Le ultime ventiquattro ore nella vita di Anders, protagonista di Oslo, August 31st, sono un omaggio a Fuoco fatuo di Pierre Drieu La Rochelle e all’omonima trasposizione che del romanzo fece, nel 1963, Louis Malle. La splendida rilettura di Joachim Trier è libera e attualizzante. Il personaggio interpretato magnificamente da Anders Danielsen Lie è un giovane dei giorni nostri, impegnato in un pellegrinaggio terminale in una Oslo amata e odiata, città carica di ricordi, di calore familiare, ma anche gabbia opprimente da cui fuggire. Lo sosteneva già Phillip, interpretato sempre da Lie nel precedente film di Trier, Reprise, primo capitolo della trilogia di Oslo. Nelle sue prime ore di libertà dalla comunità per tossicodipendenti in cui è stato ricoverato negli ultimi mesi, Anders va a trovare un’amica, poi prova ad annegarsi in un lago. Lo spirito è pronto, il corpo no. Il tentativo chiarisce cosa si nasconda dietro lo sguardo di questo ragazzo magro, pallido, vestito di nero.
Durante il suo peregrinare, Anders cerca di trovare un senso al proprio dolore. All’amico Thomas racconta di come si senta vuoto, stanco. Vuole farla finita, gli altri sembrano così felici. Ma è un errore. Thomas, ad esempio, oggi è un uomo realizzato. Ha una bella famiglia, fa il ricercatore all’università, ma il senso di fallimento che si trascina appresso è quello di chi dalla vita si aspettava più di una birra a pranzo e qualche weekend in casa con la moglie a giocare a Battlefield. Il dramma è lo stesso dei personaggi di Reprise, alimentati da grandi sogni e costretti a fare i conti con una realtà che, in un modo o nell’altro, si rivela deludente. Anders cerca un contatto, una riconciliazione con il mondo. Qualcuno a cui fare compassione, dice a Johanne, una ragazza conosciuta a una festa. Ma lo stigma della tossicodipendenza lo accompagna. Del resto, Anders ha fatto del male a troppe persone. Niente sembra essere in grado di penetrare la fredda cortina del suo sguardo.
Trier con la camera a mano gli sta addosso. Anders è quasi sempre in scena, ma chiuso in sé stesso, prigioniero del proprio dolore. Flashforward, voci fuoricampo e jumpcut producono un effetto di sconnessione. Anders è immerso in un paesaggio umano di cui fatica a sentirsi parte. Come quando, in un caffè, ascolta le conversazioni degli avventori che, in un modo o nell’altro, sembrano raccontare la sua stessa vita – le difficoltà, le aspirazioni ingenue, le passioni, i fallimenti. Di taglio vagamente documentaristico, la scena sembra ispirata da Rohmer o da Cleo di Agnès Varda (tra le influenze dichiarate da Trier). È un passaggio che si ricollega all’apertura del film, in cui, su una serie di immagini di Oslo, si alternano racconti e riflessioni di sconosciuti. Come in Reprise, la dimensione collettiva e quella individuale sono saldate. Oslo, August 31st è, insieme, la cronaca di una crisi privata e un affresco collettivo. Trier oscilla tra i due piani variando continuamente la messa a fuoco, un modo per sottolineare la complessa interrelazione tra la presenza fantasmatica di Anders e la dimensione interiore della città.
