Più decibel e meno filosofia nel nuovo Aronofsky, Caught Stealing. Come recita il (goffo) titolo italiano, il film gioca sulla “scomoda circostanza” che porta un gruppo di brutti ceffi a credere che il mite Henry “Hank” Thompson (Austin Butler) c’entri qualcosa con il furto di quattro milioni di dollari a opera del punkettone Russ, vicino di casa e spacciatore per conto delle gang del quartiere. Siamo nel Lower East Side, New York. È il 1998, la gentrificazione avanza, ci si preoccupa ancora di parlare al telefono contando i minuti. Picchiato a sangue dai sicari della mala russa (al punto da giocarsi un rene), Hank reagisce, ma ottiene solo di far ammazzare la fidanzata Yvonne (Zoë Kravitz).

Harry è l’ennesimo talento sportivo le cui speranze di successo si sono infrante contro un guardrail, un’altra “scomoda circostanza” che è costata la vita al migliore amico. Aronofsky indugia sulle ferite, i tagli, il vomito, il corpo di Harry martoriato dalle botte e dalla chirurgia, per raccontare l’ennesima storia di caduta e redenzione. Dopo la morte di Yvonne, Harry smette di bere, impara a fare a cazzotti, a mostrare i denti, ritrova, insomma, lo swing vincente. La trasformazione è, forse, troppo rapida e radicale per un biondo ragazzone intorpidito dal Jack Daniel’s, ma fa niente. In Caught stealing la psicologia non è cruciale, le situazioni sono volutamente stereotipate, conta il ritmo, la telecamera che non sta ferma un attimo e tra droni, carrellate e zoomate asseconda la meravigliosa densità fisica di New York (così, di recente, solo Ti West in MaXXXine) che la fotografia finto analogica di Matthew Libatique restituisce al suo splendore lomografico.

Il Lower East Side è uno spazio circolare, chiuso, in cui si agita un melting pot criminale assai improbabile (i migliori sono Vincent D’Onofrio e Liev Schreiber nei panni di due fratelli killer chassidici) e da cui si esce vivi solo per un terno al lotto. La poliziotta corrotta Roman, ad esempio, non ce la fa, finisce crivellata di pallottole. Come in un film di Tarantino, o del primo Guy Ritchie, in questo fumettone pulp muoiono quasi tutti. Pure Russ, alias Matt Smith, la cui cresta gialla (in linea con la soundtrack degli Idles) sembra un omaggio a Trainspotting (idem il water otturato a casa di Harry). Per contro, l’efficienza di Aronofsky e dello sceneggiatore Charlie Huston (che ha adattato il suo stesso romanzo) è fuori discussione. Alla ricerca di una via di salvezza (e del malloppo perduto), Harry scivola in uno sprofondo inarrestabile, vagamente assurdo, a cui non pare estraneo Fuori orario. Dal film di Scorsese Aronofsky prende il protagonista, Griffin Dunne, e gli affida un cameo. Per il secondo cameo occorre attendere i titoli di coda: Laura Dern è la madre di Harry, fanatica dei Giants. Quanta letteratura, da Stephen King a DeLillo, sul baseball! La cartolina ora è completa. A inizio film, nel cielo, si stagliavano, ancora intatte, le Torri Gemelle…