Figli di B.

Berlusconi sarà pure politicamente morto, ma certo il berlusconismo non è mai stato così vivo. La fase nella quale siamo intrappolati da almeno un quinquennio è un retaggio della mediocrazia inaugurata proprio dal Cavaliere nel 1994, con la proverbiale “discesa in campo”. Archiviata la parentesi del turbottimismo renziano, Salvini e Di Maio, ultimi pulcini della covata populista, proseguono lungo il sentiero del narcisismo, del rifiuto ostentato del professionismo politico, della disintermediazione, del picconamento ipocrita dello stato di diritto, del culto truffaldino del popolo come fonte unica di legittimazione. Tutto secondo la lezione di Silvio.

La differenza rispetto al passato è, anzitutto, l’estraneità della nuova vulgata alle culture politiche del Novecento. All’apice della sua faccia tosta, Berlusconi non esitava a presentarsi come il campione della “rivoluzione liberale”, lui che col liberalismo era meno imparentato che Mubarak con Ruby Rubacuori. Anche la traiettoria politica di Renzi era ascrivibile a una tradizione consolidata, la cosiddetta “terza via” socialista, nel suo caso anzitutto una via di fuga dall’egemonia, a sinistra, della cultura comunista, con la quale, ex democristiano, aveva poco a che spartire. Salvini e Di Maio, dal canto loro, rifiutano la dicotomia destra-sinistra, preferendo evocare il conflitto tra élite e popolo. Nihil novi. Quando Salvini, in diretta Facebook, davanti a centinaia di migliaia di fan, attacca i magistrati sottolineando come non siano stati eletti da nessuno, non fa altro che scimmiottare il suo ex alleato di governo. Comprensibile, dopo 25 anni di frequentazioni. Meno comprensibile è che Di Maio, sulla faccenda dei 49 milioni di rimborsi elettorali illeciti alla Lega, non abbia niente di meglio da dire se non che Salvini non c’entra, che quella era un’altra Lega eccetera eccetera. È il potere, bellezza, ed anche la necessità di salvare la faccia. Di Maio ha fatto carte false per andare al governo, logico che non voglia compromettere mesi di giravolte politiche con una crisi da cui l’alleato trarrebbe solo vantaggi. Questa ambiguità, questa doppiezza di giudizio è proprio ciò contro cui il M5S è nato. A quanto pare, però, i parvenu della democrazia (etero)diretta hanno imparato rapidamente la lezione, si muovono con tale scioltezza nelle selve del ridicolo da attraversarle indenni. Così Salvini, accusato di reati gravissimi (tra cui sequestro di persona) per la vicenda della Diciotti, non deve dimettersi, mentre il suo predecessore, Alfano, indagato per abuso d’ufficio (poi archiviato), doveva dimettersi «in quanto Alfano».

Se Salvini e Di Maio possono permettersi il lusso del cinismo, della mistificazione en plen air non è solo perché siamo ancora in quella fase che i notisti, con gusto involontariamente grottesco, definiscono “luna di miele”. È soprattutto perché nell’era della disintermediazione “social”, dell’immediatezza che esaspera e polverizza l’hit et nunc, la prima vittima è la logica. Alla base dell’irrazionalismo della propaganda odierna c’è tutto l’arsenale di vecchi trucchi, da Goebbels a Berlusconi. Riguardo il Biscione, il suo habitat era quello televisivo. Berlusconi era un uomo del ‘900. La postura era quella reale. Al dunque, malgrado la professione di fede antipolitica, non aveva rinunciato a presentarsi come uno statista. Oggi non è più necessario. Anzi, manifestare tracce di una cultura istituzionale rischia di essere controproducente. I neopopulisti hanno bisogno di far apparire come nulla la distanza tra sé e il popolo. Poco importa che i privilegi e l’arroganza del potere siano gli stessi, è la percezione che fa gioco. E la percezione la si alimenta anzitutto con un linguaggio ipersemplificato e “popolare” nelle forme e nei toni, e una retorica tesa a rifiutare la sacralità delle istituzioni come il frutto di una cultura truffaldina, che imbriglia con l’astrusità delle sue formule, dei suoi riti. La sostanza, però, non cambia. Ieri ci infiammavamo per il “nuovo miracolo italiano” alla faccia dei “comunisti” e delle “cassandre”, oggi per la patria e il popolo, contro l’Europa, i poteri forti e gli immigrati.

Tra le due esperienze si colloca quella fondamentale del renzismo. Renzi ha introdotto nella cultura politica della sinistra il leaderismo esasperato. La rottamazione, col senno di poi, è stata un pretesto per bombardare il quartier generale della “Ditta” e sostituire gli uomini non direttamente controllabili con comodissimi “yes man”. La rottamazione è il simbolo delle contraddizioni e dei limiti dell’azione renziana. Il termine stesso è grossolano, violento, per quanto indubbiamente efficace nel coagulare un sentimento all’epoca assai diffuso a sinistra: la voglia di chiudere con una classe dirigente giudicata fallimentare. Un conto, però, è rinnovare gli uomini per rinnovare le idee; un altro è gettare al mare tutta una cultura politica, senza preoccuparsi di salvare alcuni cimeli, tra cui la sua genuina vocazione critica, la necessaria funzione di opposizione all’ideologia mercatista. Renzi ha definitivamente appiattito il PD su posizioni neoliberiste, ha realizzato il sogno berlusconiano (sconfiggere i “comunisti”) dall’interno. Non a caso è stato il figlio prediletto del Cavaliere. Non troppo a lungo, però, poiché Berlusconi vive di intuizioni repentine ed è fedele solo a se stesso. Significativo che l’inizio del declino renziano si ricolleghi alla rottura dell’alleanza con Berlusconi sulle riforme. Un Edipo al contrario possibile solo in un paese come l’Italia, terra a tradizione gerontocratica e storicamente insensibile, quando non ostile, alle sorti dei suoi giovani.

La sconfitta alle elezioni del 4 marzo scorso pare aver demoralizzato poco Renzi, il quale non ha dismesso i panni dello showman. Ha girato, da conduttore, un documentario su Firenze che andrà in onda su Netflix. Continua inoltre a cimentarsi in fortunati comizi-spettacoli in cui, con diapositive, video e storpiature di cognomi (Toninelli / Toninulla) cerca di ristabilire la connessione sentimentale con il suo popolo. Il quale, nelle proiezioni, non è quello delle ultime tre disastrose tornate elettorali, ma quello delle primarie del 2012, il suo personale “evento fondativo”, l’avvio della sua “storia italiana”.

C’è da scommettere che il turno di Renzi arriverà di nuovo, e forse più presto di quanto non immaginiamo. Del resto, come il governo gialloverde mostra giorno dopo giorno, il nostro è un paese senza memoria, senza cultura e dunque senza futuro. La dimensione temporale ed etica che più ci si addice è un eterno presente chiassoso, farsesco, in cui ci trasciniamo di meschinità in meschinità, di recriminazione in recriminazione, di speranza fatua in speranza fatua, restii all’assunzione collettiva di responsabilità, allo sforzo comune di costruire una comunità migliore. A Berlusconi, dunque, la medaglia d’oro: è il vincitore. Abbandonata Silvio questa valle di lacrime (politica e non), il berlusconismo sopravvivrà come stigma di una Terza Repubblica tristemente uguale alla Seconda.