Una casa è un corpo (di madre). “If I had legs I’d kick you”, Mary Bronstein

L’osceno della maternità e le sue inconfessabili nevrosi in un film sgradevolmente fisico
Rose Byrne nei panni di Linda, la protagonista di "If I had legs I'd kick you" di Mary Bronstein (2025)

Fare la madre è il mestiere più difficile del mondo, soprattutto in una società schizofrenica come la nostra. If I had legs I’d kick you allarga sadicamente il solco interiore tra desideri e ambizioni femminili, lo trasforma in un buco che, come una ferita purulenta o un wormhole di Donnie Darko, si apre sul soffitto dell’appartamento newyorkese di Linda, terapeuta con figlia malata e marito capitano di nave di crociera, interpretata dall’ottima Rose Byrne. La particolarità del film di Mary Bronstein, un passato di autrice cult della scena mumblecore (Yeast), è che entrambe le figure famigliari sono ridotte a voci fuoricampo. Così, se il consorte Charles si materializza con petulanti telefonate oltreoceaniche puntualmente riagganciate da Linda, la figlioletta decenne frigna senza posa dal sedile posteriore dell’auto o dal letto, mai inquadrata dalla telecamera. La scelta di Bronstein rende plasticamente la difficoltà di Linda di affrontare la propria condizione, come si dice: guardare in faccia la realtà. La piccola si nutre con una sonda, da rimuovere quando raggiungerà un certo peso, ma il traguardo sembra fuori portata. Schiacciata dal senso di colpa, oppressa da mille impegni, Linda trascorre le notti consumando alcool e droghe che accentuano la sua sconnessione dal mondo, precipitando il film in un clima di orrore psicologico.

Non solo la vita personale, anche il lavoro va a scatafascio. Bronstein tratteggia alcune simmetrie tra Linda e i suoi pazienti, un rimescolamento di ruoli che sottolinea l’inefficacia della talking cure in una società irrimediabilmente disfunzionale. Il supervisore di Linda (un Conan O’Brien freddo e cordiale) la scarica dopo alcune uscite inopportune a metà tra il transfer e la provocazione. Il rigido approccio protocollare del collega è lo stesso che Linda riserva ai propri pazienti. Tra questi c’è Caroline, una giovane madre ossessionata dall’incolumità del figlioletto Riley, che porta in giro su un passeggino coperto da un lenzuolo. Qualcosa di cattivo sta per accadere, dice. La telecamera del direttore della fotografia Christopher Messina zooma lentamente sul volto di Linda. Il primissimo piano e il commento sonoro staccano la protagonista dallo sterile contesto professionale per immergerla in una zona sepolta dentro di sé (ancora il fuoricampo). I sentimenti “spaventosi” di cui parla, Linda li conosce bene. Per questo consiglia a Caroline di vestirsi, uscire, camminare, insomma tenersi impegnata, non pensare.

Nel mondo di If I had legs I’d kick you i figli sono creature vampiresche, assorbono energia vitale, come un buco nero. Non è peccato sognare un’altra vita. Nel mezzo di una seduta, Caroline fugge abbandonando Riley. Linda ama la figlia, ma il suo desiderio di evasione è palese. Di notte compie lunghe passeggiate in solitaria lontano dal fatiscente hotel in cui vive con la bimba. In uno di questi vagabondaggi è accompagnata dal supervisore dell’albergo, James, interpretato da A$AP Rocky, cui la sceneggiatura affida il compito di svelare certi autoinganni di Linda. I due raggiungono l’appartamento di lei, studiano il buco sul soffitto che sembra uscito dalla fantasia di James Turrell. Di là si agitano fantasmi spaventosi. Se la casa è per definizione la metafora dell’interiorità, la voragine nel soffitto è la metafora di una metafora (il sintomo). Linda rivive per frammenti il parto difficile e un precedente aborto. Non era pronta per essere madre, neppure voleva. E se il figlio ucciso fosse stato quello “buono” (quello sano)? All’incontro con il medico che segue la bambina (la stessa Bronstein), Linda dà di matto. Ritira la figlia dal programma. Tornata in albergo, decide in autonomia di estrarre la (chilometrica) sonda. Dai margini della sceneggiatura si materializza Charles, esemplare di maschio alfa – come il marito di Caroline, nel frattempo ricomparsa pure lei. Il soffitto? Riparato. Tutto sembrerebbe di nuovo a posto, ma quando Charles trova la figlia sola nella camera d’albergo, per giunta con il sondino estratto, furioso chiede spiegazioni a Linda, che fugge nella notte. Il crescendo ansiogeno del film culmina con la protagonista che si lancia contro le onde dell’oceano due, tre volte. Sembrerebbe un tentativo di suicidio, invece è una specie di automedicazione, una terapia d’urto nel senso letterale del termine – uscire di sé, dalla propria testa, e riconnettersi con il mondo attraverso l’impatto fisico con quella cosa che chiamiamo realtà. È così, e non con il discorso forzosamente positivo della psicoterapia, che il fuoricampo torna in scena: finalmente vediamo il volto della figlia di Linda. Non era un fantasmino petulante – pure questo era lecito sospettare, a un certo punto.

Si può discutere sulla poca sottigliezza del film, ma If I had legs I’d kick you è indubbiamente efficace nel tratteggiare il disagio di una donna costretta suo malgrado nel ruolo di madre – una posizione tanto più scomoda in una società che esalta la maternità solo a parole, lasciando che le siano donne a sbrogliarsela, mentre ai padri basta blaterare banalità al telefono per raggiungere uno standard accettabile. Nel raccontare il travaglio interiore di Linda, la sua dolorosa presa di coscienza, Bronstein opta per un tono iperemotivo perfetto per questi tempi “confessionali”. L’andamento esasperato del racconto, in grado di indurre nello spettatore un fastidioso senso di oppressione, è assecondato dalla recitazione e dalle scelte visive – closeup, soggettive, piani sequenza, tutta una grammatica che sottolinea la preminenza deformante dell’esperienza interiore. L’aggiunta di un tocco weird in stile A24 spinge il film in territori perturbanti, ma senza le implicazioni metafisiche o spirituali di un David Lynch. Nel trattare l’osceno della maternità, le sue inconfessabili nevrosi, If I had legs I’d kick you rimane (e non potrebbe essere altrimenti) un film sgradevolmente fisico.

If I had legs I’d kick you

Regia: Mary Bronstein

Sceneggiatura: Mary Bronstein

Prodotto da: Sara Murphy, Ryan Zacarias, Ronald Bronstein, Josh Safdie, Eli Bush, Conor Hannon, Richie Doyle

Con: Rose Byrne, Conan O’Brien, Danielle Macdonald, Christian Slater, A$AP Rocky

Direttore della fotografia: Christopher Messina

Montaggio: Lucian Johnston

Case di produzione: A24, Central Group, Fat City

Distribuito da: A24

Date di uscita: 24 gennaio 2025 (Sundance), 10 ottobre 2025 (Stati Uniti)

Durata: 114 minuti

Paese: Stati Uniti

Lingua: inglese