La realtà è una faccenda complicata

Non riesco più a guardare lo schermo del cellulare. Mi prende una fitta allo stomaco. E’ una repulsione uguale e contraria alla forza che mi risucchia nel logorante vortice di chiacchiere con cui abbiamo riempito i nostri tempi morti, improvvisamente diventati tempi inutili. Amo la carta, sogno la macchina da scrivere. Vorrei poter incespicare tra milioni di parole possibili, fermarmi a guardarle tutte, una a una, invitarne la più bella fuori a cena solo dopo centinaia di scuse e ripensamenti. Vorrei poter ignorare le cose di cui non mi importa nulla, non sentire il fiato sul collo delle opinioni non richieste, della presenza necessaria, la dittatura dell’espressione di sé che mi prende subito sotto lo sterno e mi stringe, mi spreme come un tubetto, e se ne vanno energie, tempo, pulsioni naturali come le più semplici (uscire, fare due passi, l’amore, respirare).

Quando esprimerete la vostra ultima opinione su Facebook? A quando l’ultimo status? Ve lo chiedo perché così è difficile dar retta ai propri sogni. Vivere sembra piuttosto un inseguirsi: io sulle tracce del mio spettro digitale, quella parte di me presa in trappola dal bisogno di marcare il cartellino dell’esserci con un cinguettio, bisogno che presto si sclerotizza in uno scorrere meccanico lo schermo, riflesso condizionato alla ricerca di vita. Quale? Il bagliore della società disumana e precaria, in cui il pavimento è una lastra di ghiaccio sottile su un nulla colorato, altisonante, che lo fissi e dici: Dio mio, quante possibilità! E invece l’euforia che senti è solo l’angoscia acida della noia che risale come reflusso.

Credo sia per questo che mi piacciono le spiagge. E’ li che mi rifugio nelle mie fantasie. Ampie distese di sabbia inumidite da un’acqua tiepida e cristallina – questa sì realmente. Non mi dispiace che in certi sogni ci sia un po’ di vento. Lo sento scompigliarmi i capelli, imperlarmi la bocca di sale, e le palpebre. Le spiagge isolate, senza ombra di vita o magari sì – ma qualcuna, sparuta, lontana. Nel deserto di connessioni, post, storie, pubblicità, nel profondo di me, delle mie fantasie, la felicità si sciacqua nel mare e parla il linguaggio muto della contemplazione.

La realtà è una faccenda più complicata e assordante. Risvegliarsi da questi sogni è come saltare da un’altezza siderale, schiantarsi su una distesa di mattoni che ti frantuma, ti rompe tutto all’altezza delle giunture. E tu, giorno dopo giorno, spezzato e stanco vai, e sorridi, e tra una mail, una bomba, una fattura e un’elezione anticipata, sogni le spiagge.