«Era assassinio». “Malina” di Ingeborg Bachmann e la morte dell’Io

Dal ciclo delle Todesarten ("cause di morte"), un dialogo intimo e straziante
Una foto di Ingeborg Bachmann, autrice di "Malina", qui recensito

Stimata poetessa, su Ingeborg Bachmann pendeva, in vita, l’accusa di non essere brava allo stesso modo con la prosa che con i versi. E invece non solo le due raccolte di racconti da lei firmate – Il trentesimo anno e Tre sentieri per il lago – contengono alcuni tra i più riusciti esempi del breve formato, ma anche Malina, primo e unico romanzo, è un “oggetto” letterario di assoluto valore, per quanto frustrante, a tratti, nella sua ritrosia a lasciarsi classificare. Pubblicato nel 1971, il libro doveva inaugurare una trilogia sulle “cause di morte” (Todesarten) rimasta incompiuta a causa della prematura scomparsa di Bachmann. Ma quali sono queste cause? Maturate in circostanze e con modalità differenti, risultano accomunate da un’identica origine: il delitto. Vittime, donne schiacciate dalla stupida brutalità della società, soffocate da condizionamenti di ogni genere, che conducono alla scissione nevrotica, all’automutilazione psichica. L’io narrante di Malina (battezzato semplicemente “Ich”) è una scrittrice impegnata in un ménage à trois con due uomini: Ivan, dipendente di una banca d’affari con due figli da una precedente relazione, e Malina, in gioventù autore di uno sfortunato Apocrifo, oggi direttore di museo. Entrambi vengono presentati con brevi note all’inizio del romanzo come dramatis personae. La narratrice fornisce anche luogo e tempo dell’azione – Vienna, oggi – ma subito il lettore è costretto a confrontarsi con la problematicità di queste coordinate. Oggi, scrive Bachmann, è «una parola che solo i suicidi dovrebbero usare, per tutti gli altri non ha assolutamente alcun senso». Forgiata nell’angoscia esistenziale, la dimensione temporale è anche (soprattutto?) psicologica, e così la ristretta topografia che fa da sfondo al romanzo. Vienna si riduce al terzo distretto, precisamente lo spazio di tre civici lungo la Ungargasse: al numero 9 vive Ivan, al numero 6, nello stesso appartamento, Malina e la narratrice.

In questo «paese minuscolo», «ebbro», fatto di due case «che si possono trovare anche al buio», si consuma la passione di “Ich” per Ivan (dietro cui si celano, forse, Paul Celan e Max Frisch, amori infelici di Bachmann). Resa incondizionata, desiderio di sottomissione: «Tutto ciò che per me è accessibile», scrive la narratrice, «è della marca Ivan», una «ditta buona e potente». La presa di possesso produce, in apparenza, effetti benefici: «qui, nel raggio in cui vivo, il dolore è in diminuzione». Il prezzo da pagare per l’effluvio benefico che contrasta il panico, la bocca secca, i segni sulla pelle sono lunghe ore di attesa e sigarette da fumare in quantità. Il richiamo di Ivan è irresistibile. L’uomo è portatore di nuove immagini che riempiono la retina al posto di quelle, orribili, che il mondo ha già depositato, fa tornare le parole sulle labbra. Riporta la narratrice alla purezza iniziale: «mi ha riscoperta e s’imbatte in me come ero una volta, nei miei strati di origine». Nel sentimento che lega “Ich” a Ivan c’è un senso tragico: il mondo, malato, non vuole che questa «potenza salutare» si sviluppi, qualsiasi piccolezza potrebbe soffocarla. La ricerca disperata di un contatto si scontra con l’insufficienza del linguaggio, una questione personale e culturale insieme: «Ci mancano ancora molti gruppi di frasi, sui sentimenti non abbiamo ancora neppure una frase, perché Ivan non ne pronuncia nessuna, perché non oso fare la prima frase di questo genere».

