Contro le emozioni

La narrazione, lo storytelling, i video emotional. Una volta l’overdose era di eroina, oggi di emozioni. Cosa non si fa per vendere una macchina – raccontare un Big Bang di libertà innescato dall’accensione di un motore. Julia Roberts, ricca, splendente, finta come Hollywood, a una festa di burattini si libera dai fili e sguscia via sorridente a sessantaquattro denti verso la libertà, un’ascella profumata. L’emozione in pubblicità fa sognare il sogno più grande, la non omologazione. Una volta era il contrario, vendeva status quo. Oggi spaccia una libertà tarocca, più preziosa di qualsiasi conto in banca e, ovviamente, irraggiungibile.

Maledette storie. I fatti nudi e crudi non interessano più se non sono imbevuti nella retorica – sentimentale, epica, poetica, a voi la scelta –, dello storytelling. Su Facebook, nessuno mi dice più perché un pezzo è grande o no; tutti mi raccontano il grigio della polvere sul vinile che mammà teneva in salotto, l’esplosione neuronica al primo accordo di chitarra, i pomeriggi passati in camera a sognare la tipa, quella, con le cuffie e il volume sparato. Epifanie, siete tossici di epifanie. E quando la folgorazione non è a portata di mano, giù con la nostalgia, ché tanto il presente non interessa più a nessuno e il futuro è roba da folli.

Il giornalismo. Chi l’ha visto mai? Sono nato nell’84, dalla maturità a oggi di pezzi degni di questo nome ne avrò letti due-tre. Oggi un blog non si nega a nessuno – tutti possono e dunque devono esprimere opinioni. Trincerato dietro scintillanti MacBook, un esercito di parolai senza né arte né parte impesta l’etere scimmiottando Scanzi o qualche altro pervertito da due soldi. (Nota: chi pretende di parlare di tutto annega nelle proprie chiacchiere, e dunque non può che essere un pervertito. Lo diceva anche Eco: se i protagonisti di un film ci mettono una vita ad andare da A a B, allora il film è pornografico.)

Chi scrive, oggi, non sa, e chi legge non capisce. Consumiamo inutilmente parole. La reazione vince sulla riflessione. L’emozione si mangia i fatti, la libertà si mangia la misura e la competenza. Siamo un branco di scimmie urlatrici, urliamo e ci agitiamo ma non ci raccapezziamo. Ci tiene quieti l’arpeggio di chitarra e la voce spiritata del cantante lo-fi nella pubblicità di Dior, o il regista hipster prestato all’alta moda, che veste di belle immagini il vuoto cosicché tutti possiamo sentire un po’ meno freddo.