La scorsa settimana, in diretta tv, Matteo Renzi ha rivendicato quattro anni di governo – da presidente del Consiglio prima, da segretario del partito di maggioranza poi – del paese. Ha snocciolato le leggi approvate, fatto (timida) ammenda degli errori, attaccato gli avversari (il M5S). Soprattutto, si è esercitato nel suo gioco preferito: rilanciare, il tutto dando libero sfogo alla caratteristica preminente della sua personalità politica, che è poi una deformazione professionale tipica degli arringatori di folle odierni: lo storytelling.
Odio questo termine. L’abuso su stampa, social, nelle chiacchiere da bar, è palese. Del resto, anche questo è un segno dei tempi. La nostra è l’era della narrazione infinita.
Sin dalla notte dei tempi la politica ha adoperato la retorica per magnificarsi o arringare le folle contro la spregevolezza politica, morale, talvolta persino fisiognomica dei nemici. Gli anni ’90, col loro mix esplosivo di crollo del muro e Tangentopoli, portarono i partiti-leviatano (PCI e DC) alla deriva. Al loro posto, soprattutto a destra, una galassia frammentata, un corpuscolo di puntini che a unirli formarono il ritratto di lui, Silvio Berlusconi, l’Unto dal Signore, il redentore che ha assommato su di sé le contraddizioni dello spettro politico – di più: della società italiana – e ne ha fatto merce elettorale. Berlusconi fu il primo a intuire il nuovo corso comunicativo. Nell’era post-ideologica dello spettacolo, la parabola politica doveva necessariamente legarsi a una mirabolante ascesa individuale per risultare appetibile a un elettorato stordito in egual misura dalle soap opera e dal fallimento dei “professionisti della politica”. Da qui, la mitologia della discesa in campo, la vanagloria dei trofei del Milan (“suo” non tanto perché di proprietà, ma soprattutto perché plasmato per osmosi nello spirito vincente), la retorica del “ghe pensi mi”, apoteosi di una “storia italiana”, anzi la “storia italiana”, ricordate l’opuscolo? Palingenesi pura. Patinata, grossolana, persino volgare, ma dritta come una stilettata al cuore dell’immaginario asfittico della casalinga di Voghera e dell’operaio di Pomigliano.
Da lì è stata una costante corsa al ribasso. La politica tutta ha più o meno consapevolmente imitato questo modello cialtronesco, da commedia dell’arte, finché i social non hanno offerto un’occasione di rinnovamento, se non nei contenuti, almeno nella forma. E in effetti la pratica narrativa del renzismo è meno pacchiana, la personalizzazione meno spettacolare, il narcisismo più studiato. Dove Berlusconi eccedeva con un io “casereccio”, finendo col celebrare i peggiori vizi italici, Renzi tenta di mimetizzarsi in una narrazione fatta di slanci generosi e grandi sogni, una roba a metà tra Don Milani e Kennedy (già propinata, in chiave più melensa, da Walter Veltroni). Soprattutto, lo stile comunicativo di Berlusconi era ed è tuttora tarato su un gusto televisivo; quello renziano, invece, tende al giovanilismo dei quarantenni che hanno scoperto Facebook e inondano i feed di “buongiornissimo caffè” e sciocchezze nostalgiche.
Malgrado le differenze tra i due, il risultato è lo stesso. Nel caso di Renzi, la sua ascesa doveva segnare l’avvento di un homo politicus nuovo anche a sinistra, oltre che una riscossa generazione, ma l’iperattivismo ha prodotto più tweet che leggi. La linea politica di Renzi è risultata spesso incoerente, protesa più a occupare il newsfeed dei social (una volta erano i titoli del tg serali) che a elaborare una nuova via al socialismo. La deriva caotica impressa al PD si è rivelata deleteria non solo per il paese e la sinistra, ma per Renzi stesso (la campagna referendaria, la querelle sulla Banca d’Italia: boomerang clamorosi).
Questa pratica comunicativa, direbbe McLuhan, è una conseguenza del mezzo. Sui social più che su qualsiasi altro medium, il successo non è questione di preparazione, intelligenza, autorevolezza, ma della combinazione di frequenza, conformismo e violenza linguistica. Più spesso dici, e per compiacere ed esaltare il tuo pubblico, più sei popolare. E questo ci riporta all’assunto iniziale, la narrazione infinita. La nostra è la società più raccontata di sempre, l’unica nella quale un naturale strumento di conoscenza del mondo come il racconto si sia trasformato in una pratica compulsiva, al limite della psicopatologia. Siamo tutti broadcaster, tutti ideatori, sceneggiatori, interpreti ed editori di noi stessi. E quindi, chiederete, dov’è il male? Sta nel fatto che il profluvio di post, messaggi, storie, dichiarazioni in cui siamo immersi ha l’effetto contrario di quello che ci si aspetterebbe. Ci allontana dalla verità, ci imprigiona nell’isterismo di una emotività incontrollata che distorce la realtà. Pensiamo agli immigrati, o alla sicurezza: dati alla mano, l’emergenza non c’è. Eppure la percezione comune è che siamo a un passo dall’apocalisse, addirittura al punto di dover dormire con la pistola sotto il cuscino o presidiare i quartieri con ronde volontarie. Il pozzo chi l’ha avvelenato? Il marketing politico, ovvero l’abuso irresponsabile dell’emotività di un popolo sempre meno letterato per fini che nulla hanno a che vedere col progresso morale e civile della nazione e molto con l’ambizione di aspiranti leader mediocri e arrivisti.
Sempre più succubi del rettangolo luminoso degli iPhone, che scompone il mondo in un flusso vacuo di parole, suoni, immagini, viviamo la nostra vita dentro bolle che imprigionano con la seduzione inconscia di un destino irreparabile. La scusa perfetta per cedere alla più facile delle soluzioni: una rabbia cieca, ottusa, quella che tutto smuove per poi tutto ricomporre, passata la buriana, nel solito, triste quadretto.