L’enigma del desiderio. “L’uomo nel bosco”, Alain Guiraudie (2024)

Guiraudie e l’impenetrabilità dell’Altro, la sconcertante sacralità del suo mistero
Una scena di "L'uomo nel bosco" ("Misericorde", 2024), il nuovo film di Alain Guiraudie

“Wild is the wind”, diceva una canzone, “selvaggio è il vento”, e così il desiderio. Miséricorde di Alain Guiraudie, in italiano L’uomo nel bosco (sic!), mette in scena il conflitto tra edonismo e repressione in un racconto asciutto, ricco di simbolismi, di ambientazione rurale ma non naturalistico, infiltrato dal cattolicesimo ma moralmente agnostico. L’ambiguità “rohmeriana” del film forse non è un caso, essendo Miséricorde distribuito da Les Films du Losange, la casa fondata da Barbet Schroeder, Rohmer e Pierre Cottrell nel 1962.

Jeremie (Felix Kysyl) torna nel villaggio di Saint-Martial, sulle montagne dell’Ardèche, in occasione della morte del suo ex datore di lavoro, un fornaio. La vedova Martine lo ospita in casa, nella vecchia stanza del figlio Vincent (Jean-Baptiste Durand), che non ne gradisce troppo la presenza. Vincent teme che Jeremie abbia intenzione di sedurre la madre. Esasperato dalla permanenza del ragazzo, che pare addirittura intenzionato a rilevare la panetteria paterna, arriva alle minacce. Una notte, nel bosco, i due regolano i conti in un violento corpo a corpo. Jeremie ha la meglio: uccide Vincent e ne simula la scomparsa. La caccia della polizia si rivela inutile. Jeremie è protetto da una rete di tacite connivenze di natura incestuosa. Martine, e soprattutto padre Philippe (Jacques Develay) brigano più o meno consapevolmente per sottrarlo alla cattura. In confessionale, il vecchio prete gli dichiara il proprio amore. Più tardi, salva Jeremie dal suicidio. La sua coscienza, scossa dal delitto consumato in un raptus, riuscirà a scendere a patti con la colpa, gli promette.

Tratto da un segmento del suo romanzo Rabalaïre, il film di Guiraudie è un noir nel solco di Chabrol, ma con sovratoni fiabeschi e surreali. L’ambientazione rurale, in un borgo dell’Aveyron (sud della Francia), rimanda al più recente Sotto le foglie di Ozon, altro mystery saturo di ipocrisie paesane, o al più apocalittico Il cielo brucia, di Christian Petzold. Racchiuso in poco più di un’inquadratura, il bosco è il cuore oscuro del racconto, un luogo reale e insieme metaforico, popolato di simbolismi psicoanalitici. Qui avvengono il delitto e il seppellimento. Sul cadavere di Vincent crescono dei funghi che Jeremie mangia, controvoglia, serviti da Martine nell’omelette. La comunione blasfema si svolge sotto lo sguardo di padre Philippe, che sa ma non denuncia l’assassino al volenteroso poliziotto di paese. Come in Teorema (ma senza la potenza lirica e l’intento politico del film di Pasolini, che del resto Guiraudie non ama), Jeremie è il corpo estraneo che produce la deflagrazione del nucleo famigliare. Moralmente e sessualmente ambiguo, il seduttore funziona da catalizzatore, non da causa prima. La maliziosa Martine probabilmente covava da tempo un’attrazione per il ragazzo, e pur sapendo che Jeremie a sua volta era innamorato del marito lascia che s’insinui nella sua vita. Dapprima gli cede i vestiti del defunto, infine il posto nel talamo nuziale. A fare le spese di questa progressiva sostituzione edipica è Vincent. Naso schiacciato e labbro leporino, si agita come un cane rabbioso a difesa di un perimetro già corrotto e disfunzionale. Alcune scene tra lui e Jeremie, soprattutto la prima amichevole lotta nel bosco, sembrano sottendere un amore adolescenziale. La rabbia di Vincent, dunque, potrebbe originarsi dalla gelosia, da un sentimento frustrato. Contrariamente ad altri film di Guiraudie (ad esempio, Lo sconosciuto del lago), in Miséricorde il sesso è continuamente evocato ma non si consuma mai. Quando non è mimato (padre Philippe finge un amplesso con Jeremie per salvarlo dai sospetti della polizia), è surrogato feticisticamente. Jeremie tenta di sedurre il contadino Walter indossandone la canotta. L’uomo lo scaccia malamente, ma la sua più che repulsione sembra paura. Chi non teme nulla è certamente padre Philippe, meravigliosamente interpretato da Develay. Nel corso del film, il vecchio prete si manifesta con l’esattezza impalpabile di certe apparizioni sovrannaturali. Con procedimento tipico di Guiraudie, quello che all’inizio è un personaggio secondario conquista lentamente la scena, ponendosi come una sorta di autorità morale. Padre Philippe è l’angelo custode di Jeremie. La misericordia di cui si fa portavoce è il riflesso di una quieta disperazione, la certezza – mai scandita a chiare lettere, ma facile da intuire – che il cielo sia vuoto, e che per questo, dostevskijanamente, tutto sia concesso, pure l’assassinio. Alle verità assolute della fede più convenzionale, ormai inservibili, padre Philippe contrappone una morale personale fondata su amore inteso come esercizio quotidiano di muta disciplina. La speranza, chiaramente irragionevole, è che questo paziente contenimento possa cambiare di segno alla forza spaventosa che è il desiderio di Jeremie.

