La polvere

Tra i molti peccati di Berlusconi, il peggiore è senza dubbio la totale assenza di grandezza tragica. In vita, il Cavaliere non è stato all’altezza delle possibilità drammatiche che il suo personaggio suggeriva. Non era Citizen Kane. Eppure, in un certo senso, ugualmente è uscito rovinato dal confronto con il Potere. A riguardare le interviste e le uscite pubbliche pre e post discesa in campo, si ha l’impressione di un progressivo scadimento grottesco, di un deterioramento estetico, cognitivo, linguistico, di gusto. È, quest’ultimo, il Berlusconi come lo conosciamo, satiro Pinocchio Arlecchino plastificato, senilmente inebriato dalla sua grandezza al punto da smarrire ogni misura. Berlusconi, insomma, è un fenomeno squisitamente pop. Alla base, un’idea di politica confezionata con arte da imbonitore, da piazzista di fiere di paese, su misura per un pubblico annientato dalla squallida propaganda della TV commerciale, ma non per questo innocente. 

Sul piano morale, il ventennio berlusconiano è stato persino peggiore di quello mussoliniano. Non c’era alcuna grande idea, dietro, per quanto mostruosa e abbietta, solo il maquillage del narcisismo, l’egoismo predatorio abilmente sceneggiato, trasformato in spettacolo palingenetico di rinascita, benessere collettivo, rivendicazione prepotente che di liberale aveva nulla, al massimo di libertario, e forse neanche quello, perché “libertario” è un conto, “io so io e voi non siete un cazzo” è un altro. La tentazione del potere, in epoca eroica, è quella di legare il destino individuale a quello collettivo. Muoia Sansone con tutti i filistei! Ma Berlusconi, ancora una volta, non era Sansone. Caduto rovinosamente nel 2011, ha finto di essere morto per un po’. Poi, come nulla fosse, si è alzato ed è ritornato più o meno dov’era. Il mondo nel frattempo era cambiato, ma non troppo, e del resto a lui, anche fosse, non sarebbe importato. Avrebbe continuato a fare quello che aveva sempre fatto, confidando nel tempo, nella poca memoria, nell’atavica tendenza degli italiani alla beatificazione. Che, implacabile, arriva post-mortem, nella forma pomposa del lutto nazionale e dei funerali di Stato. Le avvisaglie c’erano già tutte. Pluri-evasore fiscale, corruttore, bugiardo patologico, puttaniere, con l’avvento della Terza Repubblica dei barbari neopopulisti era riuscito a farsi passare per quello moderato, il garante della stabilità, dell’atlantismo, dell’europeismo ecc. L’ultimo trucco. Le qualità umane – il carisma, l’intuito, la simpatia, il fascino che sapeva suscitare, persino la generosità che molti gli attribuiscono -, non cancellano ciò che è stato. Ovvero più di quello che avrebbe dovuto, meno di quello che avrebbe potuto. 

L’onore delle armi, o peggio, l’indifferenza dei nemici storici, questo significa. Berlusconi non ha cambiato il paese, l’ha interpretato. Ha vellicato gli istinti peggiori, li ha nobilitati come fanno gli istrioni, ma senza vezzi intellettuali, senza nevrosi. Pura, irresponsabile, anarchica joie de vivre, questo è stato. Berlusconi ha planato sul ventennio di macerie che lui stesso aveva contribuito a creare. Nessuno è stato in grado di afferrarlo. Non Repubblica, non Occhetto, gli intellettuali, i registi. Sorrentino, che per mettere in scena la maschera del Cavaliere è inciampato nella caricatura stile Bagaglino (non bisognerebbe mai parlare il linguaggio dei propri nemici, diceva Pasolini). Moretti, che nel Caimano ha dipinto il Mostro, l’Eversore, trascurando il lato Silvio, quello clownesco-seduttivo, l’umanità (anche il Male, volendo, ne ha). Ancorché parziale, il suo ritratto rimane però il più convincente. In un cinema stilizzato e politico il potere non può che assomigliare a una perversione senza possibilità di riscatto. Il finale sulfureo del film raffigura con precisione la tesi dell’essenza eversiva del berlusconismo, e forse i brividi nascono più da questo, dalla forza del linguaggio, che non dalla correttezza dell’interpretazione. Col senno di poi, il berlusconismo non somigliava a un golpe, ma a una festa di Publitalia ripetuta ad libitum, inacidita, degenerata nel kitsch dell’orgetta da film di Alvaro Vitali, la liceale al mare, la soldatessa alle grandi manovre, e su tutto le barzellette, l’eterna provincia italiana, Apicella travestito da Roberto Murolo, meglio ‘na canzone!

Il lascito politico di Berlusconi è nullo. Il centrodestra non esiste, e così il centrosinistra. Sono illusioni di modernità gattopardesche tipiche del nostro paese. Le grandi riforme non ci sono state, quelle piccole sono finite cancellate o disperse nei rivoli di una legislazione ipertrofica, abborracciata, sciatta. Materiale da archivisti, da storici nostalgici Damilano. Berlusconi non ha inventato niente. La discesa in campo era l’apoteosi, il principio della fine di un’epoca che era già berlusconiana prima di Berlusconi. Berlusconi ha vinto, aveva già vinto prima ancora che iniziassimo a pensare di combatterlo. Berlusconi è il nome e la faccia a cui è toccato in sorte di ballare sul palcoscenico di un paese bonario e feroce. E lui ha ballato, altroché. Ora comincia la polvere.