Se Reprise è un film punk, la disperazione di Oslo, August 31st sa di new wave. Rispetto all’esordio, la frenesia Nouvelle Vague è stemperata, ma il realismo è messo in crisi da piccoli sfasamenti spaziotemporali e da alcune digressioni poetiche (una coppia di sconosciuti che la macchina da presa segue, di spalle, fin dentro le rispettive abitazioni). Abbondano i long-take. Il suicidio di Anders, con la dose di eroina, è girato in un unico piano sequenza – proprio come, nel recente Sentimental value, il regista Gustav Borg chiude il proprio film, ambientato nella stessa casa. La telecamera indugia su Anders privo di sensi; lentamente, con una carrellata, si avvicina alla finestra sullo sfondo. Sembra quasi una citazione di Professione: reporter, senonché il montaggio stacca sull’esterno. Vediamo la finestra della grande casa di famiglia, poi la piscina dove Anders ha osservato i suoi amici fare il bagno, il locale dove ha bevuto, il terrazzo dell’amica Mirjam, e così a ritroso, fino alla camera di hotel in cui, a inizio film, ha fatto l’amore per l’ultima volta.
A posteriori, la scelta di Anders assume i crismi dell’inevitabilità. Ma solo a posteriori. Nonostante la struttura del montaggio lo inscriva in un flusso invisibile (le inquadrature della casa, destinazione finale, che inframmezzano la sequenza ambientata alla piscina del parco Frogner), non sarebbe corretto negare che Anders ci provi. La confessione a Thomas di voler chiudere i suoi giorni, le telefonate alla ex a cui propone di ricominciare daccapo, la disperazione di non poter incontrare la sorella (forse intravista in una piccola violinista di conservatorio che Anders osserva con un tenero sorriso), sono tutti segni di un attaccamento alla vita non ancora esaurito. E tuttavia, Anders sembra incapace di deviare dal proposito iniziale. Nella scena al parco Frogner, resiste all’invito di Johanne di seguirla in piscina. La sua è una forma distorta di integrità, la fedeltà a un ideale di vita che non ammette imperfezioni e finisce per rendere intollerabile la vita stessa. Questa coerenza ai limiti del masochismo non estranea all’universo di Trier. I protagonisti di Reprise, ad esempio, sacrificano alla letteratura la sanità mentale e l’amore; la Julie di The worst person in the world (il film che chiude la trilogia di Oslo) opta per la libertà a ogni costo. Solo Gustav Borg in Sentimental value muta la propria posizione iniziale, trovando una sorta di equilibrio in extremis tra arte e vita.
Per Anders, ex giornalista di talento, il compromesso non è possibile. Non è arrabbiato, forse perché sente di non avere nessuno da incolpare se non sé stesso. Mentre passeggia per le vie di Oslo rievoca i genitori, una coppia di chiaro orientamento progressista, amorevole e comprensiva. Raggiunta la casa, si muove circospetto nel caos dei ricordi in attesa di trasloco. Siede al piano e rispolvera la Suite No.15 in D Minor di Handel. Trier gli scivola intorno con un movimento avvolgente e millimetrico, per non rompere l’incanto. Anders sembra procedere bene, poi si confonde, sbaglia. Nello spazio di questa piccola esitazione si misura la sua tragedia: l’incapacità di accettare l’imperfezione della vita. Di fronte a quest’ultimo fallimento, non resta che l’ago.
Scheda del film
Titolo originale: Oslo, 31. august
Paese di produzione: Norvegia
Anno: 2011
Prima uscita: 18 maggio 2011 (Festival di Cannes)
Durata: 95 min
Rapporto: 1,85:1
Genere: drammatico
Regia: Joachim Trier
Soggetto: Pierre Drieu La Rochelle
Sceneggiatura: Eskil Vogt e Joachim Trier
Fotografia: Jakob Ihre
Montaggio: Olivier Bugge Coutté
Musiche: Torgny Amdam e Ola Fløttum
Scenografia: Jørgen Stangebye Larsen e Solfrid Kjetså
Interpreti: Anders Danielsen Lie, Malin Crépin, Hans Olav Brenner, Ingrid Olava, Emil Lund, Øystein Røger, Tone Beate Mostraum, Anders Borchgrevink, Petter Width Kristiansen, Kjærsti Odden Skjeldal, Andreas Braaten, Johanne Kjellevik, Renate Reinsve, Aksel Thanke
