My name is

Pedagogia è una brutta parola. La pronunci, e ti danno del vecchio bacucco. La funzione pedagogica della RAI è acqua passata, la funzione pedagogica degli intellettuali – chi? – non ne parliamo. Lo sport, la scuola – ma per favore! Il mito dell’autosufficienza rimpolpato dai social, il comodo stravolgimento della massima protagoriana per cui ciascuno è misura di tutte le cose, e pazienza se per giudicare alcune di queste cose ci vorrebbero un paio di lauree, hanno mandato al macero quel po’ di memento etico-culturale che la società delegava alle sue agenzie. Eppure, in epoca di guerre che scoppiano come foruncoli, di ex ricattatori impasticcati che si ergono a moralizzatori, di giornalisti appecoronati ai suddetti, di ministri che paiono usciti dal Grande Fratello, nella bolgia di un Occidente stanco, martoriato dal peso delle sue stesse illusioni, non guasterebbe recuperare questa parola, pedagogia. Ma non per surrogare l’ora di educazione civica a scuola (che, a proposito, si fa ancora?), giusto per indicarci quelle due tre cose fondamentali della vita, buttarle lì senza paternalismi, tanto per vedere che effetto fa.

Ken Loach. L’altra sera guardavo My name is Joe, ma poteva essere un film qualunque di Loach, non sarebbe cambiato nulla. Loach ha questa capacità, riportarti coi piedi per terra. Tu sei lì che ti struggi per chissà quale sciocchezza, e lui ti mostra la lotta per l’esistenza come probabilmente non hai mai dovuto combatterla. Disoccupati, operai, tossici, prostitute, servizi sociali, periferie stracciate, escluse dalle magnifiche sorti e progressive del capitalismo tatcheriano. I poveri esistono ancora, la fame esiste ancora, ma ce ne siamo dimenticati, e così pure della solidarietà. Abolito il Partito, abolita la Chiesa, distrutto lo stato sociale, siamo in balia di noi stessi, manciate di atomi gettati nel vuoto pneumatico di una rete che somiglia sempre più a una gigantesca camera dell’eco in cui sfilano, mestamente, le nostre indicibili solitudini vestite a festa.

In un passaggio interessante di quel libro nauseabondo che è Illuminismo oscuro, libro che tra cent’anni i nostri pronipoti studieranno nelle scuole, Nick Land sottolinea come il dibattito pubblico americano sia conteso tra voice ed exit. Voice, ergersi pubblicamente a paladini di una causa. Exit, mollare la presa, scegliere la via del bosco, direbbe Junger. Il secessionismo è una costante della storia americana. Gli Stati Uniti sono nati dalla rescissione del cordone ombelicale con la madrepatria (il Regno Unito), così si spiega questa vocazione negativa storicamente estranea al dialogante crogiuolo europeo. Mi pare, in realtà, una falsa lotta. Vince a mani basse l’exit, la fuga, e così ormai nel resto del mondo. L’uomo contemporaneo non crede quasi più. Anche i migliori di noi, quelli che si impegnano sinceramente, convinti che puntellare le fondamenta di questa nostra scassatissima società valga il rischio di un’ulcera, trascinano le proprie bandiere di corteo in corteo con sempre maggiore fatica. I più si esibiscono per qualche manciata di follower, dicono le cose giuste ma tenendo sempre d’occhio il saldo contabile. Alcuni mostrano i denti, si abbandonano al cinismo, alla cattiveria. C’è un pubblico anche per loro. Ieri, scrollando Twitter (pardon, X), leggevo una blogger. Più mi insultate, scriveva, più io monetizzo. Persino la dignità è in vendita, si spreme per farne quattrini. Non ci serve l’alchimia, i social hanno realizzato il sogno: trasformare il letame in oro.  

“Mercificazione” è la parola che definisce il perimetro entro cui si misura la libertà dell’individuo. Più sei capace di trasformare te stesso, i tuoi successi, le tue disgrazie, persino tua moglie o i tuoi figli in un bancomat, più sei libero. O almeno, questo è quello che l’odierna cultura Occidentale vorrebbe farci credere. Il lunedì mattina ci troviamo tra colleghi, musi lunghi, a vagheggiare: sarebbe bello vincere al superenalotto. Fossi ricco col cazzo starei qua! Fare i soldi a ogni costo e poi sparire. Exit. Il fine che giustifica ogni mezzo. Per fortuna c’è Ken Loach, con il suo sguardo proletario, vagamente neorealista, virilmente malinconico. Ecco, sarebbe bello che un servizio pubblico intruppato di semianalfabeti e raccomandati avesse uno scatto di orgoglio, recuperasse un minimo di senso della misura, di dignità, e trasmettesse ogni tanto, in prima serata, qualcuno tra Riff raff, Terra e libertà, Days of wine and roses, Una canzone per Carla. Cose così, semplici, che ci ricordino – anche a me, che ogni tanto le dimentico – le cose importanti, il motivo per cui è grande l’Uomo.