L’analogico (non) ci salverà. Midnight mass / Archive 81

Midnight mass: recensione della serie tv Netflix

Non mi è ancora passata la sbronza di Netflix. Continuo a setacciarlo (la) nella speranza – vana, lo riconosco – che non sia vero ciò che ho letto tempo fa in un libro di Sclavi, ovvero che a buttare un barile di whisky in un secchio della spazzatura ci ricavi sempre spazzatura. Due serie diverse mostrano tematiche affini, sembrano indicare una rotta del nostro macilento sentire nell’anno di grazia duemilaventitré.

Midnight mass è ideata e diretta da Mike Flanagan (Doctor Sleep, The haunting). Racconta la storia di una piccola comunità di pescatori su un’isola dimenticata (letteralmente) da Dio. Un bel giorno arriva un nuovo prete, Father Paul, in sostituzione del vecchio monsignore. Cominciano i miracoli: paraplegici che camminano, anziani che ringiovaniscono, dementi che ragionano con più lucidità di Elon Musk (ci vuole poco). Dove andrà a parare il prete? Hamish Linklater, uno e novantatré, vocione melodioso, è un tipo à la Nick Cave. Arriga i fedeli, li chiama a indossare l’armatura dell’esercito di Cristo. Nasconde qualcosa. Prepara qualcosa. Ma cosa? Mentre lo spettatore finge di non capire, si appassiona alla vicenda di alcuni personaggi. Due in particolare: Riley, che fa ritorno sull’isola dopo aver scontato quattro anni di galera per omicidio colposo (guidava sbronzo, ha investito una donna); Erin, maestrina fuggita e poi tornata anche lei sull’isola, infelice segreto amore di Riley e ora incinta (forse).

Con Midnight mass siamo nel filone dell’horror a sfondo religioso con sbrodolamenti esistenzialistico-filosofici. I personaggi parlano parlano parlano, mescolano il racconto delle proprie ferite (il trauma!) con riflessioni più o meno poetiche sul peccato, la morte, la redenzione. La sceneggiatura procede ligia alle regole dello storytelling: personaggi stereotipati, per ogni effetto una causa, snodi narrativi forzati. Il finale in crescendo, alla Lost, chiude perfettamente il cerchio.

Difetta invece di chiusura, suo malgrado, Archive 81. L’ideatrice è Rebecca Sonnenshine, autrice di The vampire diaries. Dirige, tra gli altri, Rebecca “Stranger Things” Tomas. Co-produce James Wan (Saw, The conjuring). La magmatica e verticalissima New York prende il posto di Crockett Island (in realtà Garry Point Park, British Columbia, Canada). Rimane l’impressione di un microcosmo asfissiante. L’epicentro del racconto è il Visser Building, un condominio distrutto da un incendio negli anni ’90. Dalle fiamme sono state parzialmente risparmiate alcune VHS. Il giovane Dan viene assunto da un ricchissimo e misterioso uomo d’affari per restaurarle. Dan, però, dovrà lavorare in una villa fuori città, isolato dal mondo. Quello che c’era prima di lui ha dato di matto, ma per la modica cifra di centomila dollari vale la pena correre il rischio.

La prima stagione di Archive 81 è entrata nella top ten delle più viste, tuttavia l’algoritmo di Netflix, con sorprendente mossa oracolare, ha predetto l’insuccesso di una eventuale seconda stagione. Risultato: show cancellato. Cionondimeno, Archive 81 è interessante. Contiene tutti i difetti di scrittura, regia e interpretazione tipici della serialità di Netflix, ovvero una certa meccanicità, una certa prevedibilità, un certo didascalismo, ma sfrutta in modo interessante lo stratagemma del found footage. La narrazione mescola presente e passato ricostruito tramite VHS. Attraverso il restauro dei nastri, Dan cerca di capire cosa sia successo nel Visser. Che fine ha fatto la dolce Melody che ha girato le cassette per un progetto di dottorato, cosa c’entri con lei suo padre, perché il riccone che lo ha assunto sembra ossessionato da questa storia. Man mano che Dan procede nella sua indagine, la barriera tra reale e immaginario crolla, come in Videodrome di Carpenter (ma qui è tutto più annacquato). Le VHS sono un “contenitore”, guardarle apre la porta tra il nostro mondo e quello governato da un dio lovecraftiano, Kaelego, venerato da un gruppetto di inquilini invasati del Visser. Verrebbe quindi da dire: ah però, che anti-nostagici questi di Archive 81, il vintage demonizzato! Vero, non siamo dalle parti di Be Kind Rewind, la pellicola non è un feticcio infantile di purezza. Ma è vero anche che solo le VHS possono “contenere mondi”, per dirla con la sceneggiatura. Il digitale non ospita nulla, non contiene nulla, non c’è niente che prema per uscire dallo smartphone o dallo streaming su una piattaforma, nessun mistero. Il digitale non colonizza l’immaginario, o se lo fa ciò accade con una forza neppure lontanamente paragonabile a quella dell’analogico, al punto che non vale neppure la pena parlarne. Nella serie, i cellulari non prendono. La ricostruzione dei fatti non avviene per SMS, WhatsApp o email, ma grazie a nastri, vecchi documenti, snuff movies, persino sedute spiritiche. L’eroe chiamato a sbrogliare la matassa è un restauratore. Nei reperti del passato è la verità, solo chi sa maneggiarli può arrivarci. 

