Il capitalismo è una forza aliena, lo sostiene Nick Land in qualche pagina di Meltdown. Lanthimos quel libro spaventoso forse l’ha letto, forse no, ma che coincidenza trovare Emma Stone rasata a zero, truccata come il Bowie/Pierrot di Ashes to ashes, legata a un tavolaccio e interrogata da due che sembrano usciti da una parodia di Un tranquillo weekend di paura, Teddy Gatz e il cugino autistico Don, che le rinfacciano – lei, la CEO di un’importante azienda farmaceutica – di essere una creatura proveniente dallo spazio profondo. Con Bugonia, l’universo concentrazionario di Lanthimos si arricchisce di nuovi mostri. Le sembianze sono sempre le stesse: testa, due braccia, due gambe. Sono tra noi, sono come noi, ma non sono noi. Michelle Fuller nega di essere imparentata con ET, ma Teddy (Jesse Plemons) è uno furbo, ha studiato l’opus magnum dello youtuber Gideon55, a lui non la si fa. La sua teoria è che gli alieni stiano tramando per distruggere l’uomo. Come? “Caging us, poisoning us, chocking us out” – imprigionandoci, avvelenandoci, strozzandoci, spiega al povero Don (Aidan Delbis). Infiltrata ad altissimi livelli, la feccia interstellare guida un conglomerato tecno-industriale che sta annientando il pianeta. Le api sono lo specchio della crisi. La piaga si chiama CCD, Colony Collapse Disorder, il fenomeno per cui le colonie si spopolano bruscamente: le operaie abbandonano la regina, le larve e le scorte di cibo nell’arnia. Lanthimos apre il film con alcune splendide immagini (i due cugini sono apicoltori) che stabiliscono il suo approccio “microcosmico”. Il montaggio alternato mette a confronto il workout mattutino di Michelle (tipo American psycho) con quello assai più misero dei due cugini, che preparano nientemeno che il rapimento della CEO, identificata come la responsabile ultima della catastrofe. Abnegazione: l’addestramento culmina nella castrazione chimica, affinché gli impulsi corporei non distraggano i due valorosi. L’aria da incel, in effetti, ce l’hanno.
Il rapimento. L’azione è maldestra, ma riesce. Teddy, per tramite dell’andromedana di sangue blu Michelle, vuole parlamentare con gli alieni, costringerli alla ritirata. Ma la donna è tutt’altro che arrendevole. È fredda, calcolatrice, intelligente e piena di risorse. Frammenti della sua vita professionale scorrono tra carrellate a precedere e seguire nello stile kubrickiano di Lanthimos (kubrickiane sono pure certe impennate orchestrali di Jerskin Fendrix). Michelle si muove in spazi ampi, luminosi, razionali, tutti vetrate, così diversi dal caos stratificato di casa Gatz, una vera capsula del tempo. Tipica campionessa di un capitalismo progressista, Michelle parla la lingua dell’oppressione neoliberista, un idioma in apparenza sognante, generoso e conciliante, in realtà fitto di minacce subdole e double bind. Sono le diciassette e trenta, sentiti libero di andare, a meno che tu non debba lavorare, nel qual caso devi assolutamente rimanere. Una nuova era, annuncia trionfante, inquadrata dall’alto, di lato, una prospettiva inquietante, vagamente hitchockiana. Il capitalismo non ama la libertà, ama solo ciò che consente al denaro di moltiplicarsi agevolmente. Perciò ogni ostacolo va rimosso, incluso ciò che nel recente passato sembrava un dogma intoccabile. Questa flessibilità rende il capitalismo irriformabile. Si capisce, in un certo senso, l’insofferenza di Teddy, che è stufo marcio di giochetti, basta chiacchiere, vuole solo rimediare a “ciò che ci hanno fatto”.
