapevole fornitore di narcotici, sembra uscito da un romanzo di Brett Easton Ellis o da Donnie Darko. Dopo il coito, lo vediamo sciogliere una polverina nel succo di frutta per Chloe. Fortuna che il poltergeist è nei paraggi e con un colpo provvidenziale rovescia il bicchiere. L’assalto decisivo ha un esito più drammatico, che avvia il film all’epilogo. Assenti i genitori, impegnati in un viaggio d’affari, prima Ryan narcotizza Tyler, poi fa lo stesso con Chloe. Viene fuori che è lui ad aver ucciso Nadia e l’amica di lei, soffocandole con una pellicola di plastica. Lo stesso minaccia di fare con Chloe, sennonché lo spettro sveglia dal torpore chimico Tyler e lo spinge (metaforicamente) su per le scale, in camera della sorella, dove, a seguito di una colluttazione, il ragazzo e l’amico precipitano da una finestra, morendo entrambi.

E dire che la veggente, poco prima, era tornata in casa dei Payne e aveva tentato di avvertire circa un pericolo, un fatto terribile, visto in sogno, che sarebbe accaduto per via di una finestra chiusa. Lo scioglimento dell’intreccio è fulmineo, secco, come il resto del racconto. Poco prima di lasciare la casa definitivamente, Rebeka, stordita e insieme acuita nella sua sensibilità dal dolore, guarda nello specchio e vede il riflesso di Tyler. È lui lo spettro, è sempre stato lui, venuto dal futuro per salvare Chloe. Un twist degno di Shyamalan per un film che, col pretesto della ghost story, tratteggia un ritratto desolante della borghesia americana e dei suoi rampolli, tra solitudine, materialismo sfrenato, droghe, misoginia, nichilismo. Soderbergh, però, non è Altman, e dunque il focus principale del lavoro è la riflessione sul punto di vista. La presenza è quella del regista, che disegna efficaci long-take in soggettiva nello stile di De Palma, cuciti assieme con tagli di montaggio che sfruttano le dissolvenze in nero, un po’ come l’Hitchcock di Nodo alla gola. Qui, però, non c’è la pellicola, ma il digitale; forse, allora, l’ostentazione così marcata di un preciso punto di vista sottolinea la necessità, in epoca di spersonalizzazione artificialmente (artificiosamente) intelligente, di riappropriarsi del mezzo con umanità. Al tempo stesso, identificandosi con la macchina da presa, degradandosi ad operatore, il regista-autore lascia che il proprio sguardo si faccia quanto mai veicolo per lo sguardo altrui. La presenza è Soderbergh e siamo noi, i quali, a differenza dello spettro (e del regista), non abbiamo il minimo potere sulla realtà del film. Lo spettro, pertanto, è la materializzazione del nostro desiderio, una longa manus immaginaria che assicura un appagamento allucinatorio. Noi tutti vogliamo salvare Chloe. Lo spettro agisce in nostra vece. Quando il film termina, quando Rebeka vede il figlio riflesso nello specchio, il fantasma di Tyler è finalmente libero. Per la prima volta dall’inizio del film, la macchina da presa, come nel finale di Professione: reporter di Antonioni, infrange il perimetro del duplex, si innalza nel cielo, dissolvendosi nel bianco. La presenza abbandona la casa come lo spettatore il cinema. 

In Presence, lo sguardo del fantasma è anche metafora della solitudine nella società capitalistica. Essere visti significa, in questo senso, essere considerati per ciò che realmente si è. Per Rebeka il figlio è poco più che una sua propaggine, il ritratto di un vincente, un complice al quale confessare le frodi di cui si è resa responsabile ma sempre, assicura, per il suo bene – suo, non di Chloe, la quale pende verso il padre, verso una sensibilità meno materialistica, aperta al mistero (Chris, spiega, deve il proprio nome a una madre fervente cattolica). Tyler appare cinico e insensibile quasi fino all’ultimo. A Ryan, che gli racconta come la compagna di classe bullizzata abbia avuto un crollo psicologico, replica accettando il brindisi dell’amico ai forti, a quelli che sopravvivono. Eppure, all’ultimo, Tyler ha un sussulto, difende la sorella. Il suo sacrificio, analogo a quello di Donnie Darko, si inscrive nel mito del martirio generazionale.

Malgrado il baratro nero che costeggia, Presence ha un risvolto consolante, persino ottimista. Il cerchio si chiude, la sofferenza non rimane inspiegata. Lo spettro ha un nome e un volto, l’inferno non esiste, o per meglio dire esiste, ma in terra, e ha le sembianze vagamente cheeveriane della suburbia borghese. Un fatto tutto sommato accettabile, neppure lontanamente paragonabile a un’angoscia metafisica, la quale, forse, in un mondo che viaggia verso il baratro, lo spettatore medio non sarebbe stato in grado di tollerare. Con Presence, Soderbergh ha disinnescato il potenziale dirompente del paranormale, riconducendo tutto a uno spettacolo virtuosistico, godibile, senza effettacci o facili jumpscare, in una parola intelligente, ma, forse, più convenzionale di quanto non sembri.

Presence

  • Lingua originale: inglese
  • Paese di produzione: Stati Uniti d’America
  • Anno: 2024
  • Durata: 85 min
  • Rapporto: 1,85:1
  • Genere: orrore, thriller
  • Regia: Steven Soderbergh
  • Sceneggiatura: David Koepp
  • Produttore: Julie M. Anderson, Ken Meyer
  • Produttore esecutivo: Corey Bayes, David Koepp
  • Casa di produzione: Sugar23, Extension 765, Neon
  • Distribuzione in italiano: Lucky Red
  • Fotografia: Steven Soderbergh
  • Montaggio: Steven Soderbergh
  • Effetti speciali: Samantha Diaz, Aleksandar Djordjevic, Caleb P. Johnson, Yuval Levy
  • Musiche: Zack Ryan
  • Scenografia: April Lasky, Imogen Lee
  • Costumi: Marci Rodgers
  • Interpreti: Lucy Liu, Julia Fox, Chris Sullivan, Callina Liang, Lucas Papaelias, West Mulholland, Eddy Maday