Fa freddo, nevica, c’è il terremoto. Uno vorrebbe starsene sotto le coperte, al caldo, con gli occhi chiusi e il cervello in libera uscita, e invece no, deve sorbirsi i belati da caprone di Salvini. Salvini a cui nessuno ha chiesto niente, ma che (come tanti) si sente in dovere di farci sapere cosa ne pensa del terremoto e qual è la sua ricetta, la sua visione. E qual è? Il solito rutto populista rimodulato in forma di arringa social, asciutta e incoerente quanto basta per far colpo sui webeti e attirarsi lo sdegno di tutti gli altri, subito ribattezzati con un qualche -ista di facile presa (“buonista” il più gettonato).
Italiani (terremotati) vs immigrati è il perno della preposizione. Come dire mele vs muratori, BMW vs gazzosa, computer vs sterco di vacca. Pur ammettendo il paragone, la malafede è doppia. Salvini esclude che tra i terremotati possano esserci dei migranti; soprattutto, fra due tragedie stabilisce il peso specifico maggiore di una delle due con il bilancino della razza. Il suo racconto è il trionfo del cliché degli italiani brava gente vittima di politicanti incompetenti e corrotti al soldo di Soros. È una vecchia storia, in cui la redenzione coincide, guarda caso, col sogno egolatrico di “Salvini presidente”.
#PrimaGliItaliani è razzismo, è fascismo. Una volta la propaganda aveva la forma spettacolare dei discorsi marziali pronunciati davanti piazze gremite. Oggi gli aspiranti ducetti affidano i deliri onanistici allo spazio striminzito di un tweet. Come a dire: manco lo sforzo di chissà che coreografia valete, bastano due righe, uno slogan, un hashtag, toh, mangiate. Dalle perle ai porci alle balle ai porci.