A cosa si riferisce? Flashback in un bianco e nero onirico e un po’ grottesco: la madre malata, curata con un farmaco sperimentale anti-oppioide prodotto proprio dalla Auxolith di Michelle. La donna finisce in coma. Michelle si scusa per l’errore e si propone di sostenere le spese mediche. Teddy, quindi, non è un marxista svampito, non è un vero rivoluzionario, ma un figlio succube di una madre complottista, cresciuto senza un padre e abusato da un ex babysitter ora poliziotto (una sottotrama interessante, ma appena accennata). La sua tesi secondo cui l’oppressore sarebbe di un altro mondo avrebbe fatto sorridere Mark Fisher: è più facile immaginare l’invasione degli ultracorpi che la fine del capitalismo. Il bello è che Teddy ha ragione: Michelle è davvero un’aliena.
L’ambiguità politica del film è irrisolvibile. Lanthimos è un moderato che risolve in farsa le argomentazioni del radicalismo anticapitalista, o rappresenta Teddy come un povero gonzo perché gli interessa il ritratto di un certo tipo di americano “profondo”, frustrato e infelice ma incapace di articolare in modo lucido il proprio malessere? Entrambe le cose, nessuna delle due. Bugonia sembra mirare al bersaglio grosso proponendo un’allegoria della disumanità del capitalismo, ma è una finta. A Lanthimos interessa soprattutto il gioco di potere tra Michelle e i suoi sequestratori, il ribaltamento dei rapporti di forza all’interno di un microcosmo sempre disfunzionale, in cui è impossibile distinguere i buoni dai cattivi. Da un lato il complottismo che si è sostituito a sistemi di valori coerentemente strutturati in dottrine, dall’altro un entusiasmo tecnocratico per le sorti del genere umano che nasconde il peggior cinismo corporativo. Tertium non datur. Chiamato a identificarsi, lo spettatore oscilla da Teddy a Michelle senza potersi decidere. La sua posizione ha un corrispondente nel povero Don, che finisce distrutto dall’incertezza.
Come Eddington o One battle after another, la sceneggiatura di Will Tracy (che riscrive il coreano Save the green planet!) sceglie la via del weird per esplorare la crisi dell’Occidente. Al dunque, il film non tira le somme, si sintonizza sulla stessa lunghezza d’onda del delirio di Teddy e sfocia in un crescendo antropologicamente pessimista ma colorato, naïf e cartoonesco quasi alla maniera di un Michel Gondry – alieni supercapelloni in antri somiglianti a cavità organiche che scoppiano bolle e condannano gli esseri umani già condannati. Il titolo del film, “Bugonia”, allude al mito georgico della nascita di uno sciame di api dalla carcassa di una vacca. Ma dal caos dell’America post-pandemica solo la morte può germogliare. Le distese di cadaveri sul finale ricordano E venne il giorno di Shyamalan, un eco-horror reminiscente degli anni ‘60. È la contro-utopia dell’Occidente schiacciato da un senso di colpa inemendabile. La Terra post-umana archivia la parentesi grottesca dell’Antropocene con un’ultima gag. La canzone è Where have all the flowers gone, inno antimilitarista di Pete Seeger, qui usato in chiave beffarda. Non siamo esattamente dalle parti del Dottor Stranamore, ma poco ci manca.
“Bugonia”
Lingua originale: inglese
Paese di produzione: Stati Uniti d’America, Corea del Sud, Irlanda
Anno: 2025
Durata: 120 min
Dati tecnici: B/N e a colori, rapporto 1,50:1
Genere: commedia, drammatico, fantascienza, poliziesco
Regia: Yorgos Lanthimos
Soggetto: remake del film Jigureul jikyeora! di Jang Joon-hwan
Sceneggiatura: Will Tracy
Produttore: Yorgos Lanthimos, Ari Aster, Lars Knudsen, Emma Stone, Miky Lee, Andrew Lowe, Ed Guiney
Produttore esecutivo: Jerry Kyoungboum Ko, Khan Kwon
Casa di produzione: Square Peg, CJ ENM, Fruit Tree, Element Pictures
Distribuzione in italiano: Universal Pictures
Fotografia: Robbie Ryan
Montaggio: Giōrgos Mauropsaridīs
Musiche: Jerskin Fendrix
Scenografia: James Price, Prue Howard, Amber Rose Thompson (non accreditata)
Costumi: Jennifer Johnson
Interpreti: Emma Stone, Jesse Plemons, Aidan Delbis, Stavros Halkias, Alicia Silverstone
