Dicesi “sindrome di Ratched” l’affezione di tipo nevrotico che colpisce un certo tipo di spettatore cinematografico quando si trova ad assistere a scene di contenzioni forzate, stupri, abusi di potere, ovvero in tutte quelle situazioni drammaturgiche in cui il destino di un povero piccolo personaggio è nelle mani di un altro, un delinquente che agisce, però, per contro di un sistema, forte di una qualche legge rivendicata come necessaria che lo fa apparire insormontabile.
Rabbia e frustrazione sconvolgono lo spettatore affetto dalla sindrome di Ratched, gli afferrano lo stomaco, torcono le budella, scatenano fantasie di rivalsa che non di rado si nutrono di scompensi e delusioni tutte private, che con la storia in sedici noni non hanno a che vedere. La sindrome non risparmia quasi nessuno, colpisce tanto lo spettatore ateo e materialista che quello grillino, medio-progressista, addirittura renziano terzopolista (sui meloniani rampanti, sempiterni berluscones e capitoni di ritorno non mi pronuncio). Boutade a parte, Rapito di Marco Bellocchio ispira, nei confronti del Potere, ardori garibaldini che, al diavolo la resilienza, non conoscono catarsi.
La storia, in soldoni, è questa. Il piccolo Edgardo, neppure sette anni, viene strappato a forza dalla famiglia e dalla religione ebraica a seguito della confessione (ben remunerata) di una servetta ladra e ignorante, che riferisce all’inflessibile inquisitore Pier Gaetano Feletti di aver battezzato il piccolo di nascosto, per salvarlo dal limbo. Risultato: Edgardo viene “confiscato” come un bene ecclesiastico e spedito dalla natia Bologna in un collegio romano. Siamo negli anni Sessanta dell’Ottocento, all’epoca usava così, la battaglia per la verità del Cristo risorto si combatteva anima per anima, non era il caso di andare per il sottile. La voglia di imitare gli zombie blackmetallari tipo Euronymous quando, negli anni ’90, bruciavano le chiese tra i fiordi cresce a mano a mano che il piccolo Edgardo viene morbidamente ma implacabilmente circuito, confuso, soggiogato, catechizzato. Tornano in mente Il nome del padre o L’ora di religione, l’insofferenza di Bellocchio per il Verbo divino trascritto (male) dagli uomini, corroborato dal fanatismo e piegato alle più prosaiche necessità materiali – il potere. Bravo Pierpaolo Pierobon a dare corpo a un Pio IX col delirio negli occhi e la bava alla bocca che fa tanto fine Prima Repubblica – un trapasso epocale come la Breccia di Porta Pia, un’altra generazione di padri indegni pensionata dalla Storia. Bravo Gifuni, che per una volta si ricorda di non essere su Rai Uno e innerva di inaccessibile superbia il ritratto di Feletti. Bravo il direttore della fotografia Francesco Di Giacomo, bravi tutti, e bravo Bellocchio (CGI a parte), che ci risparmia la stucchevole riconciliazione finale di prammatica. A ottant’anni, il regista de I pugni in tasca rovescia la prospettiva. Nel letto di morte, la madre protesta la propria inviolabilità, la propria irriducibilità davanti a quel figlio ottuso che non riconosce, che non è più il suo, perché la Chiesa l’ha conquistato.
Il finale del film è all’insegna dell’ambiguità. Edgardo si dispera per non essere riuscito a “salvare” la madre col battesimo, o perché (in)cosciente dell’abuso come quando, in un raptus liberatorio, incitava la folla a gettare a mare la salma di Pio IX? Ciò che rende interessante il protagonista è la scissione, il suo destino di burattino agito da un catechismo che ha colonizzato la buccia dell’Io ma che non può penetrare più a fondo, lì dove ribolle la polpa degli spettri freudiani, dove l’esuberanza maldestra di un giovane prete che corre incontro al Santo Padre per baciargli la mano si trasforma in un gesto di rivolta.
Diceva bene Lacan: io sono dove non penso. Dunque, se l’Io non è padrone a casa propria, tanto vale abbandonarsi alla magia del Cristo che, liberato dei chiodi da Edgardo, si scrolla di dosso la polvere dei secoli ed esce nella notte romana. Per tornare alla Prima Repubblica, Buongiorno, notte finiva così, con Herlitzka / Moro fuggitivo, in un’ucronia che anticipava tanto la chiassosa baracconata dei nazisti arrostiti vivi dagli inglourious basterds di Tarantino che la malinconica riscrittura morettiana dei fatti di Ungheria (il raffronto farebbe inorridire Nanni, lo so). È una magia, quella di Edgardo, un rito, seppure celebrato solo in sogno, di auto-guarigione: libero il Cristo dalla tristezza, così sarò libero anche io. Potenza del senso di colpa cattolico, che condanna il credente alla continua ricerca di un’espiazione. Ma com’è triste questa Chiesa di volti cinerei e carni mortificate. Sa di muffa, sa di morte. E però, nel ventre di questa seconda madre Edgardo concluse, chissà se lietamente, i propri giorni. Ordinato sacerdote all’età di ventitré anni (col nome di Pio, vero e proprio padre putativo), svolse l’attività di missionario in mezza Europa e negli USA. Morì ottantanovenne nel monastero dei canonici regolari di Bouhay, vicino Liegi, dove si era ritirato. (Forse c’è una Provvidenza, chissà.)
