La donna dello scrittore, nell’originale Transit, attualizza il romanzo di Anna Seghers Visto di transito (1944), ambientato negli anni di Vichy. “Attualizzare”, forse, non è il verbo corretto, meglio sarebbe “traslare”. Nel film di Christian Petzold i nazisti occupano Parigi nel 2018. Non si tratta di una riedizione del Terzo Reich, un’ipotetica propaggine dei populismi emersi nel 2016, ma dell’originale. La mossa ha un fondo politico (denunciare i pericoli imminenti di un ritorno del fascismo) ma risponde anche a un’ossessione di Petzold, la questione della riscrittura o falsificazione della realtà, un tema che costituirà l’architrave filosofica di Undine (2020).
Georg, rifugiato politico tedesco, riceve dall’amico Paul l’incarico di consegnare una lettera allo scrittore comunista Wiedel, ma scopre che questi si è suicidato. Nella stanza d’albergo in cui l’uomo ha trascorso le ultime ore, ritrova una copia di un manoscritto (rifiutato dall’editore) e una lettera della moglie, Marie, che lo esorta a raggiungerla a Marsiglia. Ed è proprio lì che Georg si dirige dopo essere scampato ai rastrellamenti in corso a Parigi. Viaggia su un treno merci con Heinz, il quale, già fiaccato da una setticemia, muore. Georg ne rintraccia la moglie, un’immigrata sordomuta, e incomincia una tenera frequentazione con il figlioletto, Driss. Nel frattempo, assume l’identità di Wiedel. L’obiettivo è sfruttare la protezione speciale di cui gode lo scrittore e imbarcarsi per il Messico. Nella stanza di una pensione, ennesimo interno squallido e claustrofobico del film, vediamo Georg sostituire la foto sul passaporto, una scena che richiama esplicitamente la trasformazione di Locke in Robertson in Professione: reporter di Antonioni.
La Marsiglia di Transit è invece simile alla Casablanca dell’omonimo film di Curtiz, un crocevia di disperati di varia estrazione sociale che tentano di procurarsi un visto per fuggire oltreoceano. Durante le attese nei consolati messicano e americano, Georg si imbatte in due di questi: un musicista che conta ripetutamente le proprie fototessere, e una signora che accudisce due cani per conto di ricchi proprietari americani. La burocrazia di Vichy somiglia a un incubo kafkiano, la stessa struttura del film è un labirinto in cui Georg procede in modo erratico. L’incontro fatidico è quello con la bella Marie, compagna del dottor Richard, il quale soccorre il piccolo Driss dopo un attacco di asma. Richard è disperato per non essere riuscito a fuggire da Marsiglia quando ne aveva l’opportunità. Marie è interpretata da Paula Beer, che ritroveremo in Undine (assieme a Georg/Franz Rogowski, dall’inconfondibile parlata leporina) e nel più recente Il cielo brucia. Sin dalle prime scene, Petzold conferisce una qualità spettrale alla moglie di Wiedel. Vestita di nero, vaga come un’anima in pena per le vie di Marsiglia. Ogni volta crede di scorgere il marito nella sagoma di Georg di spalle, ogni volta constata, con enorme delusione, l’errore. Georg la ama, ma non le rivela della morte di Wiedel. All’ultimo, sceglie di non fuggire con lei, consegnando il secondo visto a Richard. Il beau geste è analogo a quello di Bogart nei confronti di Ilsa e Victor in Casablanca, ma qui non c’è nessuna lotta da ingaggiare, nessun ordine morale da preservare, neppure una virilità da affermare. Georg sembra piuttosto voler rimettere sui giusti binari il film, rimediare allo scompiglio prodotto dalla sua sostituzione. Il tentativo è vano: l’ennesimo scambio conduce a una tragica fatalità. La nave della salvezza urta una mina, lasciando nessun superstite.
In Transit il livello di manipolazione è doppio. Petzold riscrive la Storia, la grande tragedia dell’occupazione tedesca della Francia, Georg riscrive le storie, quelle di Marie e del suo amante, consegnandoli entrambi alla morte. Nei film di Petzold il caso è un equivoco, esiste il destino, una congiunzione astrale che, presto o tardi, si compie. Di questa trama fatta di snodi intravisti, visitati fugacemente e poi superati, Georg è autore e personaggio insieme. La lettura del manoscritto di Wiedel lo appassiona perché si riconosce in quell’universo di intrighi e figure sfuggenti, losche loro malgrado. Georg è un eroe recalcitrante, nella migliore tradizione hollywoodiana. Una voce fuoricampo ci racconta le sue vicissitudini con qualche piccola falsificazione. Il narratore, scopriremo poi, è un barista con cui Georg si è confidato. Lo interpreta quel Matthias Brandt che ritroveremo ne Il cielo brucia nei panni di uno sfortunato editore, anche lì alle prese con la lettura di un manoscritto di un autore in crisi. Corsi e ricorsi del cinema petzoldiano. La parola scritta è una formula che dischiude mondi, ma è con gli sguardi che i personaggi del regista tedesco bramano (e ottengono) un riconoscimento. Solo e braccato dal nemico, Georg crede di vedere Marie nel bistrot che frequentavano. L’ultima occhiata, in macchina, dal basso verso l’alto, si colora di un sorriso. Qualsiasi cosa abbia visto – la rediviva Marie, il suo spettro o un SS venuto ad arrestarlo – Georg ora sa.
La donna dello scrittore
- Titolo originale: Transit
- Lingua originale: tedesco, francese, lingua dei segni francese
- Paese di produzione: Germania, Francia
- Anno: 2018
- Durata: 101 min
- Rapporto: 2,39:1
- Genere: drammatico
- Regia: Christian Petzold
- Soggetto: dal romanzo di Anna Seghers
- Sceneggiatura: Christian Petzold
- Produttore: Florian Koerner von Gustorf, Michael Weber
- Casa di produzione: Schramm Film Koerner & Weber, Neon Productions, ZDF, Arte France Cinéma
- Distribuzione in italiano: Academy Two
- Fotografia: Hans Fromm
- Montaggio: Bettina Böhler
- Musiche: Stefan Will
- Scenografia: K. D. Gruber
- Costumi: Katharina Ost
- Trucco: Kitty Kratschke, Sonia Salazar-Delgado
- Interpreti: Franz Rogowski, Paula Beer, Godehard Giese, Lilien Batman, Maryam Zaree, Barbara Auer, Matthias Brandt, Sebastian Hülk, Émilie de Preissac, Antoine Oppenheim, Ronald Kukulies, Justus von Dohnányi, Àlex Brendemühl, Trystan Pütter
