Il cinema americano. I “maledetti brutti figli di puttana”, la musica che cresce con l’ansia, gli attori che perdono venti chili in due settimane e ne rimettono su trentacinque in tre ma bye bye capelli, gli effetti speciali che si mangiano la sceneggiatura mentre il regista sta lì, guarda distratto, e sembra quasi che non gli importi – e non gli importa, infatti, perché è stato il produttore a dirgli: “fottitene, fottuti, fottetevi, maledetti brutti figli di puttana”, intendendo con questo che solo i soldi contano, e quelli te li portano non i movimenti di camera né lo scavo psicologico, piuttosto i supereroi, le esplosioni, le famiglie disfunzionali – quelle in cui la figlia chiama troia la madre, la madre chiama troia la figlia e il figlio chiama troia tutte e due ma poi è pronto a difenderle dal padre che ama ma che, deve riconoscere, quando beve – al diavolo il buonsenso yankee o forse proprio alla salute (cheers!) di questo –, mena un po’ le mani.
E il tocco indie? Non dimentichiamocelo, il tocco indie – la camera un po’ mossa, i dialoghi infarciti di pause, la ballata in chiaroscuro tra cielo e terra, chitarre elettriche e acustiche –, tanto più necessario quando scrittura e apparato denunciano apertis verbis “mainstream”. Perché occorre mimetizzarsi, occorre fare come i camaleonti, fingersi idealisti, sognatori, poveri, pazzi, per incantare tutti. “Vedete, non siamo poi così cattivi, non siamo il male”, e l’intellettuale lì accanto annuisce, dice: “va bene, siete bravi, è vero, c’è del buono anche in voi. Ho finito il chewingum, datemi altro chewingum, datemi un sequel per favore!”, e spunta fuori Walter White, che ringrazia e se la ride sotto braccio a Jeff Bezos, maledetti brutti figli di puttana.