Le fattezze di Ivan si ritrovano nello straniero dal lungo mantello scuro, misterioso liberatore di una principessa in una fiaba che la narratrice compone. Al netto del lirismo, le immagini risultano fosche e opprimenti, prefigurano lo stallo e la separazione. La felicità evocata nel primo capitolo di Malina è, dunque, solo apparente, una promessa di libertà emotiva che si rivela insufficiente e tormentosa. Ivan è pragmatico e distaccato, ma non freddo. Esorta la donna a coltivare la propria indipendenza, a celarsi, a recitare. A scrivere, anche – a patto che non si tratti di una di quelle opere «ributtanti», ossessionate dalla tenebra, miserabili, come parrebbe essere la trilogia delle Cause di morte nel cui appunto a casa di “Ich” Ivan si imbatte. «Scriverò questo libro, che non esiste ancora, per te, se davvero lo vuoi», promette “Ich”. «Ma devi volerlo davvero, volerlo da me, e io non pretenderò mai che tu lo legga». L’auspicio di Ivan è che ci sia il lieto fine. Ma chi è quest’uomo? Lui e la narratrice, nota lei stessa, condividono l’iniziale del nome (I di “Ich” o Ingeborg). Quale grado di realtà possiede Ivan nell’universo di un romanzo in cui il confine tra dentro e fuori, fiction e autobiografia, sfera intima e sociale, appare da subito volutamente nebuloso? Un’interpretazione realistica è possibile (quasi) fino all’ultimo, e in questa ambiguità irriducibile (anticipata, a suo modo, da Ghiaccio di Anna Kavan) è il fascino unico di Malina.

Nel romanzo, Bachmann tesse il dialogo intimo di un soggetto – una donna, un’intellettuale – impegnata nella disperata impresa di tenere insieme i cocci della propria esistenza. È il diario di una dissoluzione inevitabile. Il linguaggio – come in Bernhard, come in Handke – è la spia di questa crisi. La forma–romanzo è minata da una pioggia di detriti, scorie di altra natura che alludono a un torbido universo interiore: lettere iniziate e mai completate, interviste deliranti, sogni, frasi smozzicate rubate da dialoghi telefonici, passaggi lirici, profezie utopistiche, tutta una serie di riferimenti autobiografici (la natia Klagenfurt, la laurea in giurisprudenza prima, in filosofia poi, le letture). Non è vero, però, che la Neue Innerlichkeit di Bachmann rifiuti in toto la dimensione sociale. Un capitolo dedicato alla figura paterna (Il terzo uomo) mette il dito nella piaga: il padre protagonista dei sogni di “Ich” violenta e opprime in modi fantasiosi, attingendo al variegato repertorio di Freud e Jung, inscenando persino gli orrori del Nazismo, trauma insuperato di tutta una generazione di intellettuali austriaci. Per Bachmann, le relazioni tra uomo e donna hanno sempre tratti patologici. Gli uomini sono casi clinici. Chiamate a sbrogliare ogni sorta di stranezze, le donne non possono in alcun modo guarire. Finiscono, al contrario, contagiate. L’«infelicità naturale» della donna nasce dal fatto che, per compiacere il maschio, «deve inventarsi sentimenti incredibili e per tutto il giorno deve cercare di trovare un posto per i suoi veri sentimenti in mezzo a quelli inventati». Da qui la scissione alla base di Malina, in cui entrambi i comprimari si configurano come incarnazioni di tratti della personalità di “Ich” secondo un procedimento – nota Sandra Frieden – analogo a quello illustrato da Laing nei suoi classici studi sulla schizofrenia.

La narratrice non riesce a conciliare i suoi bisogni di donna e il ruolo di intellettuale. L’epilogo del romanzo è sconcertante. Terminata la relazione con Ivan, dopo un lungo scambio dialogico con Malina “Ich” penetra in una crepa su una parete. Sparisce così, ed è come se non fosse mai vissuta. Ivan chiama il numero giusto, ma Malina nega che lì abbia mai vissuto una donna. Sul piano formale, l’assenza è paradossale, “impossibile”. Chi racconta la storia, ora che l’Io è morto? Perché è morto, su questo non ci sono dubbi, ed è stato omicidio. La riconciliazione tra emozione e intelletto è dunque fallita, ed è la parte emotiva quella sacrificata. Il dialogo tra Malina e “Ich” ha le sembianze di uno scambio teatrale (nell’impaginazione, nell’indicazione del tono delle battute) ma il procedimento è paragonabile al metodo socratico. Malina è l’istanza razionale che tenta di risvegliare in “Ich” i ricordi più profondi, scoperchiare i traumi, le contraddizioni, costringerla ad assumersi la responsabilità del proprio vissuto, dei propri sentimenti, del proprio ruolo nel mondo. Ma la ferita è troppo grande. «Il bel domani dello spirito» non può venire, «non viene mai». A inizio romanzo, dunque, “Ich” parlava dell’Oggi con pieno diritto e un senso di dolorosa preveggenza. Non ha mai avuto altro. «Era assassinio».

La copertina dell'edizione Adelphi di "Malina", di Ingeborg Bachmann

Malina

  • Autore: Ingeborg Bachmann
  • Traduttore: Maria Grazia Manucci
  • Editore: Adelphi
  • Collana: Gli Adelphi
  • Anno edizione: 2003
  • Formato: Tascabile
  • Pagine: 297 p., brossura
  • EAN: 9788845918148