Di padre in peggio

Le cronache politiche degli ultimi giorni pullulano delle malefatte del padre di Luigi Di Maio, ci appassionano più del baratro economico che rischia di spalancarsi sotto i nostri piedi nei prossimi mesi. È inevitabile, siamo il paese di Pulcinella, della commedia dell’arte, cerchiamo continuamente sollazzi. Quando la realtà chiama, noi rispondiamo buttandola in caciara.

Il merito è anche degli straordinari caratteristi che affollano la sagra strapaesana del nostro dibattito pubblico. Alessandro Di Battista, ad esempio. Il quale, nel tentativo di parare il colpo al «fratello» Luigi, qualche giorno fa si è lanciato in un’articolata riflessione lombrosiana su Boschi e Renzi. Al caudillo all’amatriciana, provvisoriamente espatriato nel Nuovo Mondo in cerca di «spremute di umanità» ma a quanto pare assai interessato alle faccende di casa, giova ricordare che «quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così» ce l’ha pure lui. Dietro gli occhioni da cerbiatto, la zazzera ribelle, la barbetta e il sorriso smagliante del «meglio libero» (il riferimento è a una celebre fatica letteraria del nostro, dove la fatica, in realtà, è tutta di chi legge), si cela il campione di una generazione che, stretto il potere nelle mani, dimostra di non sapere cosa farne e, irresponsabilmente, ci gioca.

Il puer aeternus è l’homo ludens, quello che non prende nulla sul serio eccetto l’unica cosa da ridere: la sua recita quotidiana. Di Battista, e come lui Di Maio, Salvini e Renzi giocano il gioco del potere col terrore di chi, colto dal dubbio della propria inconsistenza, si prodiga quotidianamente per occultarla a suon di strilli e spintoni. Il marketing politico nobilita l’operazione: al pubblico pagante, sempre più distratto e assetato di sangue, il turpiloquio è spacciato come rottura del patto omertoso tra le élite. Insultare è essere onesti, perché tanto è così che si parla dietro le quinte. Come se la verità fosse solo un banale cambio di prospettiva e non una ricerca infinita e rischiosa.

Ma ecco, questi «ragazzi meravigliosi» sono incapaci di profondità. Come in un romanzo di Bret Easton Ellis, scivolano sulla superficie delle cose. L’impegno, ametto, è ammirevole. Di Maio, studente fuori corso di giurisprudenza, un passato da steward allo stadio e qualche lavoretto nell’azienda di famiglia, è talmente preso dalla parte da aver avocato a sé ben due ministeri – Lavoro e Attività produttive – oltre alla vicepresidenza del Consiglio. La faccenda sarebbe già ridicola così, ma il capo politico del M5S ci aggiunge anche la facilità con cui discetta quotidianamente di spread, crescita, flessibilità, oscillando tra sussiego, entusiasmo sfrenato («Abbiamo abolito la povertà!») e irritazione per quelli che, in fondo, reputa solo «numerini». Dal canto suo Di Battista, quando non accusa il Capo dello Stato di essere un traditore della patria o non redige l’elenco dei giornalisti buoni e dei giornalisti cattivi, si cimenta in attività più amene, tipo definire il padre, ex missino, un “fascista liberale”, come se l’accostamento tra i due termini non contribuisse ad alimentare quell’aberrante normalizzazione del fascismo che è un grande classico della storia italiana.

E a proposito, Salvini non perde occasione per mostrarsi gagliardo come la Buonanima. Sequestra barche della Guardia Costiera italiana, smantella il circuito dell’integrazione dei migranti, bolla come «rosicone», «piddino», «buonista», «radical chic» chiunque azzecchi i congiuntivi, fotografa bresaole e mozzarelle autoctone neanche fosse Mengacci, si esibisce come un vecchio guitto sul palco del Maurizio Costanzo show. Tutto fiero, monta sulle ruspe durante le demolizioni di villette abusive organizzate da altri (Zingaretti) e costringe la povera Meloni a vegliare ventiquattr’ore su ventiquattro sulla sua piccola pattuglia di patrioti, hai visto mai che l’erba del vicino (leghista) non appaia a questi assai più verde.

L’infantilismo di Renzi è storia vecchia e ampiamente documentata, non è il caso di tornarci su per l’ennesima volta. Del resto, a sinistra è in buona compagnia. Tra le new entry del peggio, Dario Corallo promette bene. Trentenne, laureato in filosofia, come tutti i giovani del PD ha avuto finora scarse opportunità di mettersi in mostra, ma quelle poche le ha sfruttate egregiamente. Una recente intervista a “La Verità” lo consacra astro nascente di vacuità, il cui lessico, sovrabbondante di «pippe stratosferiche» e «turborenziano», appare più sgualcito della copia del Capitale sul comodino di Orfini.

Di fronte a questo spettacolo agghiacciante ci sarebbe da reagire con il sorriso che si riserva a certi bimbi colti nell’involontaria parodia degli adulti, se non fosse che non dico di innocenza, ma di buona fede se ne vede assai poca. Non è solo il calcolo elettoralistico a pesare, è un’inconsistenza culturale. Sarebbe ingeneroso pretendere soluzioni definitive, ma chi governa promettendo la rivoluzione dovrebbe impegnarsi almeno per creare le condizioni ambientali affinché l’alternativa possa emergere. Ed è qui che l’urlo di battaglia si trasforma in balbettio. Certo, la crisi che questa generazione ha avvertito a un certo punto della sua parabola era reale. Il malessere non era causato dalla privazione (di opportunità che riteneva le erano state strappate di mano) ma dalla sazietà. È di questo, anzitutto, che andrebbe incolpata quella generazione di padri a cui, con la loro faciloneria, questi figli si sono definitivamente consegnati. Si arriva così agli intrallazzi di Tiziano Renzi, alle manovre in odore di conflitto d’interessi di Boschi padre, infine agli operai in nero e alla villetta con piscina di Antonio Di Maio (che ieri, in un video di scuse, si è profuso in una commovente variazione sul tema del “tengo famiglia”), più in generale, al teatrino quotidiano di una classe dirigente (e intellettuale, perché il problema non è solo della politica) che se da un lato prende le distanze in modo esplicito dai padri (biologici e culturali), dall’altro ne ricicla ricette, miti e riti.

Sul tavolo della contemporaneità ci sono una serie di questioni cruciali: il futuro della democrazia liberale, la crisi del capitalismo, le trasformazioni del lavoro, lo strapotere delle corporation digitali. Interrogati, i magnifici under 45 allargano le braccia, alzano gli occhi al cielo, dicono: noi siamo per l’innovazione, il futuro, il lavoro, la dignità, l’Italia, ma nessuno che sappia proseguire senza l’imbeccata del social media manager. La semplificazione del linguaggio è una trappola mortale. Questa generazione di figli alla quale anch’io appartengo è inconcludente e vile. Doveva mandare in pensione la Seconda Repubblica, rischia di far rimpiangere la Prima.