Ci liberiamo di Giorgia Meloni? Ma va! La notte in cui tutte le vacche sono nere è ancora lunga. E però in Sardegna ha vinto Todde. Truzzo ha perso, Meloni ha perso, Fratelli d’Italia ha perso, paraponziponzipò. La destra ha dilapidato un patrimonio di voti. Salvini manco lo conto, lui è come la macchina di Abatantuono in quel film cretino: «una merda, si ribalta in parcheggio!»
Sembrano così lontani i tempi dei pieni poteri. Il fallimento della destra, prima che politico, è culturale. Gli underdog dovevano spezzare le reni di un progressismo abusivo, di più, antropologicamente estraneo ai nostri connazionali. Quante volte mi sono sentito dire: il paese è di destra! No, aveva ragione Guzzanti: il paese è di chi se lo compra – a suon di promesse. A quanto pare, pure quelle stufano.
Nel 2022, i nuovi capi non avevano né le facce serene né le cravatte intonate alla camicia, per dirla con De Gregori. Bisogna capirli, nelle fogne mica ci sono gli specchi. Eppure ci credevano. Poco importa che a stilare il programma culturale del nuovo corso fossero Fazzolari e la coppia d’assi Sangiuliano-Lollobrigida, due che sembrano usciti dal Federale di Risi. Ci credevano, e mica poco. A conti fatti, però, la brama di egemonia gramsciana si è tradotta in una mostra scassata su Tolkien, “patria” e “nazione” al posto di “paese”, no gender, no carne coltivata, madre e padre sulla carta d’identità, sugli studenti il caro vecchio manganello. Giorgia Meloni è tutta qui, faccette e distintivo. Archivieremo pure lei sotto la voce “figuracce del suffragio universale”. Oggi è una buona giornata.