La tour de glace (The ice tower) si colloca all’intersezione tra Dario Argento, François Truffaut e Hans Christian Andersen – un cinema realista, intimo, immaginifico, a tinte fosche, con un certo gusto per la mise en abyme. L’intrigante thriller psicologico di Lucile Hadzihalilovic si snoda in un labirinto psicoanalitico e metacinematografico di opposizioni e simmetrie. Sogno e realtà si compenetrano. Jeanne (Clara Pacini) fugge dalla casa famiglia che la ospita per vedere la città. Trova un rifugio di fortuna su un set cinematografico in cui si gira un adattamento de La regina delle nevi. Combinazione, tra le fiabe di Andersen è la preferita di Cristina, che ruba i documenti a una ragazza e si intrufola tra le comparse. Entra così nelle grazie della splendida Jeanne (Marion Cotillard), diva altera, scostante e capricciosa, con cui intreccia un rapporto ambiguo. Cristina ha perduto la madre da piccola, la “Regina” si impone alla sua fantasia come un surrogato malevolo e sessualmente conturbante. Jeanne è una predatrice sessuale, vampirizza la ragazza: in un violento amplesso sembra volerla fagocitare. Già prima, stringendola sul ciglio di un burrone, le aveva proposto una “fuga”. Cristina, in un sussulto di coscienza, si oppone al cupio dissolvi che pure sembra cercare continuamente con quel suo sguardo vorace, ardente. “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, scriveva Pavese. Cristina guarda, e il mondo finisce colonizzato dalla sua fantasia macabra, al punto tale che risulta impossibile distinguere i fondali montuosi disegnati sul set dai paesaggi reali. Persino un pattinodromo assume le sembianze di luogo liminare, come in un film di Lynch.
Gli anni Settanta di La tour de glace richiamano l’adolescenza di Hadzihalilovic, i suoi primi incontri con il cinema. L’identificazione della regista non è con l’auteur Dino Dorato (chiaro omaggio ad Argento, interpretato da Gaspar Noé) ma con Cristina, a cui Le tour de glace assegna la funzione di depositaria dell’immaginifico. Ambientato negli anni Trenta, il film nel film somiglia a un lungo delirio ad occhi aperti – il delirio di Cristina. In ogni fiaba che si rispetti c’è un oggetto magico. Il cristallo prelevato dal vestito di scena di Jeanne, con cui la ragazza si diverte a scomporre la luce in riflessi colorati, sembra contenere il segreto del vasto regno della Regina. Una metafora perfetta della macchina da presa e, insieme, la celebrazione del potere delle immagini, forse il vero tema di La tour de glace.
Ed è proprio sulla forza delle immagini che punta Hadzihalilovic. I paesaggi montuosi esaltati dal cinemascope, gli interni claustrofobici, i toni naturali contrapposti alla violenza artificiale delle luci del set illustrano plasticamente l’interiorità delle due protagoniste, ugualmente ambigue e tormentate. Agli occhi di Jeanne, Cristina è ciò che è stata e non è più, un’ideale di purezza adolescenziale. Dietro l’apparenza algida della consumata diva si nasconde una creatura ferina, passionale e insospettabilmente fragile. Cristina, che assume il nom de plume di Bianca, non è così ingenua come sembra. Ossessionata dall’immagine della madre morta è, a conti fatti, una ladra, una bugiarda e una manipolatrice. Nel confronto tra le due sembrano manifestarsi i fantasmi di Wilder e Mankiewicz. Partecipe dell’ambiguità impenetrabile e diffusa del film è l’unico personaggio maschile di un certo rilievo, Max (August Diehl), malinconico cavalier servente di Jeanne. Il terzetto di personaggi agisce seguendo il filo di invisibili moventi interiori. Lo spettatore osserva come dietro una lastra di ghiaccio.
La tour de glace
Paese di produzione: Francia, Germania
Anno: 2025
Genere: drammatico
Regia: Lucile Hadžihalilović
Sceneggiatura: Lucile Hadžihalilović, Geoff Cox
Produttore: Muriel Merlin, Victor Hadida, Ingmar Trost
Casa di produzione: 3B Productions, Davis Films, Sutor Kolonko, Arte, Bayerischer Rundfunk
Fotografia: Jonathan Ricquebourg
Montaggio: Nassim Gordji Tehrani
Interpreti: Marion Cotillard, Clara Pacini, August Diehl, Gaspar Noé, Marine Gesbert, Lilas-Rose Gilberti
