La Manina

Com’è meschina la vita nell’era neopopulista. Meschino il presente, meschine le aspettative, meschini persino i complotti. In passato, i politici strillavano contro i Poteri Forti e uno s’immaginava una potentissima Spectre sul modello di James Bond, con il vegliardo che, gattone bianco in grembo, spingeva il pulsante e disintegrava il nemico seduta stante («Numero 8, hai commesso il tuo ultimo errore!»). Oggi no. Oggi la rappresentazione dei Poteri Forti si affida a un’icona assai più modesta: la Manina. Che detta così sembra una cosa tenera, innocua, persino da ridere, ma non per Di Maio, il quale la prende maledettamente sul serio. Al punto tale che l’altra sera, nel salotto di Bruno Vespa (comodissimo, evidentemente, non solo per la Seconda ma anche per la Terza Repubblica) ha denunciato l’ennesimo complotto, l’alterazione del decreto fiscale, il quale, nella versione attuale, prevede una specie di scudo per i capitali all’estero e l’impunità per gli evasori.

Colpa dei tecnici, o forse di quelli della Lega, andremo in procura, anzi no, basta lo stralcio. Di Maio è confuso. Capita, quando devi far inghiottire ai tuoi elettori (quelli che fino all’altroieri ti acclamavano: «Onestà! Onestà!») l’ennesimo condono fiscale dopo avergli già somministrato la ripresa dei lavori del Tap (Di Battista: «Quest’opera la blocchiamo in due settimane»). E che dire della questione Tav risolta come l’avrebbe risolta Calenda, il decreto Genova «scritto col cuore» ma povero di fondi, impermeabile alle infiltrazioni mafiose e generoso con l’abusivismo edilizio di Ischia – sì, Ischia. Per non parlare, poi, del «tunnel del Brennero» (sempre Toninelli: magari la Manina si è nascosta lì) e di una manovra di bilancio con previsioni di crescita che non stanno né in cielo né in terra, flat-tax, tagli e privatizzazioni. E tutto questo per cosa? Per un reddito di cittadinanza che non “abolirà la povertà”, e si tradurrà in una banale misura assistenzialistica. Ma ve l’immaginate riformare i centri per l’impiego, sottodimensionati e afflitti da croniche arretratezze, in soli cinque mesi? Per non parlare delle inevitabili irregolarità. In un paese con 120 miliardi di evasione fiscale annua e un’economia sommersa che vale oltre il 12% del Pil, occorrerebbe potenziare la lotta ai furbi. Peccato che si sia scelta la strada opposta, quella di una sanatoria che solo la peggior faccia tosta può chiamare “pace fiscale”.

Insomma, emerge di ora in ora tutta l’inconsistenza, la cialtronaggine, il cinismo di un Movimento 5 Stelle che, pur di governare, in questi mesi si è dimostrato capace di rimangiarsi tutto ciò che, a parole, lo distingueva dai partiti tradizionali. Visto l’avvicinarsi della kermesse Italia a 5 Stelle, il prossimo weekend, Di Maio non ha trovato di meglio che gridare al complotto. L’alternativa, per salvaguardare la presunzione di buona fede, è che il vicepresidente del Consiglio, nonché ministro del Lavoro e delle Attività produttive, sia uno sprovveduto, e così i suoi. Non una gran consolazione, con lo spread ai massimi da 5 anni e l’Europa e le istituzioni finanziare che ci randellano.

Una cosa, però, è chiara: finirà la tragicommedia, e presto anche. Finirà per incapacità, sospetti incrociati, calcoli elettorali, stanchezza. Finirà perché le manine a cui dare la colpa prima o poi finiscono, perché finisce la pazienza e la realtà, quando meno te lo aspetti, bussa alla porta. Le avvisaglie della crisi politica a venire ci sono tutte. Non parlo solo dei contrasti tra Di Maio e Salvini, ma, più in generale, di un Paese che in più di un’occasione (le contestazioni di Genova, le proteste degli studenti, i 145mila euro raccolti per il caso Lodi) ha iniziato a dichiararsi indisponibile a bersi tutto. Prepariamoci. Ci attendono tempi duri.