Il villaggio di Stepančikovo e i suoi abitanti (1859) è il romanzo che segnò il ritorno sulle scene di Dostoevskij dopo la parentesi dell’arresto e della deportazione in Siberia. Nella sua leggerezza, la lettura è interessante perché offre la possibilità di misurare il grado di sviluppo del genio dostoevskijano nei primi stadi della sua carriera.
La retorica di Fomà Fomìč, che tiranneggia sulla proprietà del colonnello Rostanev e briga con la madre di lui per assicurarsi onori e sussistenza, è modellata sul Gogol’ pomposo e reazionario dei Brani scelti dalla corrispondenza con gli amici (1847). Il giovane socialista Dostoevskij non poteva tollerare tutta quell’autorefenzialità fanatica, quel fervore clericale, quell’esaltazione dello status quo, neppure in un autore che tanto amava. Da qui la parodia. In Russia Gogol’ era un’istituzione, la pietra di paragone con cui ogni giovane scrittore doveva misurarsi. Proprio l’esordio di Dostoevskij, Povera gente, era stato salutato come l’opera di un “nuovo Gogol’” da Nekrasov e dal grande critico naturalista Belinskij, lo stesso che aveva tacciato di opportunismo i Brani scelti. In una celebre lettera, Belinskij aveva messo alla berlina il testo gogoliano condensando con lucidità le critiche (unanimi) dell’intellighenzia del tempo. Ne era risultato un vero e proprio manifesto politico contro lo zar Nicola I la cui lettura pubblica (per ben due volte) fu tra i capi d’accusa che condussero Dostoevskij in Siberia. Fëdor e il suo antico maestro si ricongiunsero, spiritualmente, negli anni Ottanta dell’Ottocento, quando il primo suggellò la sua abiura del radicalismo giovanile pronunciando il celebre Discorso su Puskin. Come l’ultimo Gogol’, nella sua orazione Dostoevskij scelse un tono misticheggiante per perorare la causa della salvezza dell’Anima Russa, di cui l’Evgenij Onegin era l’esemplare perfetto. L’incipit del Villaggio di Stepančikovo è un omaggio al più celebre romanzo in versi mai composto. Le prime parole del testo, “Djada moi”, rovesciano il “moi Djada” puskiniano. In entrambi i casi, è uno zio ad attirare in provincia il giovane nipote, nonché narratore, e a determinare l’inizio delle sue peripezie.
Al di là dei legami con la tradizione letteraria del tempo, Il villaggio di Stepančikovo fornisce un calco di temi e figure che Dostoevskij adopererà nelle grandiose opere degli anni maturi. Il “re del carnevale” Fomìč, centro gravitazionale del romanzo, è un antipasto dell’“uomo del sottosuolo”. Un tempo buffone alla corte del generale Krachotkin, Fomìč si vendica sul genere umano delle umiliazioni e delle ambizioni frustrate. Il suo gigantesco amor proprio, la sua “mostruosa vanagloria”, poggiano su fondamenta fragilissime. Fomìč si atteggia a grande sapiente e profeta, una specie di “folle in Cristo” come il Semen Jankolevic dei Demoni, in realtà la sua “crassa ignoranza” si traduce in un eloquio tronfio, stucchevole e manipolativo. Fomìč coltiva l’ambizione di comporre una grande opera morale “dalla quale sarebbe derivato un generale terremoto e avrebbe tremato la Russia intera”, ma la sua specialità è piuttosto quella di insolentire la servitù, opprimerla con ogni sorta di capriccio (incluso l’obbligo di esprimersi in francese) e torturare psicologicamente il povero Egòr Il’ìč Rostanev, accusato di ogni sorta di mancanza morale, in special modo nei confronti della madre, la Generalessa, “un’idiota capricciosa e rimbambita”, la cui venerazione fanatica per Fomìč contagia la piccola ciacolante corte di scrocconi e mantenute che la circonda.
Rostanev è il capostipite dei Myškin, degli Alëša Karamazov, individui la cui bontà confina con l’idiozia e sfocia nell’autolesionismo. “D’animo era puro come un bambino”, scrive Dostoevskij, precisando subito che la debolezza del colonnello è, più che mancanza di carattere, il prodotto di un “superfluo rispetto per gli altri”. Egòr Il’ìč è un uomo in balia di persone ed eventi. Neppure sui figli (adottivi) riesce a imporsi. Dostoevskij ne fa il protagonista di un intreccio galante. Per ragioni di convenienza, Egòr Il’ìč, vedovo, è promesso sposo alla ricchissima e “fantasmagorica” Tat’jana Ivànovna, ma in realtà ama l’istitutrice Nàsten’ka, povera in canna. Come i due personaggi maschili sono l’uno il riflesso speculare dell’altro, così nelle due figure femminili emergono caratteristiche contrapposte, pur nella sostanziale omologia (la donna nubile vittima degli abusi della società, un grande classico dostoevskijano). Tat’jana Ivànovna è docile, puerile e sentimentale ai limiti della demenza, una sprovveduta in un mondo di avvoltoi interessati solo al suo patrimonio. Due degli ospiti di Rostanev, Obnoskin e Mizinčikov, cercheranno di rapirla e sposarla con l’inganno (un’onta che Dostoevskij le risparmia). Nàsten’ka, invece, è risoluta e coraggiosa. Respinge prontamente il corteggiamento di Sergèj Aleksandrovič, il nipote invitato dal colonnello a salvare l’amata dalle persecuzioni di Foma e della mammina. Si dichiarerà lei stessa al titubante Egòr Il’ìč, che finirà per sposare.
Pare che in origine Il villaggio di Stepančikovo e i suoi abitanti dovesse essere una commedia. Nel passaggio al romanzo, Dostoevskij ha mantenuto la teatralità della messa in scena, una brillantezza di situazioni e ritmo che rende la lettura un esercizio divertente, per quanto privo della profondità dei grandi classici. L’ambientazione è rurale, lontana dai consueti paesaggi pietroburghesi, ma la satira dell’aristocrazia terriera si mantiene entro certi limiti, non sfocia nella polemica. Il naturalismo, in Dostoevskij, era un equivoco già dalle origini (da qui il distacco da Belinskij). La Russia profonda è ritratta attraverso una galleria di contadini, servi, emarginati che spesso mostrano una dignità sconosciuta ai ranghi più elevati. Nel suo affresco di una società smarrita, orfana di padri e solidi ancoraggi, Il villaggio di Stepančikovo anticipa il cupo splendore de I demoni, di cui costituisce una sorta di gemello fatuo e spumeggiante.

Il villaggio di Stepančikovo e i suoi abitanti
Autore: Fëdor Dostoevskij
Editore: Feltrinelli
Collana: Universale economica. I classici
Anno edizione: 2025
Formato: tascabile
Pagine: 320 p., brossura
EAN: 9788807905063