Instabilità

«Felicità raggiunta, si cammina / per te sul fil di lama. / Agli occhi sei barlume che vacilla, /  al piede, teso ghiaccio che s’incrina; / e dunque non ti tocchi chi più t’ama». Niente di meglio di Montale per ricordarci la precarietà della vita, la sua fragilità, lo spavento che segue la scoperta dell’inafferrabilità della felicità. Molti di noi istintivamente la intendono come assenza, non solo di dolore ma anche di imprevisti, “no alarms and no surprises”. Ciò che c’è dopo la fine, insomma. Non è un caso che il cristianesimo e il comunismo rimandino la pienezza dell’essere a un “luogo” oltre la vita terrena, il primo, oltre la Storia, il secondo. Sennonché l’avvicinarsi della fine (di una fine) genera scompiglio, dolore, incomprensione. E’ l’angoscia del trapasso, inteso come attraversamento di soglia, cambio di stato. Giova ricordare come Gramsci definiva la crisi: il momento nel quale «il vecchio muore e il nuovo non può nascere». Da qui, «i fenomeni morbosi più svariati».

Ma non vale la pena di volare così alto. La vita che ci interessa è fatta di piccolezze, mettiamola giù semplice. Questi giorni di epidemia hanno distrutto la pretesa di un’esistenza in continuità con le nostre ambizioni, i nostri piani. «Se vuoi far ridere Dio, raccontagli i tuoi progetti», diceva Woody Allen.

È così. L’instabilità sarà (ancora di più) la cifra pratica ed emotiva della nostra vita nel breve e medio periodo. Le mascherine, i guanti, il distanziamento sociale, il governo, ma soprattutto la paura che i nostri passi non siano più così sicuri, l’idea assillante della terra che cede sotto il nostro peso e ci inghiotte, noi e le nostre piccole vite, in un precipizio senza fine. Questa del crollo è una metafora che si accorda bene con il capitalismo neoliberista, con lo sradicamento consumistico che ha uniformato gli stili di vita, l’ossessione prestazionale, il narcisismo, il marketing emotivo, la frenesia e la superficialità della comunicazione social. Giunta l’occasione di dimostrare a noi stessi che eravamo pronti per questo meraviglioso mondo senza punti cardinali, ci siamo scoperti più che mai desiderosi di certezze. “Carezze”, stavo per scrivere, ma reali, di quelle che puoi sentire il contatto della pelle sulla pelle, non delle blandizie egostistiche di cui ci nutrono persino i governi.

Che mondo sarà è difficile dirlo. Saremo migliori? Non credo. Saremo gli stessi, solo più spaventati e creduloni. Camminiamo tutti lungo il “fil di lama” della vita, la ricerca della felicità è il movente fondamentale della storia umana. Quando i tempi lo consentono, una specie di ebbra spensieratezza lenisce le ferite; quando, come oggi, il presente si rannuvola e il futuro si fa incerto, la paura del dolore, prima ancora che il dolore stesso, rende folli. Ricordiamocene, quando il mondo aprirà di nuovo il recinto.