Nel finale del film, sorridente e mansueto, il ragazzo stringe la mano di Martine prima di addormentarsi. Qui come altrove, Jeremie non sembra del tutto padrone di sé, è uno di quegli antieroi opachi, portatori di una sventura di cui finiscono essi stessi vittime. La ristretta topografia del borgo, scolpita nella quieta fissità contadina, è ravvivata dalla febbrile azione dei personaggi, i quali sembrano muoversi in tondo come i protagonisti de La congiura degli innocenti di Hitchcock, con cui Miséricorde condivide un certo gusto per lo humor nero. Jeremie tenta spesso di allontanarsi dal villaggio, sorta di panopticon in cui tutti sembrano osservarlo, ma le fughe notturne terminano sempre con un ritorno. È la trappola del desiderio, la cui sovranità si fonda su leggi imperscrutabili, capaci di sovvertire canoni morali ed estetici. In Misericorde la bisessualità è una norma mai messa in discussione, e i corpi erotizzati dallo sguardo di Guiraudie sono lontani anni luce dalla patina glam di Instagram. Il regista rifiuta le logiche del desiderio borghese, sceglie di riconsegnare potere erotico agli anziani, ai contadini, agli operai, a coloro i quali la società dell’immagine relega ai margini, neanche fossero invisibili.

È, questa, un’altra delle diversioni tipiche di Guiraudie, cineasta imprevedibile, in grado di muoversi tra autorialità, cinema di genere (in Miséricorde, sin dalla scelta del cinemascope, riecheggia il western hollywoodiano), vaudeville, tragedia. La capacità peculiare del regista francese è quella di adoperare materiali minimi e forme persino abusate (il prete di campagna, il giovane efebo, la vedova allegra) riuscendo a liberarne le residue possibilità narrative. Se Miséricorde non è un film così potente come potrebbe è perché si mantiene in superficie, si accontenta del suo gioco, elude la profondità angosciosa delle sue stesse premesse. Rimane, però, il documento di una voce originale e coinvolgente, testimonianza di uno sguardo vitale, non anestetizzato dalle convenzioni dell’odierno linguaggio audiovisivo, ancora desiderante. L’abbondanza di primi piani, inedita in un film di Guiraudie, è figlia di ripetute visioni di Bergman e risponde al bisogno di impossessarsi dell’interiorità dei personaggi. Tentativo vano. Quello di Guiraudie è un cinema scandaloso nel senso bataillano (da Bataille) del termine, perché ci mette difronte all’impenetrabilità dell’Altro, la sconcertante sacralità del suo mistero.

Alain Guiraudie, “L’uomo nel bosco” (2024)

  • Titolo originale: Miséricorde
  • Lingua originale: francese
  • Paese di produzione: Francia, Spagna, Portogallo
  • Anno: 2024
  • Durata: 104 min e 103 min
  • Rapporto: 2,35:1
  • Genere: noir, commedia
  • Regia: Alain Guiraudie
  • Sceneggiatura: Alain Guiraudie
  • Produttore: Charles Gillibert
  • Casa di produzione: CG Cinéma, Scala Films, Arte France Cinéma, Andergraun Films, Rosa Filmes
  • Distribuzione in italiano: Movies Inspired
  • Fotografia: Claire Mathon
  • Montaggio: Jean-Christophe Hym
  • Musiche: Marc Verdaguer
  • Scenografia: Emmanuelle Duplay
  • Costumi: Khadija Zeggaï
  • Trucco: Michel Vautier
  • Interpreti: Félix Kysyl, Catherine Frot, Jacques Develay, Jean-Baptiste Durand, David Ayala, Sébastien Faglain, Tatiana Spivakova, Salomé Lopes