La proliferazione di immagini e racconti genera confusione. L’ossessione scopica, soprattutto se autoreferenziale, è il segno della hybris umana, la quale spesso nasce dal tentativo di turare una mancanza. Sia Midnight mass che Archive 81 affrontano i grandi rimossi della nostra epoca: la morte e la genitorialità. Il movente delle azioni di Father Paul è una seconda chance, la vita eterna da trascorrere assieme alla donna che ha sempre amato e da cui ha avuto una figlia. La setta del Visser prosegue l’opera di Iris Vos, ricca ereditiera degli anni ’20 che desiderava evocare Kaelego per generare il figlio che non riusciva a concepire. Dan ha perduto padre, madre e sorella in un misterioso incendio, l’oltreregno di Kaelego, in cui tempo e spazio risultano alterati nel loro funzionamento, può consentirgli di riabbracciarli. I più invasati tra i credenti di Midnight mass vagheggiano di un mondo in cui la morte sia sconfitta, grazie ai poteri che Father Paul ha ottenuto da un angelo in realtà assai simile a un demone-vampiro.

Ripudiare la morale convenzionale, squarciare il velo di Maya, sovvertire le leggi della natura. Questo nostro mondo ci sta stretto al punto tale che vale la pena rischiare la distruzione pur di raggiungere l’Altrove della felicità eterna – un Altrove tangibile, a portata di mano, insomma una declinazione materialistica dell’Altrove. Sia i fanatici religiosi di Midnight mass che i membri della setta di Archive 81 si considerano pionieri, esploratori, un’avanguardia. Midnight mass contiene una esplicita critica al cattolicesimo integralista, cui contrappone un panteismo di stampo new age (Dio è ogni cosa, ogni cosa è in me, la vita è sogno). L’idea di Father Paul e della perfida Bev Keane è che il bene supremo valga qualche cadavere. Perché opporsi? Gli uomini sono strumenti della volontà di Dio – sono i “contenitori”. Ma il fanatismo acceca, trasforma in zombie vampiri. Restano in due su una barchetta al largo mentre i cattivi bruciano. Adamo ed Eva. La morale è stucchevole. Eccolo l’Oltremondo, il regno per cui valga davvero la pena sovvertire le regole, esplorare le regioni oscure dello spaziotempo, sfidare i mostri antichi e nuovi: l’amore.

Flanagan è ossessionato dalla morte e dal cattolicesimo, i riferimenti abbondano anche in The haunting. Come in The haunting, Midnight mass ha una fotografia orribile e un paio di buone scene di gruppo. Fino alla quinta puntata, Archive 81 è più interessante nella sua commistione di Rosemary’s baby, Sinister, un pizzico di Lynch (Kristin Griffith aka Cassandra Wall è un compromesso al ribasso su Grace Zabrinskie) e Kubrick. Un’esplicita citazione di Shining, però, è proprio in The haunting of Hill House – la “stanza rossa”, ovvero “red room”, cioè “redrum”, “murder” al contrario, a dimostrazione di come questi sceneggiatori leggano e guardino tutti le stesse cose e si influenzino reciprocamente. Lo specialismo, la riduzione di ogni applicazione a pura tecnica, per cui anche la scrittura è solo questione di stratagemmi, ritmo, cliché da riassemblare fino allo sfinimento, è un male peggiore della muffa di Kaelego. Archive 81 manda a remengo le buone intenzioni weird per tuffarsi a corpo morto in un finale raffazzonato, con un cliffangher preludio a una seconda stagione che non ci sarà – a proposito di fantasmi.

Non mi pare che i fan si siano incatenati davanti ai cancelli di Netflix. Del resto, dov’è esattamente Netflix? Gli sconcertanti Moloch della tecnologia sono sparsi, puntiformi, inafferrabili come nuvole di zucchero filato, tramonti scintillanti. L’algoritmo intona inni alla vita vera, sincera, alla natura, alla saggezza della natura, per la modica cifra di 12,99 al mese, sennò ti tieni Don Matteo. In questo continuo rovesciamento di senso che è lo sfacciato bispensiero capitalista, contro chi ribellarsi? E perché, poi? Nell’era digitale l’immaginario è labile, riscrivibile all’infinito. I fantasmi impressionano le pellicole nelle fotografie spiritiche, non i cervelli della Gen-Z, sempre affamati di nuovi stimoli, ma non per questo immuni al fascino dei mostri del passato, semplicemente incapaci di dargli un nome.