Il mare e la madre: sul perturbante di “Regarde la mer” di François Ozon (1997)

Un thriller psicologico che offre una sconcertante riflessione sulla maternità
Sasha Hails e Marina de Van in una scena di "Regarde la mer" di François Ozon, qui recensito

Assieme a Sotto la sabbia e Swimming pool, Regarde la mer di François Ozon (1997) compone una trilogia dedicata all’esplorazione del desiderio femminile. Il simbolismo dominante è quello dell’acqua, figura della sessualità, della vita e della morte. “Mer” in francese è “mare”, ma non può sfuggire l’assonanza con “mère”, “madre”. La forma del thriller psicologico offre l’occasione per una sconcertante riflessione sulla maternità.

Il film è un mediometraggio. In un’intervista di qualche anno fa, Ozon ha dichiarato di considerarlo il suo vero debutto. I primi due lungometraggi del regista francese (Sitcom e Les amants criminels, usciti rispettivamente uno e due anni dopo) sono tutt’altro che disprezzabili (soprattutto Les amants criminels), ma caratterizzati da uno stile grottesco e fiabesco, lontano da quell’asciuttezza riconosciuta come il tratto delle opere migliori di Ozon. La storia di Regarde la mer è semplice. Una ragazza di origini inglesi, Sasha (Sasha Hails), è in vacanza con la figlioletta di due mesi, Siofra, a L’Île-d’Yeu. Il marito è a Parigi, per lavoro. Un giorno, alla porta di Sasha si presenta una giovane, Tatiana (Marina de Van), che chiede di potersi accampare nella proprietà.

In Tatiana, Sasha rivede il proprio passato di viaggi e libertà. La presenza dell’ospite riattiva in lei una certa carica sessuale. La riscoperta del piacere incomincia con l’autoerotismo e culmina con un incontro clandestino in spiaggia. Dopo aver giocato in acqua con Siofra, Sasha si addentra nella pineta, dove alcuni uomini stanno consumando incontri clandestini. Uno di questi le si avvicina. Sasha lo convince a praticarle del sesso orale. La pineta è una parentesi di libertà dai doveri di moglie e madre, un’enclave simbolica in cui sperimentare una sessualità fluida e anti-convenzionale.

Tatiana è il doppio, l’elemento perturbante, un’intrusa sul modello del misterioso ospite del Pasolini di Teorema. Appare fredda, distante, quasi disconnessa dalla realtà. Il suo atteggiamento nei confronti di Sasha è passivo-aggressivo. In una delle prime scene, in bagno, dopo aver defecato, sfrega la testina dello spazzolino di Sasha contro i suoi escrementi. Lo spettatore, a questo punto, sa di non potersi fidare, ma la sua maggiore preoccupazione è che Tatiana possa far del male alla bambina. Verso Siofra, però, la ragazza si mostra premurosa. Di lei sappiamo ciò che racconta a Sasha. Ha fatto la bambinaia, poi si è stancata e ha iniziato a vagabondare. Soprattutto, era rimasta incinta, ma ha abortito.

La maternità è il nucleo segreto del film. Sasha si concede agli sconosciuti perché catturata dal suo risveglio sessuale, che la ripropone ai suoi stessi occhi come (anche) donna e non più come (solo) madre. È ironico che questa attivazione erotica avvenga al cospetto di Tatiana, che non sembra mai completamente a suo agio con il proprio corpo (veste di tutto punto anche in spiaggia, fa il bagno con gli slip). Tatiana vuole essere madre. Come accade spesso in Ozon, il desiderio monta in modo parossistico, conduce alla follia. La traccia di questo sconvolgimento interiore è nel diario di Tatiana, che Sasha trova nella sua tenda: un inquietante scarabocchio. Luogo simbolico della definizione di sé e del rispecchiamento, il diario è un espediente che Ozon adopera spesso. Alice, protagonista di Les amants criminels, confida a un diario il suo proposito omicida; in Swimming pool, la scapestrata Julie ripercorre nel diario la sua travagliata vicenda personale. L’uso di questo reperto tipicamente adolescenziale si intona bene con l’interesse per la vita di giovani donne sradicate, e anche con un certo gusto romanzesco.

Sasha non sembra troppo turbata dalla scoperta – niente sembra turbarla, in effetti. Neppure una conversazione, a cena, in cui Tatiana insiste sul carico di orrore che al parto si può associare – i tessuti strappati, gli escrementi, il dolore. Sasha è, in apparenza, soltanto una creatura solare, in realtà la sua letizia nasconde una forma, anche qui, di vaga disconnessione. Come è possibile che non veda ciò che Tatiana porta con sé? Anche il rapporto con la figlia è più problematico di quanto non sembri. All’inizio del film vediamo Sasha affaccendata con Siofra, costretta dalle inquadrature di Ozon entro cornici di porte, in fondo a corridoi, schiacciata da soffitti bassi, immersa in un microcosmo faticoso, asfissiante. Nessun dubbio che Sasha ami la figlia, tuttavia alla prima occasione la affida a Tatiana (fin lì, una sconosciuta). Più tardi, in spiaggia, si allontana dalla piccola che dorme sotto il sole, attratta dall’erotismo clandestino della pineta.

Girato in economia di mezzi (la casa a L’Île-d’Yeu era di un amico del regista), Regarde la mer è lineare, asciutto e sconcertante. Accumula la tensione a un basso voltaggio, poi la libera, ma senza esplosioni, in un modo controllato. La notte prima dell’arrivo del marito di Sasha, Tatiana raggiunge la camera in cui mamma e figlia, nude, dormono abbracciate. Si spoglia a sua volta, sembra voglia unirsi alle due. Il giorno dopo, nella tenda di Tatiana, il marito trova un cadavere insanguinato, legato, con la testa avvolta in una busta e la vagina ricucita: è Sasha. Tatiana è in mare, su un traghetto, che abbraccia e coccola la “sua” bambina.

Scheda del film

Titolo: Regarde la mer

Regia: François Ozon

Sceneggiatura: François Ozon

Produttori: Nicolas Brevière, Olivier Delbosc

Interpreti: Sasha Hails, Marina de Van

Fotografia: Yorick Le Saux

Montaggio: Jeanne Moutard

Musiche: Éric Neveux

Distribuzione: Lazennec Diffusion

Data di uscita: 3 dicembre 1997

Durata: 52 minuti

Paese: Francia

Lingue: francese, inglese